Caserta. Richiedenti asilo, l’ex Canapificio manifesta contro i tagli del Viminale

Sprar. Gli attivisti, con le suore di Casa Rut e l’amministrazione, gestiscono uno Sprar da 200 posti

Adriana Pollice * • 23/5/2019 • Immigrati & Rifugiati • 212 Viste

C’è voluto il Tar di Reggio Calabria per riammettere il comune di Riace nel sistema di protezione per i richiedenti asilo, e ieri l’Ex Canapificio ha tenuto una conferenza stampa e domani pomeriggio sarà in corteo a Caserta per combattere contro i continui tentativi di cancellare un’esperienza che, fino all’anno scorso, era citata dal Viminale come «buona prassi».

GLI ATTIVISTI GESTISCONO con l’amministrazione di Caserta e le suore di Casa Rut uno Sprar da 200 posti in accoglienza diffusa con scuola di italiano, attività sociali e tirocini formativi che hanno portato all’assunzione nel 18% dei casi (la media italiana è del 6%), favorendo l’emersione dall’irregolarità di circa 10mila persone.

Ma da quando Matteo Salvini è diventato ministro dell’Interno più che fare accoglienza sono costretti a difendersi. Prima sono arrivati i ripetuti attacchi social da parte del leader leghista, poi i controlli senza alcun esito negli alloggi affittati per ospitare i migranti, quindi il 12 marzo i sigilli per «carenze strutturali» all’ex capannone industriale (il vecchio canapificio appunto) dove c’è la sede legale, si tenevano gli sportelli informativi e i corsi. L’edificio è di proprietà della regione Campania, che avrebbe dovuto provvedere ai lavori. Anche la vertenza con l’ente regionale pare adesso avviata a soluzione.

L’ARMA FINALE è stata bloccare i finanziamenti: «Ci sono fondi per 660mila euro relativi al 2018 incomprensibilmente bloccati al ministero dell’Interno – ha spiegato Mimma D’Amico – nonostante siano stati regolarmente certificati e vidimati dai revisori dei conti del comune. Tutte le amministrazioni che hanno attivi progetti Sprar sono state pagate entro i primi dieci giorni di marzo, noi ancora aspettiamo il saldo finale dell’anno scorso. Per andare avanti abbiamo contratto dei debiti con le banche, che ci hanno anticipato i soldi. Temiamo dunque che la prima tranche di quest’anno, di oltre 600mila euro, il cui pagamento è previsto per giugno, quando arriverà servirà a poco».

NON SI SONO MAI ARRESI finora. Quando la sede è stata sequestrata hanno montato un gazebo e tenuto all’aperto lo sportello di sostegno al reddito, le scuole di italiano e informatica.

Nei giorni di pioggia si sono fatti ospitare da altre associazioni. Hanno continuato a mandare avanti il Pedibus, cioè il servizio di accompagnamento a piedi dei bambini a scuola svolto dai ragazzi ospiti dello Sprar: «Le persone si conoscono, si creano legami e rapporti di fiducia, le famiglia affidano i propri figli ai nostri richiedenti asilo». La gestione dell’accoglienza è stata così virtuosa da ottenere per due anni premi in danaro dal Viminale: due bonus da 150mila euro l’uno che sono stati girati al comune (ente in dissesto) affinché pagasse i buoni per l’acquisto dei libri scolastici alle famiglie casertane.

Anche la vicenda della sede sembra essere avviata a soluzione: in attesa che la regione faccia i lavori necessari, l’associazione si sposterà nel capannone attiguo, in buone condizioni. Domani pomeriggio il corteo terminerà proprio lì per avviarne la sistemazione. Sforzi inutili se, intanto, il ministero li strozza non erogando i fondi. Il sospetto è che si punti al loro fallimento visto che il progetto in corso scade a fine 2019, in modo da non rinnovarlo. Sarebbe uno «schiaffo del Viminale al comune, che finora ha gestito un ottimo progetto grazie alla rete di attivisti, aziende, cittadini, associazioni e alle suore di Casa Rut, che aiutano le donne a liberarsi dalla tratta», ha concluso D’Amico.

POI C’È MARIO INFANTE, parte di una rete di sei piccole aziende agricole del territorio tra Sant’Agata dei Goti, Acerra e Alvignano, che forniscono frutta e verdura allo Sprar: «L’ex Canapificio si è rivolto a noi invece di andare alla grande distribuzione e così ci ha salvato» ha spiegato. Ma da due mesi, causa blocco dei fondi, non vengono pagate. In arretrato anche i fitti dei 23 appartamenti, gli stipendi dei 40 lavoratori del progetto e le borse lavoro per i tirocini dei richiedenti asilo, molto richiesti dalle aziende della zona. La comunità casertana e le comunità migranti si sono offerte di autotassarsi e hanno fatto appello a chi può aiutare: «Non accettiamo di chiudere per agonia».

* Fonte: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

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