Un mondo alla rovescia, un mondo senza pace

16° Rapporto sui diritti globali, la sintesi del Contesto del 3° capitolo su Internazionale, diritti e conflitti

Orsola Casagrande, dal 16° Rapporto sui diritti globali • 29/6/2019 • Contenuti in copertina, Rapporto 2018 • 460 Viste

Dal 16° RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI – Un mondo alla rovescia

3° Capitolo: INTERNAZIONALE, DIRITTI E CONFLITTI

Il Contesto – LA SINTESI

Guerre e conflitti, tensioni, interessi contrapposti ma anche cambi climatici che generano conseguenze sempre più gravi, e poi le migrazioni, le contraddizioni che producono, l’aumento della disparità economico-sociale, la sempre più contrastata difesa dei diritti umani, l’utilizzo delle nuove tecnologie nell’ambito del controllo sociale. Questi i problemi che persistono e aumentano nel 2018 in un mondo senza pace, e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Lo stato della Pace nel mondo è peggiorato pe il quarto anno consecutivo, il “Global Peace Index”, un’analisi su 163 Stati, dice che il deterioramento è stato dello 0,27%. Europa, America del Nord, Asia-Pacifico e America Latina hanno tutte registrato un peggioramento. Nell’ultimo decennio la sicurezza globale si è notevolmente compromessa. Sono aumentati il numero, la complessità e la letalità dei conflitti armati e in gran parte del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia meridionale si è assistito a violenze prolungate e sconvolgenti. L’ONU, a causa dei tagli di bilancio voluti da Donald Trump, è stata costretta a ripensare la propria strategia in molte operazioni. Il dispiegamento di forze impegnate in missioni di pace è diminuito nel 2017 del 7,6%, mentre il numero di membri di personale impegnato in operazioni non ONU è aumentato del 2,3%, arrivando a quota 47.557. In totale, nel 2017, c’erano 145.911 persone impegnate in missioni di pace, in calo rispetto alle 152.822 del 2016. Ad agosto 2018 l’ONU aveva 14 missioni attive (nel 2017 ne aveva 24).

La spesa militare mondiale, che si stima aver raggiunto nel 2017 il livello più alto dalla fine della Guerra fredda: 1.739 miliardi di dollari, pari al 2,2% del PIL globale o a 230 dollari pro capite. I cinque maggiori fornitori di armi nel periodo 2013-2017 sono stati: USA, Russia, Francia, Germania e Cina. Insieme rappresentano il 74% del volume totale delle esportazioni a livello globale. I cinque principali importatori di armi sono stati: India, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Cina, che insieme rappresentano il 35% delle importazioni totali.

All’inizio del 2018 nove Stati – USA, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele e Repubblica Popolare Democratica di Corea (o Corea del Nord) – disponevano di circa 14.465 testate nucleari, di cui 3.750 dispiegate e operative. Di queste, circa 2.000 sono tenute in stato di elevata prontezza. Nel complesso, il numero di testate nucleari continua a diminuire, principalmente grazie alla riduzione degli arsenali di USA e Russia.

