L’ergastolo ostativo vìola i diritti umani: la Corte europea boccia l’Italia

L’ergastolo ostativo vìola i diritti umani: la Corte europea boccia l’Italia

La Corte europea dei diritti umani, accogliendo il ricorso di Marcello Viola (condannato negli anni Novanta per associazione mafiosa), ha sancito che l’ergastolo senza prospettiva di rilascio costituisce un trattamento disumano. Una sentenza che si rivolge esplicitamente al legislatore italiano, chiedendogli di mettere mano a quell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario che subordina alla collaborazione con la giustizia l’eventuale accesso ai benefici penitenziari per talune categorie di detenuti.

I giudici di Strasburgo hanno affermato un principio inderogabile che chiunque legiferi o operi nel settore della giustizia e della sicurezza dovrebbe avere sempre presente, ossia che la dignità umana non è nella libera disponibilità di chi detiene, seppur legittimamente, il potere di punire. Dunque, anche a proposito dell’ergastolo ostativo, ossia dell’ergastolo senza possibilità di ritorno in libertà, la Corte ha ribadito che la dignità umana è un bene che non si perde mai.

La Corte di Strasburgo ribadisce un principio che tra i più grandi giuristi italiani era già oramai consolidato, ossia che sono inaccettabili nei confronti degli ergastolani quegli automatismi che precludono per sempre l’accesso ai benefici. Una persona che dia prova di partecipazione all’opera di risocializzazione, anche se non ha potuto o voluto collaborare con la giustizia, deve avere sempre una prospettiva di ritorno alla vita libera, altrimenti la pena si trasforma in un trattamento disumano o degradante. Al 31 dicembre 2018 i detenuti ergastolani erano 1.748. Molti di loro sono ergastolani che, a causa della legislazione vigente, si trovano nella stessa situazione di Marcello Viola.

Finalmente per chi di loro ha costruito un percorso di emancipazione da scelte criminali si apre oggi una nuova speranza, sempre che il Parlamento dia seguito alla decisione della Corte. In ogni caso, anche se il Parlamento restasse inerte, i giudici di sorveglianza oggi hanno un solido argomento giuridico per andare oltre il dettato formale della legge e concedere permessi premio, misure alternative e liberazione condizionale a quei detenuti ergastolani che, pur non avendo collaborato con la giustizia, abbiano dato prova di partecipazione all’opera di risocializzazione. Nessuno si preoccupi: la decisione dei giudici di Strasburgo, facendo pendere il pendolo della bilancia della giustizia verso la dignità umana anziché verso presunte ragioni di politica criminale, non mette a rischio la sicurezza del nostro paese. Tempo e spazio connotano la pena. La pena del carcere si fonda sul tempo che passa in spazi angusti. Nel caso dell’ergastolano ostativo, in quanto dal carcere non può mai più uscire, viene resa inutile ogni sua scelta di tipo sociale anti-criminale. Il tempo non si può per sempre fermare al momento tragico del reato. Scriveva Sant’Agostino: «che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so: così in buona fede, posso dire che se nulla passasse, non vi sarebbe il tempo passato, e se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe il tempo futuro, e se nulla fosse, non vi sarebbe il tempo presente».

La sentenza della Corte europea riconnette il tempo presente dell’ergastolano a quello futuro di persona potenzialmente libera, sganciandolo dal tempo passato di autore di delitto. Nessuno può essere inchiodato a un singolo momento della vita. Chi non conosce il carcere vero, quello materiale, non si può rendere conto cosa significhi scontare una pena a vita. Ore, giorni, settimane, mesi, anni di vita di galera annientano i sentimenti, qualora non si intraveda una luce di libertà. Papa Francesco definì l’ergastolo nel 2014 «una pena di morte nascosta». Non sono pochi gli ergastolani che hanno affermato che preferirebbero la pena di morte a quella dell’ergastolo senza prospettiva di rilascio. Uno Stato forte è uno Stato che non ha paura di rimettere in libertà una persona dopo decenni trascorsi in una prigione.

*presidente dell’associazione Antigone

Fonte: Patrizio Gonnella, IL MANIFESTO



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