Dati Istat: usciamo dalla recessione, ma per restare in stagnazione

L’Istat parla di un «sostanziale ristagno del Pil» allo 0,2%, il governo celebra la «crescita». Il tasso disoccupazione cala al 10,2%, inferiore solo a quelli di Grecia (18,5%) e Spagna (14%). La crescita stagnante è trainata dal precariato

Roberto Ciccarelli * • 1/5/2019 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 276 Viste

A marzo l’economia italiana ha segnato un moderato recupero che ha interrotto la debole discesa registrata nei due trimestri precedenti. Un anno caratterizzato da una fase di sostanziale ristagno del Pil il cui livello risulta essere pressoché invariato rispetto a quello di inizio 2018. Conte: “L’Italia torna a crescere, ciò dimostra la bontà della manovra economica”. Tria: “Questi dati testimoniano la solidità dell’economia”

Usciamo da una recessione «tecnica» per restare in stagnazione. La notizia, nei dati resi noti ieri dall’Istat, è questa: dopo due trimestri consecutivi in calo il Prodotto interno lordo (Pil) si è fermato e ha messo la testa fuori dall’acqua con un più 0,2 per cento. Stima provvisoria e finalmente coerente con le previsioni dello stesso governo Lega e Cinque Stelle nel Documento di Economia e finanza (Def). Dopo il carnevale di numeri, si è verificata una congiunzione astrale tra le fantasie dei pentaleghisti e la stima fissata, all’unanimità, da Bankitalia, Commissione Ue, Ufficio parlamentare di bilancio. Così come sembra essere verificata la coincidenza tra le stime dell’Istat e del governo sulla crescita acquisita del Pil per il 2019 che resterà allo 0,1% se i prossimi tre trimestri si chiuderanno con una variazione nulla rispetto a quella emersa tra gennaio e marzo.

È sufficiente leggere il commento dell’Istat alla stima preliminare del Pil del terzo trimestre 2019, stampato nella prima pagina e pubblicato nel report di ieri, dove si parla di «sostanziale ristagno del Pil». In queste dieci righe scarse si legge inoltre che la stima è il risultato di un anno dove la tendenza è risultata pressoché «invariata».

Quelli che stanno nel Palazzo ieri non lo hanno fatto. Sarà che si sono riscoperti «di sinistra», sarà che oggi è primo maggio, sarà anche che tra 25 giorni si vota e bisogna riprendere qualche voto, ma il premier Conte, i vice Di Maio e Salvini, seguiti da capi di stato maggiore, o meno, hanno celebrato la «crescita» in un trimestre i cui dati confermano invece la stagnazione. «Dimostra la bontà della nostra manovra economica – ha detto Conte che ha formulato la profezia sulla «ripresa incredibile» e «l’anno bellissimo». «I dati sbugiardano il catastrofismo sulle misure del governo» hanno sostenuto i senatori M5s della X Commissione Industria, Commercio e Turismo. Il ministro dell’economia Tria è sembrato il più entusiasta di tutti, ma forse il suo è stato solo un sollievo. «Abbiamo quasi integralmente recuperato la caduta del Pil registrata nella seconda metà del 2018 ha detto in maniera singolare il ministro che aveva previsto la crescita all’1 per cento solo nel dicembre scorso. Cinque mesi dopo è allo 0,2%. Di questo colossale abbaglio ieri nessuno ha dato conto.

Confusione ancora maggiore è stata generata a partire dalle stime sull’occupazione. E non poteva essere altrimenti in un paese che ha un serio problema di comprensione dei dati del mercato del lavoro. Secondo il ministro del lavoro e sviluppo Di Maio l’aumento dei dipendenti permanenti di 44 mila unità e degli indipendenti (+14 mila) registrato a marzo 2019 sarebbe dovuto al «Decreto Dignità», la misura che ha operato una modesta manutenzione sulla durata e le proroghe dei contratti a termine liberalizzati da Renzi e dal Pd con il «Jobs Act-Decreto Poletti». Non è escluso che la crescita congiunturale del lavoro «fisso» sia dovuto anche a una trasformazione dei contratti a termine generata dal decreto che, tra l’altro, ha reintrodotto i voucher in alcuni settori. La tendenza è stata registrata dall’Inps che misura il numero dei contratti. Trasformazioni a parte, l’aumento potrebbe anche essere stato generato dall’onda lunga della fine degli incentivi triennali garantiti dal Jobs Act che scadevano proprio nel 2018 o da altri pacchetti di incentivi esistenti al Sud. L’aumento a marzo potrebbe essere dovuto a un effetto di trascinamento in un’economia dove cresce solo l’export a, mentre la domanda interna resta negativa. Gli effetti sull’occupazione si vedono. Ieri i Cinque Stelle hanno celebrato anche il modestissimo primato del tasso di occupazione che è tornato al 58,9% della popolazione, livello massimo dall’inizio della crisi ad aprile 2008.

Non è niente di nuovo: il «record» era stato già eguagliato l’anno scorso sotto il governo Gentiloni. Nella confusione di una giornata sopra le righe è sfuggito, si fa per dire, il dato strutturale: questo tasso è il penultimo in Europa, dove la media è 67.9%. In un rapporto pubblicato a febbraio da Istat, Inps, Inail, Anpal e Ministero del lavoro è stato calcolato che servirebbero 3,8 milioni di occupati in più per raggiungere l’attuale livello europeo di occupazione. Nulla di tutto questo sta accadendo in Italia dove si assiste a una crescita occupazionale definita a bassa intensità lavorativa che può essere descritta così: più precari occupati, per meno ore, e pagati sempre peggio.

Ma il dato che più di tutti racconta la realtà è quello sui contratti a termine creati nell’ultimo anno che si trova in una tabella a pagina 4 dell’altro report reso noto ieri dall’Istat sull’occupazione. E sul quale la sintesi in prima pagina ha sorvolato, visto che a marzo sono risultati «stabili». Tra marzo 2018 e marzo 2019 la «nuova» occupazione creata dal lavoro precario a termine: +2,2 per cento, 65 mila unità, per un totale di 3 milioni e 34 mila unità. E, sorpresa, il lavoro «permanente» risulta «stabile» e, anzi, in termini assoluti diminuisce.
L’opposto della propaganda. Un dato essenziale per capire che la crescita è stagnante ed è trainata dal precariato.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Image by Gerd Altmann from Pixabay

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