Biodiversità. Pianeta a rischio, una specie su otto potrebbe estinguersi

Onu. La denuncia del «Rapporto globale sulla biodiversità e i servizi ecosistemici» presentato a Parigi alla riunione planetaria dell’Ipbes. Per gli scienziati Onu,

Luca Martinelli * • 7/5/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Studi, Rapporti & Statistiche • 204 Viste

La biodiversità sulla Terra non è mai stata così a rischio. Un milione tra piante e animali potrebbero estinguersi da qui a pochi decenni: significa una specie ogni 8, tra quelle conosciute. La denuncia è contenuta nel Rapporto globale sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, presentato a Parigi a margine della 7° riunione plenaria dell’Ipbes (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), un comitato scientifico indipendente parte della Convenzione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite.

L’assemblea si è chiusa il 4 maggio e il comunicato dell’Ipbes presenta toni allarmistici: è unprecedented, «inedito» il declino della natura, mentre il tasso delle estinzioni sta pericolosamente accelerando («accelerating»), e ormai è decine o centinaia di volte superiore a quello medio registrato negli ultimi 10 milioni di anni.

Rischiano di sparire per sempre il 40% di tutte le specie anfibie, e circa 500 mila specie terrestri, il 9% del totale, che presentano «habitat insufficienti per una sopravvivenza di lungo periodo, a meno di interventi di ripristino».

I dati presentati dagli scienziati che hanno curato il rapporto, 145 esperti di 50 Paesi, lavorando per tre anni e ricevendo input da altri 310 autori, sono abbastanza chiari nell’individuare una delle cause principali di ciò che sta avvenendo: siamo noi. «Il 75% della superficie terrestre, e il 66% degli ecosistemi marini, sono “severamente alterati” dalle azioni dell’uomo». Sir Robert Watson, che guida Ipbes, è abbastanza severo e netto nella sua analisi: «Stiamo erodendo le basi su cui poggiano la nostra economia, i nostri mezzi di sostentamento, la nostra sicurezza alimentare, la salute e la qualità della vita in tutto il mondo».

Di numeri che lasciano senza parole, indicatori di questa grave situazione, il rapporto è pieno. Ne scegliamo alcuni: l’85% delle superfici umide sono andate perse tra il 1970 e il 2000, e ad oggi il tasso di riduzione è triplo rispetto a quello della deforestazione; un terzo delle specie di pesci sono sfruttate a un livello insostenibile; la foresta vergine (identificata come una superficie maggiore di 500 mila chilometri quadrati senza pressione umana) si è ridotta del 7% tra il 2000 e il 2013; i conflitti per il controllo di risorse fossili, riserve d’acqua, cibo o terra sono ben 2.500; di qui al 2050 sono in progetto almeno 25 milioni di chilometri di nuove strade asfaltate, quelle che «spezzano» l’habitat animale. Ancora: tra il 2009 e il 2013, il peso del turismo, in termini di «impronta delle emissioni», è cresciuto del 40%, e ormai l’8% del totale delle emissioni di gas climalteranti dipendono dalla domanda di trasporto e cibo dei turisti.

L’ultimo Rapporto globale Ipbes prima di quello appena presentato era del 2005. Questo documento rappresenta, quindi, la prima sintesi integrale che misura e dà conto di quella che viene definita «la sesta estinzione globale», parafrasando i titoli di alcuni libri usciti tra il 2014 e il 2015 e firmati da Elizabeth Kolbert e da Richard Leakey e Roger Lewin.

«La biodiversità e la natura rappresentano un’eredità comune e anche la “rete di sicurezza” più importante per supportare la vita. Oggi questa nostra sicurezza è vicina al punto di rottura», sottolinea la professoressa Sandra Díaz, che ha coordinato la stesura del rapporto con i colleghi Josef Settele e Eduardo S. Brondízio. «La diversità all’interno di una specie, tra speci diverse e all’interno degli ecosistemi sta declinando velocemente, anche se abbiano ancora le risorse per assicurare un futuro sostenibile all’essere umano e al Pianeta».

Serve, però, modificare rapidamente alcuni comportamenti. «Dobbiamo vivere sulla Terra diversamente», commenta Audrey Azoulay, direttore generale dell’Unesco: «Le generazioni presenti hanno il dovere di lasciare in eredità a quelle future un Pianeta non danneggiato in modo irreversibile». Intervistato a marzo dall’Huffington Post, il professor Watson di Ipbse aveva riassunto così lo stato delle cose: «La degradazione dei suoli, la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico sono tre facce di una stessa sfida da affrontare: l’impatto sempre più pericoloso delle nostre scelte quotidiano sulle salute della Terra». In Occidente potremmo partire riconsiderando la nostra dieta: il 33% delle superficie terrestre, e il 75% delle risorse di acqua, sono utilizzate per la produzione di cibo o per l’allevamento.

* Fonte: Luca Martinelli, IL MANIFESTO

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