Questione Salariale. Lavoratori impoveriti e senza vie d’uscita

Cresce la dicotomia tra crescita e benessere dei lavoratori è una costante dell’andamento economico negli ultimi 10 anni. Siamo ben oltre il fatto congiunturale

Claudio Mezzanzanica * • 12/4/2019 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 178 Viste

Il salario medio di un lavoratore a tempo indeterminato nel 2014 era di 23.360 euro. Quattro anni dopo era aumentato dell’1,1% salendo, si fa per dire, a 23.885. Ventuno euro lordi al mese, e senza tener conto dell’inflazione. Nel 2017, secondo i dati derivati dalle dichiarazioni dei redditi e resi noti dal Mef, è andata ancor peggio ai lavoratori a tempo determinato: quasi sei milioni di persone hanno guadagnato in media 9.534 euro cadauno, perdendo quasi l’1% rispetto all’anno precedente.

L’andamento dei salari nel 2017 è particolarmente importante. Quell’anno il Pil nominale salì del 2%, quello reale dell’1,6%, la miglior performance da 7 anni. Ma questo aumento non ha avuto alcun effetto sui salari. Dunque la crescita della ricchezza misurata con il Pil è possibile senza che ne vengano benefici al mondo del lavoro. Questa dicotomia tra crescita e benessere dei lavoratori è una costante dell’andamento economico negli ultimi 10 anni. Siamo ben oltre il fatto congiunturale.
Lo sprofondo del mondo del lavoro lo abbiamo anche constatando che quasi 300mila lavoratori nel solo 2017 hanno chiesto di mettere il tfr in busta paga. L’anno prima erano poco meno di 200mila.
Sempre nel 2017 oltre 300mila lavoratori hanno chiesto alla loro azienda un anticipo della liquidazione. Non si tratta di segnali di fumo di una difficoltà crescente. Sono vere e proprie urla che hanno trovato nella proposta del reddito di cittadinanza l’illusoria risposta. Esattamente come furono gli 80 euro di Renzi. Perché se il tuo salario lordo è inferiore a 10mila euro l’anno non serve un contributo temporaneo a risolvere la situazione di precarietà. Meglio del nulla e delle prediche ma la drammaticità della situazione individuale resta. Neppure il tfr in busta risolve. L’importo medio finito nelle paghe dei lavoratori che l’hanno ottenuto è stato di 808 euro l’anno. Ovviamente chi l’ha richiesto era consapevole della cifra. Si trattava di una mossa obbligata e in un certo senso disperata. Poche decine di euro al mese. Indispensabili anche se, forse, non sufficienti.
Segnali più che preoccupanti vengono anche dai fondi integrativi. Si tratta di accantonamenti che riguardano sia i lavoratori dipendenti che di solito investono la loro quota annua di tfr sia di fondi accantonati dagli autonomi. Nei primi 9 mesi del 2018 il 27% del capitale dei fondi chiusi è stato anticipato su richiesta dei sottoscrittori. Per poter richiedere degli anticipi bisogna aver versato per alcuni anni, di solito 10. Nel 2018 c’è stato un boom di richieste. Il doppio del 2017. In mancanza di dati aggiornati sull’andamento del reddito, in attesa dei 730 che verranno compilati nelle prossime settimane possiamo dire che questa ondata di riscatti segnala un drastico peggioramento della situazione economica dei lavoratori. Il quadro si completa con i dati della cessione del quinto. Quasi 200mila lavoratori dipendenti del settore privato l’hanno richiesto e ottenuto. Complessivamente, nel 2017 oltre un milione di lavoratori dipendenti, in varie forme, hanno messo mano al loro risparmio o alla potenzialità di risparmio che doveva garantirgli un futuro più sereno andando in pensione.
La liquidazione è sempre stato un pilastro della vita familiare. Una forma di risparmio che permetteva di affrontare la vita dopo il lavoro con qualche certezza. Oggi viene bruciata per far fronte al presente. L’età critica di chi sta chiedendo questi anticipi è quella tra i 40 e i 45 anni. Sono persone che hanno cominciato a lavorare con un quadro economico e normativo che permetteva loro di pensare di replicare il percorso di vita e lavoro della generazione precedente e che si trova, invece, con l’acqua alla gola. Non sono i trentenni convinti che non avranno né liquidazione né pensione. Sono una fascia di età del mondo del lavoro che si sente tradita dal sistema, indifesa e senza una vera rappresentanza.
La domanda più inquietante è fino a quando sarà possibile distogliere queste riserve che rappresentavano un pilastro per il periodo post età lavorativa. Perché se quel futuro risulta così compromesso c’è da chiedersi fino a quando basteranno per non affogare nel presente. Se il 2017 è stato un anno rovinoso, se i pochi dati che abbiamo ci dicono che il 2018 è stato altrettanto cosa ci riserva il 2019, cosa ci riserverà il 2020? Quali conseguenze ci saranno per il mondo del lavoro in un quadro economico di generale stagnazione? Soprattutto quante risorse occorrono per affrontare una domanda di lavoro e di reddito così abnorme. Abbiamo tre milioni di disoccupati, quasi sei milioni con una retribuzione assolutamente insufficiente, due milioni di scoraggiati. E’ tempo di terapie d’urto.

* Fonte: Claudio Mezzanzanica, IL MANIFESTO

Foto di WikiImages da Pixabay

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