Sblocca Cantieri, arriva l’accordo: codice degli appalti solo a metà

Dopo una settimana che ha fatto tremare il governo tre condizioni su cinque poste dalla Lega sono state accettate dai Cinque Stelle. L’appello di Conte è stato, alla fine, raccolto ma il destino del governo resta sospeso

Roberto Ciccarelli * • 5/6/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 255 Viste

«Mi raccomando» ha mandato a dire Conte a Salvini. È iniziata con un appello genitoriale la giornata successiva al «no» con il quale la Lega ha rifiutato l’invito del presidente del consiglio a ripensare l’emendamento che sospendeva per due anni alcune norme del codice degli appalti. Una reazione, in fondo, affettuosa quella del presidente del consiglio a un’umiliazione a cui è stato sottoposto pochi minuti dopo il penultimatum lanciato a Lega e Cinque Stelle da Palazzo Chigi nel corso di un discorso disperato che sarà ricordato per il coraggioso «Io non vivacchio». «Mi raccomando me lo diceva anche la mia mamma – ha risposto Salvini da un comizio elettorale a Mirandola (si continua a votare il 9 per i ballottaggi ai comuni) – è un invito ad andare d’accordo».

GIÀ IN MATTINATA Conte era tornato alla carica per convincere i leghisti a rivedere l’emendamento che aveva fatto sobbalzare il governo per una settimana. «Ha portato altri 400 emendamenti, anche dalle opposizioni – ha spiegato – Ho cercato di rappresentare alla Lega che mancano pochissimi giorni per la conversione. Siamo al Senato. E dobbiamo passare alla Camera. Dal punto di vista tecnico (io faccio il giurista da 30 anni) è un po’ complicato comprenderlo. In sostanza volendo congelare il codice degli appalti propone una improbabile reminiscenza del vecchio codice che è ormai abrogato».

NEL CONDOMINIO RISSOSO amministrato dall’«avvocato del popolo» le trattative erano comunque andate avanti. I Cinque Stelle hanno accettato tre punti su cinque del diktat formulato da Salvini materdì scorso, dopo il rovescio elettorale alle europee. Fino al 2020 i comuni avranno la possibilità di fare le gare senza rivolgersi a una stazione unica appaltante, con la sospensione dell’obbligo. Confermata la sospensione dell’albo dei commissari e la proroga fino al 2020 della possibilità di ricorrere all’appalto integrato. Non sarà inoltre necessario indicare la terna dei subappaltatori. Quanto ai subappalti resta la soglia del 40%, approvata in commissione, mentre l’offerta economicamente vantaggiosa resta al 30% per il prezzo. Il «caposaldo» dell’intesa è stato il rispetto del lavoro fatto dalle commissioni parlamentari su un testo già criticatissimo dall’Anac di Raffaele Cantone, dai sindacati e dalle associazione antimafia e ambientaliste.

RESTA LA SOSPENSIONE di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, «in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese» hanno sostenuto i capigruppo al Senato Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5S). «Non c’è da intestarsi vittoria o sconfitta: ha prevalso l’aspetto tecnico» ha aggiunto Patuanelli. Ma è il punto di vista «tecnico» ad essere il problema. Politico.

DOPO AVERE SMUSSATO gli angoli, l’appello di Conte è stato così accolto in una mediazione che lascia i nodi problematici tutti sul tavolo. Ad esempio, la questione dell’appalto integrato che affida pericolosamente ad un solo soggetto la progettazione ed esecuzione dei lavori. Viene inoltre ripresa la figura dei commissari straordinari per le opera prioritarie. Si permette di procedere in deroga sui beni culturali e paesaggistici, passati 60 giorni, nel caso che le autorità competenti non si siano pronunciate.

SUL SUBAPPALTO ieri i leghisti hanno evidenziato la sua convergenza con quanto sostenuto in ambito europeo. Salvini ha evidenziato: «Chiediamo di rifarci, pensa un po’, alla normativa europea, non al codice del Burundi. Per snellire, velocizzare, accelerare». In realtà, le cose non stanno proprio così. Da tempo è in corso un braccio di ferro sulla totale liberalizzazione del subappalto, sostenuta dall’Ue, e che ha avviato su questo tema una procedura d’infrazione contro l’Italia. Quando nel 2016 il governo Pd fissò il limite del subappalto al 30%, lo fece tenendo conto del rischio di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata nelle gare. Ora, l’ipotesi è rilanciata da un governo che sposa l’impianto liberista e, per di più, rischia di incidere negativamente anche sulle condizioni dei lavoratori.

IN QUESTA LOGICA si inseriscono le norme sulla soglia per gli affidamenti diretti a 40 mila euro, il tetto massimo per gli appalti a trattativa privata e procedura negoziata con invito ad almeno tre operatori. sale da 150 mila a 200 mila euro. Oltre i 200 mila euro c’è l’obbligo di procedere con gara con procedura aperta, ma con aggiudicazione al massimo ribasso. Quest’ultimo è la condizione per non favorire la qualità degli interventi ed il rispetto della sicurezza e il contrasto del lavoro nero nei cantieri.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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