Migranti. Barcone naufraga nell’Egeo, muoiono in nove, cinque sono bambini

Altre cinque persone che erano a bordo, tra le quali un bambino, sono state tratte in salvo al largo della località turca di Ayvalik

Adriana Pollice * • 4/5/2019 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 176 Viste

Almeno nove migranti, quattro donne e cinque bambini, hanno perso la vita ieri nel mar Egeo durante il naufragio di un barcone colato a picco mentre era diretto verso l’isola greca di Lesbo. Altre cinque persone che erano a bordo, tra le quali un bambino, sono state tratte in salvo al largo della località turca di Ayvalik. La Guardia costiera è intervenuta coprendo la zona ovest dell’isolotto disabitato di Ciplak, nella provincia di Balikesir, nel tentativo di ritrovare tre dispersi. Un siriano di 37 anni aveva già perso la vita in mare più a sud, al largo di Bodrum.

L’Ue ha provato a blindare la rotta attraverso la Turchia con l’accordo sottoscritto con Ankara nel 2016. Quest’anno gli attraversamenti sono calati del 17,6% rispetto allo stesso periodo del 2018 ma, nel tentativo di passare, si continua a morire. Ieri sono venuti alla luce i corpi di nove uomini assiderati nella provincia di Van: lo scioglimento delle nevi ne ha restituito le spoglie. Dall’inizio del 2019, le autorità turche hanno fermato 80 mila migranti: «Se l’Europa può vivere in pace – ha commentato il presidente Recep Tayyip Erdogan – è grazie alla Turchia che ospita 4 milioni di rifugiati».

L’obiettivo è fermare il flusso dai Balcani ma anche dal Mediterraneo centrale. «Operazione di cattura e deportazione verso la Libia»: così Mediterranea saving humans ha descritto i due eventi Sar che si sono verificati giovedì scorso. Racconta Alessandra Sciurba, coordinatrice del team legale: «Aerei militari europei della missione EunavforMed Sophia, sicuramente delle forze aeree di Malta (ma sulla zona volavano anche aerei italiani), hanno collaborato fornendo indicazioni alla motovedetta libica di una delle milizie di Misurata, perché adesso è chiaro a tutti che non si può definirla Guardia costiera, per un’operazione di cattura e deportazione».

La motovedetta ha intercettato due gommoni con a bordo, rispettivamente, circa 80 e 100 persone riportate nella stessa zona di guerra da cui cercavano di fuggire. «La nostra è una missione di monitoraggio delle violazioni dei diritti nel Mediterraneo – ha proseguito Sciurba -, possiamo documentare quello che è successo giovedì perché eravamo in mare e abbiamo ascoltato l’alert sul canale Vhf. Eravamo nella zona di Zarzis quando abbiamo intercettato le comunicazioni tra l’aereo maltese e i libici. Ci siamo diretti verso il gommone dando la disponibilità a intervenire ma eravamo a sette ore di distanza. A qualche decina di miglia abbiamo assistito a una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali e delle Convenzioni internazionali che li proteggono».

Mediterranea giudica altrettanto grave la mancanza di chiarezza da parte del Centro di coordinamento di Roma: «Li abbiamo contattati insieme a La Valletta, che non ha mai risposto. Da Roma nessuno ha dichiarato chiuso l’evento Sar, ci hanno scritto che i naufraghi sono “presumibilmente” in Libia; che “entrambi gli eventi sono stati coordinati e gestiti dalle autorità libiche, da un assetto navale che starebbe rientrando in porto”; che gli eventi “sarebbero originati da un velivolo di Malta”». Perché tutti questi condizionali? «Per non assumere alcuna responsabilità formale difronte al fatto che c’è stata una collaborazione dei paesi Ue nella cattura e respingimento di migranti in fuga dalla guerra verso lo stesso teatro di guerra – conclude Sciurba -. È necessario chiarire quale livello di coordinamento esiste con le milizie libiche. Le Ong sono le uniche che rispettano il diritto e i diritti mentre gli stati europei li calpestano sistematicamente nella gestione dei soccorsi in mare».

Se ieri il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha ripetuto «più mi processano e più blocco i barconi», il presidente della Camera Roberto Fico ha detto con chiarezza: «La Libia non è uno stato sicuro, è gestito soprattutto da mercenari e pensare che possa essere un porto sicuro per un cittadino che scappa da fame, guerra o desertificazione è una boutade enorme».

* Fonte: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

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