Stato Sociale 2019. «Il welfare aziendale toglie fondi alla sanità pubblica»

Alla presentazione annuale del rapporto alla Sapienza critiche a Quota 100 e Reditto: «È ancora austerità». Tridico: aiutiamo 3 milioni di persone

Massimo Franchi * • 30/5/2019 • Lavoro, economia & finanza, Salute & Politiche sanitarie, Studi, Rapporti & Statistiche, Welfare & Politiche sociali • 524 Viste

Un momento particolare per lo Stato sociale in Italia strattonato fra sedicente Reddito di cittadinanza e Quota 100 da una parte e welfare contrattuale e sue conseguenze dall’altra.

E COSÌ LA PRESENTAZIONE dell’annuale Rapporto sulla materia all’aula magna della facoltà di economia della Sapienza riunisce personaggi del calibro del presidente della camera Roberto Fico e l’appena nominato presidente dell’Inps Pasquale Tridico mentre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella manda un caloroso messaggio in cui sottolinea come «lo stato sociale viene, in questi anni, sottoposto a continue tensioni, ed è necessario evitare che tutti i profondi cambiamenti che hanno investito la nostra struttura sociale ed economica si trasformino in esclusione ed emarginazione».

Di Maio dà forfait per i noti problemi, ma il dibattito sulle quasi 500 pagine di Rapporto curato come al solito da Felice Roberto Pizzuti, professore ordinario e direttore del master in Economia pubblica, e quest’anno incentrato sul tema «welfare pubblico e welfare occupazionale». E d è proprio illustrando i numeri – e le conseguenze – del sempre più esteso welfare contrattuale che Pizzuti dispiega le novità più interessanti del volume. «Il welfare contrattuale è uno sconto fiscale per le imprese che hanno anche il vantaggio della fidelizzazione del proprio dipendente». L’utilizzo di aumenti contrattuali pagati tramite fondi defiscalizzati che i dipendenti utilizzano soprattutto per la sanità privata tolgono poi risorse alla sanità pubblica, stimati in oltre 2 miliardi.

SE IL VICEPRESIDENTE di Confindustria Maurizio Stirpe ha contestato i dati e la lettura di Pizzuti, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha risposto invitando tutti al «pragmatismo». «Anch’io sarei più contento che gli aumenti salariali fossero reali e per far questo da tempo propongo di detassare gli aumenti dei contratti nazionali, ma oggi se vado da un lavoratore e gli chiedo: ti vanno bene 100 euro da usare nella sanità privata tassati al 10 per cento? Lui risponde sì». Sulle conseguenze negative in fatto di sanità pubblica Landini rilancia una sua proposta: «Prevedere che i fondi integrativi facciano convenzioni con il sistema sanitario nazionale nelle varie regioni per favorire la sanità pubblica».

LA CHIOSA DI PIZZUTI sul tema è condivisa (non da Stirpe): abolire le leggi che detassano il welfare occupazionale e aumentare realmente i salari.
Mentre il presidente dell’ufficio parlamentare di bilancio (Upb) Giuseppe Pisauro lancia l’allarme tributario sul prossimo frutto avvelenato delle defiscalizzazioni salariali: «Succede la stessa cosa con la tassazione dei premi di risultato che hanno una aliquota al 10 per cento. Per le imprese basta alzare la quota di Premio rispetto al salario complessivo per risparmiare moltissime tasse».

Passando alla prima manovra del governo del cambiamento Pizzuti non è stato tenero. «La manovra si mantiene nel solco della austerità espansiva, che è fallita in tutta Europa, senza risolvere con Reddito di cittadinanza e Quota 100 il problema della lotta alla povertà e di un sistema previdenziale iniquo». a flessibilità in uscita dal mercato del lavoro introdotta con quota 100 «sarà usufruita verosimilmente da un numero limitato di lavoratori visto che le domande al 30 aprile erano solo 116mila con circa il 20 per cento bocciate mentre il governo ha stimato 360mila uscite nel 2019 per 4,8 miliardi di costo». Pizzuti poi torna a rilanciare l’allarme sulla «bomba sociale» per le pensioni future di precari e giovani proponendo il pagamento dei contributi da parte dello stato per i mesi di non contribuzione per una futura «pensione di garanzia».

SE SU QUESTO FRONTE il presidente dell’Inps Pasquale Tridico si appella alla quasi inutilizzata «pensione di cittadinanza», la difesa del reddito di cittadinza – anche se ammette sia più un reddito minimo che di cittadinanza» – è più motivata: «Le domande pervenute sul Reddito di cittadinanza sono, ad oggi, 1,2 milioni. Su queste, il tasso di rifiuto è del 25-27%. Sono tre milioni gli individui raggiunti, molto più del Rei. Reputo che questo sia uno strumento fondamentale per la coesione e per lo Stato sociale italiano. Rappresenta un passo di civiltà importante», conclude.

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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