Puglia. Assolti in 11: «La riduzione in schiavitù non era reato»

 La sentenza della Corte d’Appello di Lecce rischia di cancellare anni di lotte contro i caporali

Gianmario Leone * • 10/4/2019 • Immigrati & Rifugiati, Lavoro, economia & finanza • 320 Viste

Una sentenza che rischia di cancellare una lotta che ha fatto epoca. E che ha cambiato per sempre la storia dei braccianti agricoli della Puglia e del sud Italia, sfruttati dai caporali e dalle aziende della grande distribuzione.

I giudici della Corte d’assise d’appello di Lecce hanno infatti assolto lunedì, 11 dei 13 imputati che furono condannati in primo grado per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù dei lavoratori migranti impiegati nella raccolta delle angurie e dei pomodori nelle campagne di Nardò, in Salento. Gli imprenditori ortofrutticoli e i caporali furono condannati in Corte d’assise nel luglio del 2017 a pene comprese tra i 7 e gli 11 anni di reclusione.

Il reato di caporalato, normato dall’articolo 603 ter fu introdotto nel Codice penale nell’estate 2011. Contestato dalla Procura di Lecce non è però inserito dalla Corte d’assise tra i reati, perché i fatti contestati risalgono agli anni tra il 2009 e il 2011.
Alla base della decisione dei giudici, l’accoglimento della tesi del collegio difensivo che ha sostenuto come nel periodo di contestazione dei fatti, tra il 2008 e il 2011, quello di riduzione in schiavitù non fosse previsto dalla legge come reato.

Tra gli assolti figurano elementi molto noti in Salento, come l’imprenditore Pantaleo Latino, detto il «Re delle angurie», ritenuto dall’accusa a capo del sodalizio criminale transnazionale dedito allo sfruttamento e riduzione in schiavitù dei migranti impegnati nella raccolta delle angurie nelle campagne di Nardò. Il sostituto procuratore generale Giovanni Gagliotta aveva chiesto invece la conferma della sentenza di primo grado.

Per gli episodi di estorsione contestati agli imputati e riunificati nel reato di riduzione in schiavitù, i giudici hanno disposto la nullità del decreto che dispone il giudizio del 20 dicembre 2012, disponendo la trasmissione degli atti al Gup, perché hanno ritenuto troppo generica la contestazione. Per effetto delle assoluzioni, sono inoltre stati annullati anche molti dei risarcimenti disposti in primo grado. I giudici hanno invece rideterminato la pena inflitta a Ben Mahmoud Jelassi Saber (5 anni) e per Ben Alaya Akremi Bilel (6 anni).

La sentenza di condanna del 2017, arrivò a cinque anni dagli arresti scaturiti da un’inchiesta dei carabinieri del Ros, partita dopo l’eclatante protesta dei braccianti delle campagne di Nardò guidata dal camerunense Yvan Sagnet. La ribellione di decine di ragazzi che abitavano nella tristemente famosa masseria Boncuri, le loro testimonianze e il supporto dell’associazione Finis Terrae e della Cgil, svelarono all’Italia intera un sistema di sfruttamento da epoca coloniale. Migliaia di migranti che arrivavano dall’Africa, entravano in un sistema che investiva Sicilia, Calabria e Puglia, traghettati in un ciclo infernale fatto di ore e ore passate sotto il sole cocente per riempire cassoni di ortaggi retribuiti con paghe da fame, alloggi di fortuna in baracche o masserie abbandonate, situazioni igienico sanitarie terribili, minacce e ricatti di ogni tipo. Da quel momento il dramma del caporalato in Puglia, nelle regioni del sud e poi di tutta Italia, non è stato più un tabù. Pur restando ancora oggi una piaga irrisolta.

Yvan Sagnet ha giudicato la sentenza «un’ingiustizia, sono deluso: così vincono i caporali». Sagnet ricorda l’articolo 600 del Codice penale che prevede che la riduzione in schiavitù si palesi quando si costringe una persona in uno stato di soggezione e quando ci si approfitti di una condizione di vulnerabilità. «Tutti eravamo vulnerabili perché ricattabili: c’era paura nel reagire e nel denunciare» ricorda l’allora leader della protesta. «E’inaccettabile che i condannati di allora oggi escano impuniti». «Siamo esterrefatti dalla sentenza d’appello: un mostro giuridico che rafforza la convinzione che la realtà processuale non abbia alcuna relazione con le vita reale e con la richiesta di giustizia di chi ha subito un torto», commentano invece dall’associazione Finis Terrae onlus. «Durante il processo – prosegue l’associazione – tutti hanno ascoltato le forme di sopruso e violenza». Ora non resta che sperare in un ribaltamento in Cassazione.

* Fonte: Gianmario Leone, IL MANIFESTO

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