Il tramonto dell’Europa. La Germania e le sue politiche sono una delle cause della progressiva liquidazione dell’esperimento dell’Unione Europea. Si potrebbe prendere l’approvazione della Brexit in Gran Bretagna come punto più alto della crisi che sta attraversando la UE, anche se in precedenza altri fatti e fenomeni annunciavano la tormenta. La Brexit (l’uscita del Regno Unito dalla UE) è stata votata dalla popolazione delle isole britanniche in un referendum, il 23 giugno del 2016. Ancora non si è concretizzata una data, per le complicate e numerose conseguenze che comporta questo processo di “separazione”. Il 20 luglio 2018 il Consiglio d’Europa si è riunito per valutare lo stato dei negoziati sul processo. Dunque, da una parte c’è stato il rafforzamento dell’asse franco-tedesco, tentativo di salvare e riadattare le attuali istituzioni e politiche della UE (senza Regno Unito). Un’alleanza di vecchie potenze continentali che, in questo caso, ha la sua base principale a Berlino, dove la cancelliera Angela Merkel mantiene il controllo politico anche se con sempre più difficoltà, mentre in Francia le élite hanno dovuto costruire frettolosamente un leader e una nuova forza politica, davanti alla comparsa di nuove alleanze di sinistra e alla evidente crisi dei partiti. Il risultato è stato l’elezione a presidente di Emmanuel Macron (maggio 2017), il cui programma colpisce direttamente le conquiste sociali di lavoratori, pensionati, migranti e dei settori sociali più svantaggiati. Al centro-est del continente si è andata creando una dinamica con il suo fulcro in governi e movimenti populisti, con evidenti tratti di estrema destra razzista e autoritaria, in parte coordinati nel Gruppo di Visegrád, a guida ungherese.

L’ascesa di partiti cosiddetti populisti ha coinciso con una debacle generale del centrosinistra. Non stanno meglio i partiti della destra tradizionale. Secondo alcuni analisti, il populismo moderno non è il risultato di una crisi di identità ma di quella che viene chiamata “iperglobalizzazione”. Secondo altri, la crisi del 2008 ha certamente dato impulso alla crescita del populismo in Occidente, ma anche le scelte in politica estera hanno contribuito a esporre e rendere più vulnerabili alcuni Paesi occidentali. Il vecchio progetto incompiuto dell’Europa oggi è sempre più insidiato da un’onda nazional-populista che potrebbe cambiare gli equilibri politici in vigore dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il progetto del neonazionalismo, o sovranismo, come viene definito questo orientamento, è di rompere l’Unione Europea, già piegata dalle politiche del centrismo neoliberista. Lo scenario che si prepara, dunque, è quello di un ritorno all’Europa degli Stati nazionali. In Italia questa corrente populista e xenofoba ha trovato consenso attraverso un processo elettorale (con voto il 4 marzo 2018) che ha portato a un governo di coalizione Lega-Cinque Stelle. Un’alleanza che ha indotto preoccupazioni per le scelte fatte già nei primi mesi. L’ondata di neopopulismo (che a fianco e in modo intrecciato alle posizioni xenofobe e razziste ha visto crescere anche le formazioni neofasciste e neonaziste, in particolare in Germania) ha rafforzato il peso e l’appeal del Gruppo di Visegrád all’interno dell’Unione Europea (Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia), che da ultimo sembra allargare la propria influenza anche sull’Austria di Sebastian Kurz e riscuotere le simpatie del vicepremier italiano Matteo Salvini.

Di contro, una menzione speciale spetta all’Irlanda, il Paese d’Europa che più si è caratterizzato in questi ultimi anni per i cambiamenti profondi e di netta impronta progressista. Un Paese che rimane governato da una destra tradizionale (il Fine Gael) anche se peculiare, visto che il primo ministro attuale, Leo Varadkar, è dichiaratamente omosessuale e senz’altro uno dei promotori di alcune trasformazioni a livello sociale, fino a qualche tempo fa impensabili. Dopo l’approvazione del referendum sul divorzio (1995) e, nel 2015, l’approvazione di quello sul diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso, il 25 maggio 2018, gli irlandesi hanno approvato a stragrande maggioranza l’abolizione restrittiva sull’aborto. Per quanto riguarda la politica estera, i Paesi membri sembrano convergere sulle posizioni anti-Russia (nonostante siano in conflitto con gli stessi interessi commerciali dell’Europa) e sull’appartenenza alla NATO. Per quel che riguarda le relazioni tra UE e Stati Uniti, non c’è dubbio che queste stiano affrontando il loro peggior momento a causa di Trump.

