Sea Watch 3. La portavoce della Ong Giorgia Linardi: «Sono sfuggiti all’inferno, respingerli in Libia è da criminali»

«Uno dei naufraghi ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni, per renderlo più presentabile»

Adriana Pollice * • 16/6/2019 • Immigrati & Rifugiati • 450 Viste

«Uno dei naufraghi ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni, per renderlo più presentabile». È una delle storie dei migranti bloccati a bordo della Sea Watch 3. «Anche il più piccolo, solo 12 anni, è stato imprigionato senza un valido motivo – ha raccontato la portavoce dell’Ong, Giorgia Linardi. C’è chi è stato venduto, pare, a un ufficiale del governo. Ha lavorato come servo per potersi comprare la libertà ed essere messo su un gommone». Tutte le volte che i naufraghi sono ricondotti in Libia vengono imprigionati: «Se sopravvivono, di nuovo sono ributtati in mare per essere poi riportati indietro, seviziati e torturati per ottenere i soldi del riscatto. Finché non periscono».
Linardi, avete raccolto storie di orrori. Sono persone a cui andrebbe riconosciuta la protezione internazionale?
Riportarli in Libia costituirebbe sicuramente un respingimento collettivo, crimine per cui l’Italia è già stata condannata. Se ci sono persone eleggibili per la protezione non è nostra competenza appurarlo. Ma, ai sensi della Convenzione di Ginevra, può applicarsi al libico a bordo. Per gli altri toccherà alle autorità dopo lo sbarco decidere se ci sono i requisiti per la sussidiaria o per quella che, prima di Salvini, in Italia era la protezione umanitaria. Le testimonianze raccolte riportano abusi, vessazioni e violazioni, esperienze terribili. Una persona ha raccontato che un familiare gli è stato ucciso davanti agli occhi con un colpo di kalashnikov, mentre erano in detenzione. Non vogliamo vittimizzarle ma rendere la complessità e l’atrocità di quello che hanno vissuto. Sono dei sopravvissuti, hanno bisogno di accoglienza e protezione, a terra si può capire quale tipo di protezione giuridica. Per noi sono naufraghi, non possono essere lasciati in mare a morire. Non possono essere riportati in Libia, un paese in guerra da dove è un miracolo uscire vivi.

Europa e Onu dicono che la Libia non è un porto sicuro. C’è un conflitto tra le norme italiane e il diritto internazionale?
Il diritto internazionale è chiaro e lo è anche il contesto. La Libia è in guerra, fatto internazionalmente riconosciuto. Riconosciuto anche a livello nazionale, come dimostra il bollettino per i viaggiatori della Farnesina e le stesse dichiarazioni del ministro dell’interno di un paio di settimane fa. Salvini si è limitato a dire «c’è stata l’indicazione dal Centro di coordinamento di Tripoli, che vadano in Libia». Il premier Conte ha commentato: «Hanno già fatto molti interventi». Il governo si guarda bene dal dire che è un porto sicuro, ma nei fatti spinge perché Sea Watch 3 vada lì, facendo leva sui neonati a bordo da portare rapidamente a Tripoli, mentre noi li avremmo tenuti a bordo per sequestrarli. Sono affermazioni faziose. Il governo sta assumendo una posizione pericolosissima, dal punto di vista costituzionale e delle relazioni internazionali, per cui è accettabile riportare naufraghi e sopravvissuti in un paese in guerra. Una posizione che dovrebbe far accapponare la pelle a qualsia agenzia e organismo internazionale. Questo è il primo soccorso in cui la Guardia costiera offre il coordinamento e il porto di Tripoli. È anche il primo soccorso che smaschera la farsa della Guardia costiera libica con zona Sar sotto evidente assistenza e ingerenza Italiana, competente ma senza porto sicuro nel proprio paese.
Le città tedesche si sono dette pronte a ospitare i naufraghi. Macron dice «rapido sbarco e distribuzione europea». L’Italia è un freno?
Pur non rientrando nella competenza di Sea Watch, abbiamo cercato di favorire un meccanismo di ridistribuzione europeo in costante dialogo con il parlamento Ue e, in particolare, con le città tedesche. Sea Watch ha contribuito alla nascita della rete Un ponte sul mare, costituita da 50 città tedesche. Venerdì a Berlino c’è stato il congresso delle Città solidali, il sindaco di Rottenburg ha dato completa disponibilità a ospitare le 53 persone salvate mercoledì. Si è poi creata una rete nella rete di 12 città tedesche solidali che hanno fatto un appello, pure loro disponibili ad accogliere i naufraghi. Abbiamo anche cercato di avviare un dialogo tra governo italiano e tedesco, sicuramente c’è una parte di Europa che mostra che si può fare. Quello che è inaccettabile è che lo sbarco di naufraghi sia condizionato ogni volta ad accordi ad hoc e che le Ong devono pure impegnarsi nel trovare soluzioni. Cosa che mostra il totale fallimento delle politiche europee rispetto a un fenomeno strutturale. L’incapacità si è tradotta nell’accanimento violento contro le Ong. Saranno tantissimi questa estate in difficoltà in mare e verranno lasciati morire pur di non assumersi la responsabilità della gestione esterna delle frontiere.

* Fonte: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

foto: Sea Watch 3

 

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This