L’Associazione magistrati si ricompatta contro le proposte di riforma del Csm

L’effetto a catena del caso Palamara. Nell’esecutivo non ci sarà Magistratura indipendente. E i quattro togati restano autosospesi

Adriana Pollice * • 11/6/2019 • Copertina • 271 Viste

Il Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati tornerà a riunirsi domenica prossima, all’ordine del giorno il rinnovo della giunta esecutiva centrale. Gli effetti dell’inchiesta di Perugia sul pm Luca Palamara hanno innescato un effetto a catena che cambierà gli equilibri all’interno del parlamentino delle toghe. A chiedere la convocazione sono stati i gruppi di Area, Unicost e Autonomia & indipendenza. Tutti sul piede di guerra dopo che Magistratura indipendente ha votato un documento in cui si chiede che i togati autosospesi del Csm tornino a svolgere le proprie funzioni.

Si tratta di quattro magistrati, uno di Unicost e tre di Mi, scoperti dalle intercettazioni a discutere delle nomine alla procura di Roma con Palamara (pure lui di Unicost) e i parlamentari Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri (togato in aspettativa, leader di Mi). La scorsa settimana il Cdc dell’Anm ne aveva invece chiesto le dimissioni. La frattura domenica ha portato il presidente Pasquale Grasso a lasciare la sua corrente, Mi.

L’esito della crisi sarà un nuovo esecutivo supportato da tutti i gruppi tranne Magistratura indipendente. Rientrerà anche Autonomia & indipendenza, capitanata da Piercamillo Davigo, l’unica all’opposizione nell’esecutivo uscente. Lo scopo è ricompattare l’Anm contro le ipotesi di riforma del Csm, che stanno mettendo in allarme i magistrati. Domenica Eugenio Albamonte, esponente di Area, ha spiegato: «Il rischio è che questa sia l’occasione di rivalsa della politica sulla magistratura, ossia normalizzare la magistratura cambiando il sistema normativo. Se passassero riforme come la separazione delle carriere e il sorteggio per il Csm, ci saranno oggettive responsabilità di persone che, con le loro condotte, hanno creato l’humus su cui queste riforme attecchiscono».

Grasso non si presenterà da dimissionario: «Ascolterò gli altri componenti del Cdc», ha spiegato. Su Mi: «Mi sono dimesso perché contesto la loro decisione di chiedere il rientro dei consiglieri al Csm». E sugli incontri con Lotti (coinvolto a Roma nell’inchiesta Consip): «Un rappresentante dell’organo di autogoverno in pochi secondi doveva andare via. È uno scandalo senza precedenti. Discutere della nomina alla procura di Roma con un imputato di quella stessa procura è un punto di non ritorno».

Da Mi però si continua a fare muro: «Basta con il gioco al massacro. Auspicare la ripresa dei lavori da parte dei consiglieri autosospesi ha un preciso fondamento nella legge istitutiva del Csm, che non contempla l’autosospensione». E ancora: «Non c’è stato alcun incidente istituzionale. Invitiamo le componenti associative ad abbassare i toni e a prestarsi a un reale confronto. Molte prese di posizione si basano solo su notizie di stampa». Per concludere: «Quando sarà reso noto il contenuto della documentazione arrivata al Csm sarà possibile fare valutazioni più approfondite».

A Mi ha replicato il vice presidente dell’Anm Luca Poniz (Area): «Irricevibile ridurre il caso a un regolamento di conti tra correnti. Impensabile che si torni indietro sulla richiesta di dimissioni dei consiglieri. La vicenda disvela il patologico rapporto tra una parte di magistrati e una parte della politica. Guai a pensare che possa essere l’occasione di una riscrittura in chiaro del rapporto tra politica e magistratura». L’ultimo periodo è una replica a Matteo Renzi, che aveva affermato: «Il metodo non l’ha inventato Lotti, è un’ipocrisia per attaccarci».

Gli autosospesi Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli (tutti di Mi) e Gianluigi Morlini, intanto, hanno chiesto di visionare gli atti prima di prendere una decisione sul loro futuro. Morlini ha lasciato Unicost, che aveva preso le distanze dai suoi componenti coinvolti. Rispetto alla possibilità che tornino ai loro ruoli nel Csm, Unicost ieri ha ribadito «il disagio che tale decisione crea nell’istituzione consiliare in termini di credibilità».

* Fonte: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

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