Fabbriche di morte. Berlino, blitz dei pacifisti all’assemblea RWM

Europa/Golfo. Protesta contro il colosso tedesco che vende all’Arabia saudita le bombe usate in Yemen. Banca Etica, da azionista, chiede conto dei nuovi reparti produttivi a Domusnovas, in Sardegna

Madi Ferrucci * • 29/5/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi • 195 Viste

BERLINO. Come ogni anno il colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall ha riunito i suoi azionisti nella sala centrale dell’hotel Maritim di Berlino per presentare il bilancio aziendale e rispondere alle domande dei partecipanti.
Rheinmetall è la casa madre dell’azienda Rwm Italia, con sede a Domusnovas in provincia di Cagliari, che da anni fabbrica sul territorio italiano bombe della serie Mk80, destinate ad armare i sauditi nella guerra a colpi di bombardamenti contro i ribelli sciiti Houthi in Yemen.

L’inizio dell’assemblea degli azionisti era previsto per le dieci ma nella sala consiliare una cinquantina di attivisti hanno sfoderato striscioni e inneggiato cori contro la guerra di fronte al tavolo degli amministratori. La sicurezza è stata presa di sorpresa dal blitz e hanno impiegato più di un’ora per trascinare fuori di peso tutti gli attivisti.

In rappresentanza italiana ha partecipato all’assemblea di ieri Mauro Meggiolaro di Banca Etica, l’unica banca italiana che per statuto non investe in armi e azionista di Rheinmetall. All’ad dell’azienda, Armin Papperger, Meggiolaro ha chiesto se rientrasse nei piani aziendali la riconversione a usi civili della fabbrica.

Altre domande hanno riguardato la decisione di ampliare Rwm con altri due reparti produttivi e il ricorso al Tar Sardegna presentato dalle associazioni pacifiste lo scorso gennaio. L’azienda dovrà presentarsi all’udienza il prossimo 19 giugno. Secondo il ricorso, la domanda di ampliamento è stata spezzettata in 12 richieste diverse per eludere la Valutazione di Impatto Ambientale da parte del ministero dell’Ambiente.

L’altra annotazione riguarda l’ultimo piano di emergenza per lo stabilimento industriale, scaduto e mai divulgato alla popolazione. Infine, si contesta l’opportunità di realizzare un campo prove per i materiali esplosivi a ridosso della zona di importanza comunitaria Monte Linas Marganai. Le risposte di Rheinmetall a Banca Etica sono state a dir poco elusive. Sul ricorso al Tar non una parola: l’azienda ritiene di rispettare la legge e non si giudica responsabile delle decisioni dei governi verso cui esporta.

Proseguono anzi gli investimenti in Italia, per un totale di sei milioni di euro negli ultimi due anni. Fuori discussione anche la possibilità di una riconversione della fabbrica: «Rwm è già piena di ordini e per obblighi contrattuali dovrà tenere aperto lo stabilimento per gli anni avvenire».

In questa affermazione c’è un fondo di verità. L’ordine da 411 milioni ricevuto dall’Arabia saudita nel 2016 sarà smaltito verosimilmente solo nel 2023, stando alla capacità produttiva della fabbrica che in media non supera i 55 milioni l’anno. Nel 2018, secondo l’Agenzia delle Dogane, da parte dell’Italia ci sono state consegne verso l’Arabia saudita per 108,7 milioni di euro, di cui 42 milioni attribuibili alle bombe prodotte dalla Rwm, risalenti all’autorizzazione del 2016.

Il Movimento Cinque Stelle insiste sulla necessità di riformare la legge 185/90 che regola l’esportazione delle armi, ma secondo l’esperto Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) «la legge italiana e il Trattato Onu sul commercio di armi offrono già gli strumenti giuridici per sospendere le esportazioni. La Legge 185 del 1990 all’articolo 15 permette di revocare e sospendere una licenza di esportazione: è sufficiente un decreto del ministero degli Esteri. Non è necessaria alcuna modifica alla legge e chi invoca questa necessità temo stia solo cercando di nascondere la mancanza di volontà politica da parte del governo di fermare le esportazioni ai sauditi».

* Fonte: Madi Ferrucci, IL MANIFESTO

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