L’arrivo di Trump. Sulla base del principio “America first” (prima l’America e gli americani) il nuovo Presidente ha rimesso in discussione tutti gli accordi commerciali firmati dagli USA. La politica delle tariffe è stata introdotta in base alla logica della sicurezza nazionale, a cui si ricorre per un pericolo di guerra o di attacco terrorista, in questo caso usata per superare il Congresso e assicurare il controllo al presidente, che possiede un potere eccezionale e lo usa per parlare direttamente al proprio elettorato. Il Nazional-Populismo usa, infatti, la logica dell’emergenza e della militarizzazione per eliminare il dibattito parlamentare e imporre le sue politiche in maniera unilaterale anche all’interno, e non solo all’esterno con i partner commerciali. Un altro elemento della politica economica del Nazional-Populismo, utile per comprendere anche il piano ideologico e politico sul quale si muove anche la recente esperienza italiana, è il piano di riforma fiscale di Trump firmato nel dicembre 2017, che comprende sostanziali tagli delle tasse per i contribuenti e le società con un reddito più elevato. Trump aveva assicurato che questa riforma sarebbe stata pagata dalla crescita e dall’aumento dell’occupazione: una tesi da più parti contestata. Sono stati creati più posti di lavoro negli ultimi 19 mesi del presidente Obama (3,89 milioni) che nei primi 19 mesi del presidente Trump (3,69 milioni), fino a luglio 2018, una media di 194 mila posti di lavoro al mese creati sotto Trump contro 205 mila sotto Obama. Inoltre, l’eliminazione dell’imposta sul patrimonio che si applica solo ai beni ereditati superiori a 11 milioni di dollari per una coppia sposata va unicamente a beneficio degli eredi dei più ricchi (come i figli di Trump).

Nell’aprile 2018 il Congressional Budget Office (CBO) ha stimato che la legge fiscale aumenterà di circa 2,289 trilioni di dollari il debito pubblico USA nei prossimi dieci anni, passando da circa il 77% nel 2017 al 105% nel 2028.

