Porto di Genova, i camalli si ribellano: «Boicottiamo la nave delle armi»

Porto di Genova, i camalli si ribellano: «Boicottiamo la nave delle armi»

«Boicottiamo la nave delle armi». Quello che sta succedendo a Genova in queste ore è una novità rilevantissima. Tutta la Compagnia unica dei camalli del porto ha preso una posizione intransigente sull’arrivo della nave saudita Bahri Yanbu: «Non deve arrivare a Genova, non devono essere imbarcate armi».

La mobilitazione è partita mercoledì con le notizie provenienti dalla Francia e andrà avanti oggi con un’assemblea pubblica alle 18 alla sala Chiamata del porto che sancirà l’unità fra le posizioni dei lavoratori e delle ong impegnate per il disarmo e la denuncia della posizione italiana rispetto alla guerra in Yemen. Un’alleanza inedita per un mondo del lavoro sempre più diviso e reso egoista dalla guerra fra poveri per un salario quale che sia.

Gli ultimi aggiornamenti sull’attracco della nave e sulla posizione delle autorità portuali complicano la situazione. Se inizialmente la Bahri Yanbu era attesa per domani, ora – anche tramite la geolocalizzazione – l’attracco è previsto lunedì. Nel frattempo l’agenzia marittima (l’agente di stanza a Genova che aiuta l’armatore saudita) ha tentato di rassicurare camalli e sindacati: «La nave non trasporta armi».

Nessuno ci crede, però. E in attesa di una comunicazione ufficiale dell’Autorità portuale – «Abbiamo chiesto il manifesto di carico della nave», spiegano i camalli – la mobilitazione va avanti con l’intervento del prefetto mentre non si esclude di chiedere un’ispezione al momento dell’attracco.

«La stessa nave della stessa compagnia saudita era attraccata a ottobre scorso e ci avevano spiegato che le armi che c’erano non erano destinate alla guerra in Yemen. È chiaro che stavolta non accetteremo una cosa del genere e siamo tutti d’accordo», ci racconta Luigi Cianci della Compagnia unica dei camalli del porto di Genova.

Erano 8mila nel 1987, ora sono mille. Ma non hanno perso la loro storia e le loro radici. «Durante la guerra del Vietnam bloccammo l’attracco alle navi americane e nel 1971 organizzammo una nave di aiuti alla popolazione vietnamita. E così facemmo durante la guerra del Golfo. Questi valori, questo patrimonio di sapere sono stati tramandati di padre in figlio e anche se siamo molti di meno oggi e vogliamo difendere il nostro lavoro, non lo facciamo a tutti i costi: la guerra in Yemen è una delle più grandi catastrofi umanitarie degli ultimi anni con numeri spaventosi: 60mila uccisi, 90mila bambini morti per malnutrizione, un milione di persone coinvolte dall’epidemia di colera. Abbiamo spiegato queste cose ai nostri soci e ai nostri lavoratori e sono stati tutti d’accordo sul boicottaggio».

La strategia è molto semplice e allo stesso tempo decisa: «Vogliamo creare un precedente che ci permetta di evitare di ritrovarci in questa situazione: le navi con armi non devono arrivare a Genova». Lo slogan trovato è efficace e fa da controcanto a quello del ministro Salvini: «Porti chiusi alle armi, porti aperti ai migranti».

L’esempio dei colleghi di Le Havre è stato decisivo. «Stavamo tenendo la riunione dei delegati quando sui telefonini è partito un tam tam su Whatsapp su quello che stava succedendo in Francia alla nave che poi sarebbe arrivata a Genova – ci spiega Enrico Poggi, segretario della Filt Cgil di Genova – Ne abbiamo discusso subito e abbiamo preso posizione siamo come Filt Cgil che come Camera del lavoro di Genova seguiti subito dopo dalle ong. Sappiamo che in Francia dovevano caricare altre armi e i nostri colleghi di Le Havre l’hanno impedito mentre Macron è stato costretto a precisare che quelle armi erano sì per l’Arabia saudita ma non sarebbero finite in Yemen in modo tutt’altro che convincente».

«Noi ci appelliamo quindi ai trattati internazionali firmati dall’Italia sul commercio delle armi e alle parole del presidente Conte sullo Yemen – continua Poggi – Aspettiamo la presa di posizione del sindacato internazionale Etf, ma continuiamo la nostra battaglia in modo intransigente: porti aperti alle persone, non alle guerre».

Unica nota stonata: la presa di posizione fino a ieri era della sola Cgil. Cisl e Uil non hanno voluto farlo sia a livello di categoria che di confederazione. Il sindacato unico sulle questioni del disarmo è ancora lontano.

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

 



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