Guerre. Dopo la sentenza dell’Alta corte britannica l’Europa non ha più scuse

La sentenza britannica è fondamentale per tutte le campagne europee per il disarmo. Sempre di più è impossibile per i governi del continente fingere che le armi europee non siano coinvolte nel massacro in Yemen

Francesco Vignarca * • 21/6/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi • 218 Viste

Giovedì 20 giugno 2019 potrebbe essere ricordato come una data cruciale nelle azioni internazionali che vogliono fermare le vendite di armi verso i paesi in conflitto armato, in particolare verso quello in Yemen.

Perché in tale data si sono concretizzate due situazioni molto emblematiche che contribuiscono a rafforzare i recenti passi positivi nella direzione che da tempo viene perseguita dalle organizzazioni della società civile come Rete Disarmo e tutti i suoi partner nazionali e internazionali.

La prima buona notizia arriva da Genova: i generatori della Teknel, che riteniamo essere di utilizzo anche militare e che dovevano essere spediti a Gedda alla volta della Guardia nazionale saudita, non verranno imbarcati sulla nave della compagnia saudita Bahri. Un blocco reso possibile dall’azione dei lavoratori del porto genovese, che già lo scorso 20 maggio avevano impedito una precedente spedizione.

La seconda buona notizia arriva da Londra dove l’Alta Corte d’appello della Gran Bretagna ha accolto il ricorso della Campaign Against Arms Trade, tra i partner di Rete Disarmo nell’ambito dell’European Network Against Arms Trade, che da qualche anno aveva intrapreso un’azione legale contro il governo per la vendita di armi all’Arabia saudita.

È una sentenza interessante perché arriva dopo la decisione della prima Corte cui si era rivolta la campagna, che nel 2017 aveva bloccato un’identica richiesta. L’appello ha dato ragione agli attivisti di Caat. Una decisione molto importante perché sospende con effetto immediato le licenze per armi britanniche verso Riyadh mettendo insieme due elementi: una serie di rapporti sulle violazioni dei diritti umani e crimini di guerra prodotti da varie organizzazioni e il mancato controllo da parte del governo del rischio del possibile uso di equipaggiamento militare britannico per violazioni dei diritti umani.

Le spedizioni sono bloccate in vista di un controllo migliore che il governo sarà obbligato a fare, sottolineando dunque che il commercio di armi non può essere considerato un business ordinario.

Una decisione del genere è importante per tutte le iniziative legali – e non solo – oggi in corso in Europa. Ciò coinvolge anche l’Italia ed è dunque decisione rilevante anche per l’indagine in corso presso la Procura di Roma in merito alla denuncia presentata nell’aprile 2018 da Rete Disarmo, Ecchr Berlino e Mwatana for Human Rights dallo Yemen per la violazione della legge 185/1990, dell’Att (il Trattato sul commercio delle armi) e della Posizione Comune della Ue sull’export di armi, oltre che per eventuale complicità in omicidio.

Della questione del flusso di armi italiane verso la coalizione a guida saudita attiva nel conflitto in Yemen si parlerà a breve anche alla Camera dei Deputati, dove andrà in discussione tra pochi giorni una mozione presentata da LeU.

Le altre buone notizie arrivano dai blocchi che i lavoratori in Francia e Belgio avevano realizzato sempre contro le navi della Bahri e dall’annullamento di alcune licenze da parte del Consiglio di Stato belga, riguardanti l’invio di armi leggere verso l’Arabia saudita, che erano state già sospese dai tribunali.

Sempre di più è impossibile per i governi del continente fingere che le armi europee non siano coinvolte nel massacro in Yemen. Questo da un lato riconosce la bontà delle posizioni della società civile e delle campagne di questi anni, dall’altro evidenzia ancora una volta come gli esecutivi – a parte quelli che hanno iniziato a compiere azioni concrete, Germania, Olanda, Danimarca e Norvegia – stiano (coscientemente, a questo punto) violando le regole che si sono dati a livello internazionale.

Se non riusciremo a far applicare queste regole, che proibiscono l’invio di armi verso paesi in conflitto o dove ci siano gravi violazioni dei diritti umani, sarà ancora più complesso farlo per situazioni dove una chiarezza così estrema manca. Una chiarezza che nel caso saudita è stata confermata ulteriormente mercoledì dal rapporto delle Nazioni unite sulle responsabilità della monarchia araba nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.

Londra, Genova, Francia, Belgio: si moltiplicano iniziative e decisioni che dimostrano come sia fondamentale fermare il flusso di armi. Perché quel flusso di armi verso i conflitti perpetua la guerra, la alimenta e va a danno dei civili, le principali vittime della guerra.

* Fonte: Francesco Vignarca,  IL MANIFESTO

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