La Russia. Le sanzioni europee e americane alla Russia hanno avuto senza dubbio ripercussioni economiche sulla società russa, ma questo è un Paese sufficientemente solido per pensare che possa collassare o piegarsi a quelle pressioni esterne. Non va poi dimenticato che dalla Russia dipendono ancora le forniture di gas di tanti Paesi dell’Est e del Centro Europa, Germania compresa. La Federazione Russa, inoltre, ha diverse alternative a disposizione tanto a livello economico che geopolitico, come per esempio quelle offerte dalla sua rafforzata alleanza con la Cina. In Turchia Erdogan ha cominciato a interloquire con Russia e Iran. E si è spinto oltre, andando a stringere solidi accordi economici con il Venezuela di Nicolás Maduro, un altro dei nemici ai quali Trump ha mostrato i muscoli fin dalla sua elezione. Le elezioni del 24 giugno 2018 hanno confermato Erdogan e il suo partito, l’AKP (Partito della Giustizia e Sviluppo), con una maggioranza di oltre il 50% grazie all’alleanza con i Lupi Grigi, il partito nazional-fascista del MHP. Lo stesso Erdogan, visto che si votava anche per eleggere il presidente oltre che il Parlamento, ha avuto un successo personale, venendo riconfermato al primo turno. L’opposizione di sinistra che raccoglie, nel Paese, i kurdi ma anche l’opposizione turca, alevi, armena e delle minoranze qui presenti, ha consentito al HDP (Partito della Democrazia dei Popoli) di superare lo sbarramento del 10% e quindi entrare in Parlamento con 67 deputati (e l’11,7% dei consensi). La scelta di Erdogan di svolgere elezioni anticipate è stata dettata dall’esigenza di nascondere una crisi economica molto forte. Che è comunque esplosa subito dopo la sua rielezione, non solo con la svalutazione della lira turca ma anche con un inasprimento delle relazioni con gli Stati Uniti. Va sottolineato che la crisi in Turchia ha avuto subito ripercussioni anche in Europa. L’allarme rosso è scattato nei sistemi bancari di Spagna, Francia e Italia che sono quelli che hanno la maggior quantità di capitale finanziario investito nel Paese. In Siria, dopo sette anni di conflitto, è difficile prevedere quando e come questa guerra così particolare si concluderà. Lo Stato Islamico ha perso terreno e potere. A ottobre 2017 le Forze Democratiche Siriane (FDS) capeggiate dalle unità di autodifesa kurde, hanno liberato Raqqa, la capitale del Califfato proclamato dallo Stato Islamico. La città è rimasta in mano ai mercenari dell’ISIS per quattro anni, pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane. La liberazione di Raqqa è stata ottenuta anche grazie ai bombardamenti aerei americani (guidati dai militanti delle FDS), a capo della cosiddetta coalizione internazionale. I tanti attori sul terreno rendono ancora più complicata una soluzione interna verso la quale spingono i kurdi e in parte anche il governo di Assad. Da un lato, ci sono Stati Uniti, Regno Unito e Francia, la cosiddetta Coalizione Internazionale, che si è mossa fin dall’inizio della guerra, nel 2011, per l’uscita di scena di Assad. La stessa cosa vorrebbero la Turchia e l’Arabia Saudita. Un’uscita di Assad sembra però assai poco probabile, anche grazie al sostegno di Russia e Iran. In Israele il governo di Tel Aviv mostra segni di nervosismo in questo 2018 anche per il consolidamento del governo di Damasco. L’ultimo atto di questo irrigidimento è stato la dichiarazione legale dello Stato di Israele come esclusivamente ebreo, che di fatto nega l’identità di oltre il 20% della popolazione che su quel territorio vive, e che comprende sì i palestinesi ma anche, per esempio, i drusi. Ad alimentare la storica tensione nell’area ha contribuito anche lo spostamento della ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, voluto da Trump e considerato inaccettabile e provocatorio dai palestinesi; il trasferimento è stato effettuato con una cerimonia in pompa magna il 14 maggio 2018. E la violenta repressione effettuata da Israele della “Grande Marcia del Ritorno”, cominciata sul confine delle Striscia di Gaza il 30 marzo 2018 per reclamare il diritto dei palestinesi a tornare nelle proprie terre e durata, con manifestazioni settimanali, sino al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, che per i palestinesi rappresenta la Nakba, la catastrofe. I militari israeliani hanno, a più riprese, ucciso decine di manifestanti, compresi bambini, ferendone altre migliaia, con un uso della forza considerato sproporzionato ed eccessivo anche a livello internazionale. Appare evidente che il conflitto in Medio Oriente non avrà una soluzione definitiva e Israele continuerà