Un gommone con 50 migranti lasciato senza soccorsi scompare nel Mediterraneo

L’SOS lanciato da Alarm Phone: «I libici non hanno risposto». E intanto l’Olanda blocca con un pretesto la nave di Sea Watch

Carlo Lania * • 3/4/2019 • Immigrati & Rifugiati • 305 Viste

L’ultima volta che è riuscito a contattare la piattaforma Alarm Phone è stato poco dopo le 22 di lunedì: «Ci hanno mandato la posizione Gps, ma la comunicazione si è interrotta», hanno spiegato ieri i volontari che lavorano al servizio telefonico di soccorso per i migranti. «Siamo riusciti a ricontattarli sono una volta, alle 22,02 e da quel momento nessun risponde al telefono».

L’allarme è per un gommone con bordo una cinquantina di persone, tra le quali anche donne e bambini, partito dalla Libia e del quale si sono perse le tracce quando si trovava a nord della città di Zuwara , ancora in acque territoriali libiche. Nonostante questo sarebbero però stati del tutti inutili, secondo Alarm Phone, i tentativi di allertare le autorità di Tripoli perché intervenissero in soccorso dei migranti. «Abbiamo cercato di contattare la cosiddetta Guardia costiera libica ininterrottamente, su diversi numeri di telefono e quando abbiamo informato l’Mrcc Roma della mancanza di risposta della Libia ci hanno passato un numero che avevamo già tentato diverse volte senza esito. La Guardia costiera italiana – è la conclusione di Alarm Phone – non ci fornisce né informazioni né ci dice se sono riusciti a contattare le autorità libiche.

Impossibile sapere che fine abbiano fatto le persone che si trovavano a bordo del gommone.

Da quando Alarm Phone ha twittato la notizia dell’imbarcazione in difficoltà l’unica nave di una ong ancora presente nel Mediterraneo centrale, l’Alan Kurdi della tedesca Sea Eye, ha cominciato le ricerche, rimaste però senza esito fino a ieri sera. «Succede sempre così: le notizie delle emergenze si sanno solo se a lanciare l’allarme è Alarm Phone oppure se c’è la nave di qualche ong pronta a intervenire. Altrimenti le autorità non dicono mai niente» accusa da Barcellona Riccardo Gatti, capo missione della ong spagnola Open Arms alla quale da mesi il governo di Madrid impedisce di riprendere il mare.

Solo nel pomeriggio di ieri una nota della Guardia costiera italiana ha reso noto di aver «immediatamente inoltrato» le informazioni ricevute al mattino da Alarm Phone alla Guardia costiera libica che – viene spiegato – ha assicurato l’avvenuta ricezione degli elementi forniti per le successive azioni di competenza».

A quanto pare, però, da Tripoli non sarebbe partita neanche una motovedetta alla ricerca del gommone. A chiarirlo è la stessa Guardia costiera libica che in serata rilascia a sua volta una nota in cui si polemizza con le ong senza dare nessuna informazione utile sulla sorte delle persone che si trovavano a bordo del gommone. «La segnalazione ricevuta era incompleta», ha detto l’ammiraglio Ayob Amr Ghassem, portavoce della Marina libica. «Abbiamo ricevuto un allerta da parte italiana in base al quale il gommone si sarebbe trovato 45 miglia a est di Zuwara e che gli italiani avevano ricevuto una richiesta di soccorso senza alcuna altra informazione. Abbiamo deciso di non rispondere a richieste illusorie e incomplete».

Solo quattro giorni fa Bruxelles ha ripetuto come la Libia non possa essere considerato un paese sicuro per i migranti, tanto che nessuna nave della missione europea Sophia vi ha mai riportato quelli tratti in salvo. Come se non bastasse, lo stesso concetto è stato ribadito ieri anche dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che fa capo all’Onu, che ha definito le condizioni dei campi in cui vengono detenuti «in maniera arbitraria» i migranti come «inaccettabili e disumane».

E’ da un anno ormai, da quando è cominciata la campagna di delegittimazione delle organizzazioni umanitarie, che gli Stati membri dell’Ue fanno di tutto per impedire alle navi delle organizzazioni umanitarie di essere presenti e testimoniare quanto avviene nel Mediterraneo. Dopo gli spagnoli di Open Arms, adesso tocca alla nave Sea Watch 3 della ong tedesca Sea Watch ma battente bandiera olandese. Pur di tenerla ferma a Marsiglia, dove la nave si trovava per lavori di manutenzione finiti ormai da tempo, il ministero per le Infrastrutture olandese ha varato un provvedimento – entrato i vigore ieri – che impone alle navi impegnate nelle operazioni di ricerca e salvataggio di attrezzarsi nel caso debbano ospitare a bordo i migranti per periodi lunghi come conseguenza della chiusura dei porti. «Non possiamo essere ritenuti responsabili delle situazioni disumane dello stallo in mare deliberatamente create dagli Stati membri», ha spiegato ieri il presidente di Sea Watch, Johannes Bayer. «Bloccare la nostra nave giustificandolo con timori per la ’sicurezza’ è un argomento illogico quando l’alternativa è che le persone siano lasciate affogare».

* Fonte: Carlo Lania, IL MANIFESTO

 

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