Ex Ilva di Taranto. La procura rispegne Altoforno 2

Il provvedimento legato alla morte di un operaio nel 2015. Di Maio media ma l’azienda non recede dalla cassa integrazione

Massimo Franchi * • 10/7/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Lavoro, economia & finanza, Salute & Sicurezza sul lavoro • 96 Viste

Piove sul bagnato per l’acciaio a Taranto. Pochi minuti prima che iniziasse un surreale tavolo di confronto tra governo, azienda e sindacati al Mise, è arrivata la notizia che la procura tarantina ha disposto l’avvio delle procedura di spegnimento dell’Altoforno 2 dell’impianto ex Ilva.

LA VICENDA RIGUARDA LA MORTE l’8 giugno del 2015 dell’operaio Alessandro Morricella, 35 anni, di Martina Franca, travolto da un getto di ghisa incandescente proprio in Afo2. Un decreto del governo Renzi bloccò quel provvedimento di sequestro. Venne concessa la facoltà d’uso. A seguito della richiesta degli amministratori dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria di dissequestro dell’impianto, presentata al gup, è emerso che il piano che all’epoca venne presentato dall’azienda per la messa in sicurezza non è stato rispettato in toto. In questo modo è divenuto attuale quel provvedimento di sequestro all’epoca bloccato dal decreto legge.
Ovviamente, vista la natura degli impianti, le operazioni di chiusura e di spegnimento non si compiono da un giorno all’altro. L’altoforno 2 è uno dei tre attualmente operativi. Per il momento il sostituto procuratore Antonella De Luca ha delegato ai carabinieri la notifica del provvedimento. E ha affidato al custode giudiziario, Barbara Valenzano, la definizione del cronoprogramma per lo spegnimento.
Governo e azienda si sono limitati a prendere atto del provvedimento, ritardando comunque l’inizio del tavolo, partito quasi alle 17.

CHI SI ASPETTAVA UN CONFRONTO sul tema più scottante – la minaccia (ora parzialmente rientrata) di Mittal di lasciare Taranto il 6 settembre, giorno entrata in vigore della norma del decreto Crescita che toglie l’immunità penale ai proprietari dell’ex Ilva – è rimasto deluso. Denunciando come «false» le notizie del Sole24Ore che ieri dava conto di come l’accordo sottoscritto a settembre scorso dia la possibilità a Mittal di «recedere dal contratto di affitto» in caso di cambiamenti del protocollo del 2017 che prevedeva l’immunità – il ministro Di Maio ha ribadito che non si torna indietro «dalla revoca dell’immunità», assicurando però che l’azienda non ha nulla da temere dal punto di vista legale «se dimostra buona fede continuando nell’attuazione del piano ambientale» e si è mostrato anche disponibile a «precisare questo concetto attraverso interpretazioni autentiche anche per norma».

Sul suo media preferito – Facebook – in serata Di Maio ha annunciato: «continuiamo a lavorare, c’è ancora tanto da fare per i lavoratori e per Taranto».

L’altro nodo delicato da affrontare era quello della cassa integrazione già scattata per circa 1.400 lavoratori di Taranto. I sindacati hanno chiesto tre volte all’azienda di rinunciare ma i vertici di Mittal per tre volte hanno detto «no».

«L’andamento del confronto ha reso evidente che la questione dell’immunità penale, pur non facendo parte dell’accordo sindacale, assume un rilievo preliminare per il proseguimento», ha spiegato la segretaria generale della Fiom Francesca Re David. «Il tavolo è stato riaggiornato ai prossimi giorni, speriamo che lì ci siano le condizioni per affrontare un confronto di merito».

«DI MAIO HA ASSUNTO IMPEGNI precisi per scongiurare la fermata dello stabilimento di Taranto, ha ribadito la inderogabile validità del Piano ambientale e si è impegnato a intervenire, se necessario, con strumenti legislativi per garantire il rispetto del piano stesso», ha sintetizzato il segretario generale Uilm Rocco Palombella. «Abbiamo registrato invece – spiega Palombella – un ritardo nell’applicazione dell’accordo di settembre sia da parte di ArcelorMIttal che dell’amministrazione straordinaria: oltre alla cig per 1.400 lavoratori, ci sono ancora 1.700 lavoratori in amministrazione straordinaria. A Taranto sono previste 1 milione di tonnellate in meno rispetto al piano industriale, mentre in Polonia, Germania, Francia e Spagna si tagliano complessivamente 2 milioni di tonnellate, questo atteggiamento – conclude – aumenta le tensioni».

L’incontro «è stato deludente perché il governo non ha ancora risolto la partita dello scudo penale – ha spiegato il segretario generale della Fim Cisl Marco Bentivogli – mentre l’azienda non ha dimostrato nessuna volontà di ritirare la cassa integrazione».

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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