a essere una società militarizzata ma anche aggressiva nei confronti di vicini che considera una minaccia. Gli Stati Uniti continuano a dare a Israele un solido e incondizionato sostegno e la UE, come molti altri Paesi, è invece timida nella sua condanna e prese di posizione, mentre l’ONU manifesta una consueta impotenza. La guerra in Yemen continua a mietere vittime civili. La coalizione guidata dall’Arabia Saudita con i piccoli emirati del Golfo e giustificata con la necessità di fermare l’ingresso dell’Iran nella guerra civile yemenita, continua a bombardare una popolazione ormai allo stremo (utilizzando anche bombe provenienti dalla Sardegna, dove vengono prodotte dalla RWM Italia, in violazione alla vigente legge in materia). Tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno commesso, e continuano a farlo, violazioni e crimini riconosciuti come tali dalla legislazione internazionale. Secondo i dati raccolti dall’ONU tra marzo 2015 e il 23 agosto 2018 sono stati uccisi 6.620 civili e 10.563 sono stati feriti, ma il numero è per difetto. A ben 17 anni dall’invasione nordamericana e l’annunciata sconfitta dei talebani, la guerra in Afghanistan non dà tregua. L’anno che va da agosto 2017 ad agosto 2018 è stato tra i più cruenti, ma ogni anno che passa pare destinato a battere questo triste record rispetto al precedente. Nei soli primi sei mesi del 2018 le vittime civili registrate dalla missione ONU nel Paese sono state 1.692. L’ONU attribuisce il 65% di tutte le vittime a forze antigovernative. In particolare, il 42% ai Talebani, il 10% allo Stato Islamico e il 13% ad altri gruppi antigovernativi. Il movimento talebano continua a controllare circa il 12% del territorio, mentre il governo centrale di Kabul mantiene la sua presenza sul 45% del territorio. Il resto è oggetto di contesa e scenario di scontri violentissimi. Nell’agosto 2018 i talebani hanno dichiarato di aver conquistato la capitale provinciale di Ghazni, a 120 chilometri a sud di Kabul. Continua dunque la loro offensiva che cerca di conquistare centri urbani e che si è intensificata anche in vista delle elezioni legislative previste il 20 ottobre 2018. La Russia ha convocato colloqui di pace per il 4 settembre, proprio nella capitale russa, anche se gli USA e il governo di Kabul hanno annunciato che non parteciperanno se sarà presente una delegazione dei talebani. Questi ultimi, prima della conferma di Mosca di colloqui di pace, avevano intensificato anche la loro attività diplomatica, confrontandosi con Cina, Indonesia, Pakistan e Uzbekistan. Si è parlato anche di colloqui segreti con gli stessi Stati Uniti in Qatar. A Mosca dovrebbero esserci rappresentanti di Cina, Iran e Pakistan. Composita la situazione nel continente africano. Il regime in Egitto, oltre a continuare a sostenere Israele nel blocco alla Striscia di Gaza, sembra sempre più una copia del precedente e conseguenza diretta del golpe diretto dall’attuale presidente Abd al-Fattah al-Sisi. La stabilità del governo del Cairo dipende costantemente dal generoso, ma interessato, appoggio finanziario delle grandi monarchie feudali della penisola arabica. In Tunisia il panorama è simile a quello egiziano, con la differenza che in questo caso l’islam politico continua a essere alla ribalta, anche se limitato e addomesticato in nome di un realismo politico che serve soprattutto alle forze dominanti straniere e locali che hanno optato per spingere i movimenti politico-sociali verso un islam più radicale. La Libia è un Paese che non c’è più, frammentato in scontri tra clan, mentre il governo riconosciuto dall’ONU, quello di Fayez al Sarraj, è sempre più impotente e poco rappresentativo, oltre che insidiato e incalzato dall’uomo-forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, sostenuto da Emmanuel Macron. Le uniche narrazioni credibili sono quelle dei migranti che sopravvivono all’inferno e raccontano di sequestri, schiavitù, estorsione economica, campi di concentramento, abusi, assassinii e crudeltà senza limiti a opera dei tanti gruppi armati in conflitto tra loro. In Algeria la situazione si ripete: regime verticale e autoritario controllato da una ferrea casta militare, gravi problemi sociali ed economici. In Marocco il monarca Mohammed VI regna onnipotente dall’ombra del suo palazzo, grazie alle sue intime e lucrative relazioni con politici e businessman soprattutto spagnoli e francesi, che sanno di poter contare su Marrakech e Casablanca come zone speciali per operazioni immobiliari. In cambio, la monarchia marocchina si preoccupa di controllare con durezza la frontiera con