Lo spread tocca quota 290, ma il ministro dell’Interno «se ne frega»

Il ministro dell’Interno pensa che ignorare i mercati paghi. Tria e Conte minimizzano: nessun allarme. Braccio di ferro sul nuovo decreto sicurezza leghista. Toninelli: «Valuteremo dopo le elezioni»

Andrea Colombo * • 16/5/2019 • Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 344 Viste

Pressata dai mercati, la rissa elettorale tra i duellanti della maggioranza si estende alla politica economica. Spread a 284 punti base, un po’ peggio del giorno precedente, ma nel corso della giornata aveva a tratti sfondato quota 290. Matteo Salvini «se ne frega» e lo ripete per tutto il giorno: «Non sono preoccupato. Con tutto il rispetto per lo spread vengono prima il diritto degli italiani al lavoro, alla vita e alla salute».

A ESSERE IL SOLO che non si straccia le vesti per i punti base il leghista ci gode. E’ convinto che elettoralmente la posizione paghi e in questo momento la preoccupazione per il responso delle urne nella Lega è alta. I leghisti sono convinti che i sondaggi della vigilia siano stati gonfiati ad arte per imporre una valutazione psicologica che li vedrebbe sconfitti se non raggiungessero il 30%. L’asticella è quella e pur di raggiungerla Salvini è pronto a tutto. Considera una fiammata di spread il minimo della pena.
Di Maio nutre preoccupazioni identiche. Per uscire dalla prova con l’alloro deve avvicinarsi al 25% e la strada è rimbeccare l’alleato-rivale in ogni occasione, sposando ogni volta la posizione opposta. E se per questo capita di doversi rimangiare un centinaio di dichiarazioni precedenti poco male. Quindi ecco il leader dei 5 Stelle rimuginare dolente e pensoso per le fibrillazioni indotte sui mercati dal reprobo, «ma io voglio far aumentare salari minimi e stipendi non lo spread».

Con i mercati di mezzo, però, la faccenda esula dal perimetro delle sceneggiate elettorali, impone pronunciamenti anche al ministro dell’Economia e al capo del governo. Tria parla di «nervosismo ingiustificato» e smentisce il ministro degli Interni sull’eventuale sforamento del 3% e del rapporto debito/Pil, garantendo che «gli obiettivi sono quelli del Def». Conte minimizza, «aumento dello spread dovuto alla competizione elettorale», ma anche lui assicura che il suo governo «porterà a termine la legislatura tenendo in ordine i conti». Salvini o non Salvini.

SOLO SU UN PUNTO gli alleati divisi su tutto il resto parlano la stessa lingua: l’aumento dell’Iva non ci sarà. Per la verità Conte si lascia sfuggire che evitare il fattaccio «sarà complicato» e c’è chi intende il messaggio come prologo alla resa sul fronte dell’Iva. Tanto che lo stesso premier deve poi specificare: «Ce la faremo certamente». Unità fittizia. La divaricazione anche sulla legge di bilancio è già vistosa.

Ma la politica economica è storia di domani e Salvini ha bisogno di una carta forte da giocare subito. Quella carta è il decreto sicurezza bis, condito con il perenne ritornello su sbarchi e ong, incarnati in questo caso dai naufraghi salvati ieri dalla Sea Watch. L’obiettivo è chiaro: costringere i pentastellati ad appoggiare il suo decreto, deturpando così agli occhi dell’elettorato di sinistra un’immagine appena restaurata grazie agli strilli antifascisti, oppure offrire al leghista lo strumento per accusarli di aver tradito il contratto e di essere ormai uguali in tutto al Pd, sull’immigrazione come sulla fedeltà ai parametri europei.

I 5 STELLE VEDONO bene la trappola ma per tirarsene fuori hanno una sola arma: rinviare. Il ministro Danilo Toninelli si cimenta: «Abbiamo già i decreti Sblocca cantieri e crescita in discussione. Dopo le elezioni e l’approvazione di questi decreti valuteremo il Sicurezza bis, stando attenti a tutti i livelli del diritto». A rimandare senza chiasso, però, il leghista non ci pensa per niente: «La lotta alla Camorra non conosce pause elettorali. Le coperture ci sono». Un primo successo lo ha ottenuto. Il decreto sarà oggi in pre-consiglio dei ministri e la riunione del cdm di lunedì prossimo pare ormai certa. Ma se sul tavolo ci saranno i pezzi forti su cui punta la Lega, il decreto in questione e il nodo cruciale delle autonomie, è invece del tutto incerto e che si arrivi a chiudere le due partite a un passo dall’apertura delle urne è quanto meno poco probabile. Sino a quel momento, peraltro, la guerra resterà virtuale.
Il problema si porrà quando, un attimo dopo la chiusura delle urne, dalla messa in scena elettorale si dovrà passare alla realtà e Salvini, salvo retromarce totali dei 5S, dovrà decidere se tenere in piedi il governo che lui stesso definisce «senza alternative» oppure liquidarlo. Come il suo partito gli chiede di fare.

* Fonte: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

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