Bahrain.  Giustiziati due giovani oppositori di re Hamad

Bahrain.  Giustiziati due giovani oppositori di re Hamad

Maryam al Khawaija, nota attivista bahranita, risponde subito alla nostra richiesta di contatto. Desidera denunciare ovunque e con forza l’esecuzione di due prigionieri politici (e di un criminale comune) avvenuta nella notte tra venerdì e sabato nella prigione di Jaw, a Manama. «Ali al Arab, 25 anni, è stato sottoposto a scosse elettriche, gli sono state estratte con le pinze le unghie dei piedi e ha firmato la confessione mentre era bendato» dice al manifesto. «Al 24enne Ahmed al Malali – aggiunge – hanno sparato due volte durante l’arresto e le pallottole sono state rimosse solo dopo 23 giorni. È stato poi detenuto per due mesi senza alcun contatto con l’esterno. Questi due giovani avevano firmato le confessioni sotto tortura».

Invece per i giudici e il re sunnita Hamad bin Isa al Khalifa, che ha ratificato le condanne a morte, al Arab e al Malali erano responsabili di «atti di terrorismo» e dell’omicidio di un imam e di un agente di polizia. La loro colpevolezza è stata sentenziata nel 2018 in un procedimento-farsa che ha coinvolto altre 56 persone, tutte poi condannate al carcere con pene che vanno da 15 anni all’ergastolo. Uno di quei processi di massa contro gli oppositori politici – quasi sempre sciiti e descritti tutti come “terroristi” al servizio dell’Iran – che vanno di moda in Bahrain e che ricordano quelli organizzati in Egitto dal regime di Abdel Fattah el Sisi, alleato di re Hamad. Alle accuse contro al Arab e al Malali non credono anche le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, che senza successo hanno esortato il Bahrain a sospendere l’esecuzione dei due giovani che descrivono come attivisti e non “terroristi”. Non è servito a fermare il boia neanche l’appello lanciato da Agnes Callamard, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Nel marzo 2011 truppe dell’Arabia Saudita e degli Emirati entrarono in Bahrain in soccorso di re Hamad e misero fine al presidio permanente sorto in Piazza della Perla, a Manama, a sostegno delle riforme democratiche e dei diritti negati alla maggioranza sciita della popolazione, dominata dalla minoranza sunnita che fa riferimento alla monarchia. Quella violenta repressione causò oltre cento morti e centinaia di feriti. In seguito, dopo un lungo e inutile negoziato tra regime ed opposizioni, sono stati arrestati migliaia di cittadini e leader politici con l’accusa di “terrorismo” e di voler rovesciare la monarchia.

Re Hamad agita il fantasma del complotto iraniano per giustificare la repressione. E i paesi occidentali sono dalla sua parte, incuranti della brutalità del regime. «Anche l’Italia» protesta Maryam al Khawaja «l’ambasciatore del Bahrein a Roma scatta foto assieme a membri del governo (italiano) e l’università La Sapienza di Roma ha intitolato una cattedra in onore del Bahrain per la sua tolleranza religiosa sorvolando sul fatto che re Hamad perseguita un gruppo religioso, gli sciiti».

* Fonte: Michele Giorgio, IL MANIFESTO



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