l’Europa, che in questo caso è nell’enclave di Ceuta. Al sud del Sahara proliferano i movimenti islamici e le truppe straniere. Dal nord del Mali fino al Niger le zone desertiche e semidesertiche sono terreno di operazione di piccoli gruppi islamici che agiscono con grande mobilità. C’è poi il gruppo Boko Haram, alleato dello Stato Islamico, che in questo ultimo anno ha sofferto parecchie perdite, soprattutto nel controllo di ampie zone di territorio ma che, ciononostante, continua ad agire e a colpire popolazioni già estremamente vulnerabili. In Somalia persiste l’attività del gruppo jihadista Al-Shabaab, con attacchi che non riguardano solo quel Paese ma si allargano anche al Kenya. Etiopia ed Eritrea, hanno sottoscritto un accordo che stabilisce la fine dello stato di guerra. La firma è avvenuta nella capitale eritrea, Asmara. Entrambe le nazioni hanno espresso la volontà di lavorare per «promuovere una cooperazione più stretta in ambito politico, economico, sociale, culturale e di sicurezza». Il conflitto tra i due Paesi è costato all’Etiopia l’impossibilità di uno sbocco sul mare, il porto di Asmara. L’Eritrea, dal canto suo, ha vissuto in un regime di isolamento internazionale dalla metà degli anni 2000, sia per il conflitto con il vicino, sia per le risoluzioni dell’ONU che le hanno imposto sanzioni dal 2009, su richiesta degli Stati Uniti che hanno accusato Asmara di sostenere le milizie islamiche somale di Al-Shabaab. L’accordo di pace, dunque, contiene importanti benefici economico-commerciali per entrambi i Paesi. Più a sud, diversi Paesi hanno vissuto in quest’anno processi elettorali. Lo Zimbabwe ha celebrato la sua prima elezione presidenziale, il 30 luglio 2018, dopo l’arresto, il 15 novembre 2017, di Robert Mugabe, presidente per ben 37 anni. Mugabe si è dimesso a novembre 2017, evitando così la procedura d’impeachment in Parlamento. Alle elezioni di luglio si è registrata la vittoria di Emmerson Mnangagwa. L’opposizione ha denunciato brogli e ha chiesto l’intervento della comunità internazionale. Anche l’Angola ha registrato il ritiro del vecchio mandatario, José Eduardo Dos Santos e l’elezione, pur con denunce di irregolarità, del candidato dello storico e ufficiale MPLA (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola), João Lourenço, nell’agosto 2017. Il Congo ha elezioni programmate per dicembre 2018. Il presidente Joseph Kabila aveva già allungato arbitrariamente di due anni il suo mandato e legalmente non può ripresentarsi alle elezioni. Il Sud Africa continua a scontrarsi con una forte diseguaglianza, per cui il 7% dei proprietari terrieri (bianchi) possiedono l’80% delle terre. Anche a livello politico ci sono stati vari scossoni nel 2018: dalla destituzione del presidente Jacob Zuma ormai travolto dalle accuse e da scandali di corruzione alle nuove elezioni, che hanno eletto Cyril Ramaphosa come nuovo mandatario nel febbraio 2018. L’India è il Paese che ha registrato la crescita economica maggiore tra i Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Il premier, Narendra Modi, aspira alla rielezione nelle elezioni previste per maggio 2019. Ma l’India continua a essere un Paese di disuguaglianze sociali molto forti. Il partito del premier, il BJP (Bharatiya Janata Party, Partito Popolare Indiano), può qualificarsi come di estrema destra nazionalista e i messaggi dei suoi candidati che propongono l’espulsione in massa dei migranti in arrivo dal Bangladesh si stanno moltiplicando. La maggior parte di quei migranti sono musulmani e il discorso ultranazionalista può divenire estremamente pericoloso, visti i numerosi antecedenti di scontri violenti per questioni religiose. Il Pakistan dal 18 agosto 2018 ha un nuovo primo ministro, l’ex giocatore di cricket Imran Khan, appoggiato dal Movimento per la Giustizia del Pakistan (Tehreek-e-insaf), formazione nazionalista, considerata di centrodestra. Il Paese, 210 milioni di persone, in maggioranza musulmani sunniti, si trova ora ad affrontare una situazione economica e sociale difficile, causa diretta dell’emigrazione. La Cina, seconda potenza economica mondiale, destinata a superare gli Stati Uniti d’America, è segnata dai forti contrasti tra le sue varie regioni e tra città e campagna, con le conseguenti differenze e concentrazione per quel che riguarda la ripartizione sociale della ricchezza. Il suo sviluppo ha prodotto un forte costo ecologico. Permangono il partito unico e le libertà “tutelate’, gli alti livelli di corruzione, la crescita della spesa militare, in accordo al suo crescente ruolo internazionale. A luglio 2018 è stata in qualche modo