Al G20 di Osaka fotografia di gruppo con assassino

Osaka. I potenti del mondo alla corte del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman

Alberto Negri * • 30/6/2019 • Internazionale • 398 Viste

Il G-20 di Osaka si è aperto e chiuso con una foto di gruppo eloquente. Più che un vertice di sovranisti e di uomini forti, in bilico tra pace e guerra, è stato un convegno di complici. Pronti a passare sopra tutto e tutti per una realpolitik che non ha più niente di umano, se mai l’avesse avuta. Tutti complici dell’assassino del giornalista Jamal Khashoggi: quel principe ereditario saudita Mohammed bin Salman che a Osaka svettava con aria baldanzosa a fianco di Trump e dell’ospite del summit, il premier giapponese, Shinzo Abe, confortato da un’atmosfera cordiale che non denotava il minimo imbarazzo.

Più che la fine de liberalismo come dice il leader del Cremlino, qui siamo davanti all’obsolescenza dell’idea stessa di giustizia e di democrazia che stiamo consegnando a degli autocrati con il pelo sullo stomaco. Non che nel recente passato non siamo stati abituati al corteggiamento internazionale di feroci dittatori. Da Bokassa a Idi Amin, da Gheddafi allo stesso Saddam Hussein, che mentre attaccava l’Iran negli anni Ottanta stringeva cordialmente la mano all’inviato di Reagan Donald Rumsfeld, il quale poi, da ministro della Difesa, fu uno degli architetti dell’attacco al regime baathista nel 2003 e della costruzione delle false prove sulle armi di distruzione di massa irachene.

Ma il principe saudita non è soltanto sostenuto dall’omertà dei suoi complici che tacciono, come lo stesso Erdogan, sulla sua ferocia. È un partner di primo piano delle potenze del G-20: il primo cliente con i proventi del petrolio degli armamenti americani, quello che ha finanziato, insieme alle altre monarchie del Golfo, la guerra per procura in Siria e quella in Yemen, il protagonista insieme a Israele del tentativo, probabilmente già nato morto, di comprarsi i palestinesi.

Insomma un uomo da corteggiare, che fino a poco tempo fa la stampa internazionale ci presentava come «un riformatore illuminato». Che però, oltre a sostenere i massacri in Yemen, a casa sua elargisce una giustizia mortale esercitata a fil di spada, senza che per altro ci sia mai la minima protesta davanti a un’ambasciata saudita. Un capo del quale sono complici anche gli italiani con la produzione di bombe tedesche in Sardegna. Con il principe ci guadagnano tutti e lui ci compra, felice di essere trattato da noi occidentali con i guanti.
Mai che le sanzioni americane colpiscano lui, l’Arabia saudita o le monarchie del Golfo che alimentano i conflitti in Medio Oriente per tenerli lontano da casa loro. Anzi, se possibile, ci chiede di fare pure la guerra all’Iran sciita. Il principe appartiene alla categoria degli intoccabili, può mettere in galera chi vuole, ammazzare chi gli pare anche fuori dai suoi confini. È un po’ maldestro, si sa, i suoi ragazzi torturano a morte un oppositore e si fanno scoprire, da anni non vince la guerra in Yemen pur massacrando intere popolazioni. Ma gli si perdona tutto perché è «giovane». Come si usa dire, si farà.

Eppure è stato appena diffuso un rapporto delle Nazioni unite in cui si parla di «precise responsabilità» di Mohammed bin Salman in relazione all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, torturato, ucciso e fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul il 2 ottobre scorso. La relatrice speciale per le esecuzioni extragiudiziali dell’Onu, Agnès Callamard, esperta francese di diritti umani con una vasta esperienza (ha tra l’altro conseguito un dottorato anche in Turchia) ha annunciato l’esito delle indagini in un documento di più di 100 pagine redatto dopo un’indagine durata sei mesi. Callamard sostiene che ci siano «prove credibili» che giustificano un’inchiesta supplementare sulle responsabilità individuali di alti funzionari sauditi, e anche del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.
Da tempo la stessa Cia e gli esperti di Arabia Saudita sono convinti che Khashoggi sia stato ucciso per ordine del regime e di Mohammed bin Salman. Pur avendo avuto accesso soltanto a una parte delle registrazioni in mano alle autorità turche e non sia stata ancora ricevuta dall’Arabia Saudita, la Callamard nel suo rapporto cita anche dettagli molto cruenti di quello che è avvenuto nel consolato, tra cui il rumore di una sega elettrica, presumibilmente utilizzata per smembrare il corpo del giornalista. Ma questo rumore sinistro è solo una fastidiosa interferenza negli affari dei leader mondiali. e così deve restare.

* Fonte: Alberto Negri, IL MANIFESTO

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