ufficialmente aperta la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, con l’imposizione di dazi del 25% decisi da Trump su centinaia (818) di prodotti, alla quale Pechino ha risposto imponendo a sua volta sanzioni su 545 prodotti USA. In Corea i movimenti diplomatici sono cominciati dopo anni di duri scambi e minacce reciproche: il presidente della Repubblica di Corea (Corea del Sud), Moon Jae-in e la sua controparte del Nord, Kim Jong-un, nel 2018 si sono riuniti due volte in pochi mesi. L’oggetto era l’organizzazione di un incontro tra il leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea (Corea del Nord) e il presidente americano Donald Trump, al fine di cercare di stendere un accordo sullo sviluppo nucleare e balistico della Corea del Nord. L’incontro tra i due presidenti si è svolto il 12 giugno 2018 a Singapore grazie agli sforzi del leader sudcoreano, che si è sempre dimostrato un fermo sostenitore del dialogo nazionale. Ciò può portare anche a favorire un futuro negoziato tra le due Coree volto ad arrivare alla firma di un accordo di pace, tema ancora pendente, dato che la guerra si concluse con un semplice armistizio e una zona di demarcazione. Il Canada, socio preferenziale e dipendente dagli Stati Uniti, quest’anno impegnato nella rinegoziazione del Trattato di libero commercio per esigenza degli stessi Stati Uniti che lo vogliono modificare, chiaramente a loro favore. Un tema, quello della revisione del Trattato, che interessa anche il Messico. A fine agosto, proprio il Messico ha annunciato di aver raggiunto un accordo con gli USA su questioni bilaterali del Trattato di Libero Commercio del Nord America (North American Free Trade Agreement, NAFTA). Il Canada è rimasto tagliato fuori da questo primo accordo, ma sia Messico che USA hanno auspicato l’avvio di negoziati proprio con il terzo partner. Le tensioni con gli USA non sono finite Come ormai è suo costume, il presidente Trump non aveva rinunciato a insultare il giovane primo ministro canadese, Justin Trudeau, dopo il summit del G7, ospitato proprio in Canada. Nell’occasione, con due tweet, Trump ha fatto carta straccia dell’accordo di compromesso firmato da tutti i leader. A fare infuriare il presidente USA le parole dette in conferenza stampa da Trudeau, che Trump ha definito «disonesto e debole». ln Messico le elezioni di luglio 2018 hanno visto la vittoria di Andrés Manuel López Obrador, un particolare politico di centrosinistra che si è presentato con un programma di riforme profonde ben articolato, studiato e negoziato. Il nuovo presidente è un leader forte e coerente, nonché erede diretto di un radicato nazionalismo messicano. I negoziati con gli USA sulle modifiche al Trattato di Libero Commercio, la politica migratoria e il muro con il Messico (che condizionano direttamente l’economia del Paese, oltre a venti milioni di migranti messicani residenti negli USA), non saranno una passeggiata con questo nuovo presidente che gode, tra l’altro, di una impressionante maggioranza politica e sociale. Il Paese intanto sprofonda nella violenza, con 24 morti per ogni 100 mila abitanti. L’aumento di omicidi è coinciso anche con un aumento della violenza con uso di armi da fuoco, oltre il 36%. Ben 28 dei 32 Stati messicani hanno registrato un aumento di episodi violenti con l’utilizzo di armi. Cresce anche la delinquenza comune e la violenza interpersonale. L’impatto economico della violenza è stimato, nel 2017, in 249 miliardi di dollari, che equivale al 21% del PIL nazionale, una delle percentuali più alte al mondo. In Nicaragua l’implosione sociale ha trasformato il Paese in terreno di scontro nella primavera 2018. Almeno 220 i morti e un numero non specificato di “detenuti scomparsi”, vittime sia della repressione violenta della polizia come dei gruppi armati legati al governo guidato, da 12 anni, dal presidente Daniel Ortega e dalla vicepresidente, e moglie di Ortega, Rosario Murillo. La protesta è stata innescata da una riforma di taglio neoliberale del sistema di pensioni e sicurezza sociale, raccomandata dagli organismi finanziari internazionali, che ha dovuto essere revocata dal governo dopo due settimane dal suo annuncio. Ma il ritiro della proposta non ha calmato gli animi, e le rivendicazioni sono passate alla richiesta esplicita di dimissioni della coppia presidenziale, che insieme ai familiari diretti controlla una parte sostanziale dell’economia e quasi tutti i mezzi di comunicazione del Paese. Il futuro della coppia al governo appare assai incerto, data la frattura sociale che si è prodotta nel Paese e nella sinistra regionale.

A Cuba il nuovo presidente, Miguel Díaz Canel, ha assunto il difficile compito di dirigere un programma (approvato preventivamente dal Partito Comunista e dal Parlamento cubano) di trasformazioni economiche, sociali e legali nel contesto più avverso possibile. Un’economia che non dà segni sostanziali di ripresa, modernizzazione e crescita a cui bisogna aggiungere l’ormai tradizionale tensione finanziaria per il pagamento delle imprescindibili e numerose importazioni necessarie per il funzionamento dell’economia e il consumo sociale. Inoltre, con l’avvento di Trump le relazioni diplomatiche con Cuba sono state immediatamente congelate e il presidente ha anche promulgato nuove sanzioni economiche e finanziarie, che hanno già provocato danni seri alla fragile economia cubana. Il 24 febbraio 2019 la popolazione cubana sarà chiamata a esprimersi, in un referendum, sul nuovo progetto di Costituzione che è stato in discussione dall’agosto 2018. In Sud America tornano le destre e la sudditanza agli USA; in soli due anni, Argentina, Cile, Brasile ed Ecuador hanno cambiato campo, nel terreno geostrategico, per andare ad aggiungersi a un insieme di Paesi esplicitamente “amichevoli” con gli USA, quali erano Perù, Colombia, Paraguay e tradizionalmente il Messico. Analogamente ad altre aree geografiche, sembra delineato il declino dei governi progressisti e il rinascere di una destra regionale, rinnovata ma che conserva il suo spirito di tradizionale sottomissione all’onnipresente alleato nordamericano. Il governo in Venezuela sembra per il momento aver controllato la violenta strategia di una parte sostanziale dell’opposizione, ma il Paese continua a patire una crisi economica profonda, conseguenza certo di una strategia di boicottaggio che viene dall’esterno, ma con una responsabilità interna innegabile: il cancro della corruzione istituzionale e politiche economico-finanziarie contraddittorie e senza reale efficacia non sono superati. Il fallito attentato al presidente Nicolás Maduro, il 4 agosto 2018, contribuisce a rendere il quadro e il futuro particolarmente complicati e incerti. In Colombia, a maggio 2018, le elezioni presidenziali hanno premiato un candidato sponsorizzato dall’ultradestra dell’ex presidente Álvaro Uribe, con tutte le conseguenze del caso. Ivan Duque ha vinto, ma il suo avversario, candidato delle sinistre, Gustavo Petro è riuscito a ottenere il 43% dei consensi, quasi 7 milioni di voti, un capitale politico non indifferente. Fin dalla campagna elettorale, il nuovo presidente si è dichiarato se non contrario agli accordi di pace, firmati dal precedente governo di Juan Manuel Santos con la guerriglia delle FARC-EP, sicuramente deciso a modificarli nella sostanza. Appeso a un filo anche il futuro dei negoziati con l’altra guerriglia, l’ELN (Esercito Nazionale di Liberazione), avviati all’Avana in primavera e che il neopresidente Duque ha per il momento congelato.

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Foto di Annette Jones da Pixabay

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