Gianluca Meranda: «Ero al Metropol». Spunta un testimone, i pm lo sentiranno

Presente all’incontro, spiega a Repubblica che la trattativa sfumò. Nel 2014 Salvini definiva Savoini «mio rappresentante ufficiale». Possibile una rogatoria in Russia per verificare eventuali flussi di denaro

Andrea Colombo * • 14/7/2019 • Internazionale, Politica & Istituzioni • 421 Viste

Almeno uno dei cinque anonimi, due italiani, tre russi, che chiacchieravano amabilmente di fonti di petrolio e milioni all’Hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre scorso ha un nome. Si chiama Gianluca Meranda, ed è evidentemente il «Luca» che nella registrazione dell’incontro resa nota da Buzzfeed Newssembrava essere un banchiere. Invece è un avvocato internazionalista e si è fatto vivo lui, prima contattando i giornalisti di Repubblica che seguono il caso, poi con una lettera pubblicata ieri dallo stesso quotidiano. All’incontro – spiega nella lettera – partecipava in veste di General Counselor di una banca d’affari, e questo giustifica probabilmente l’equivoco sul «banchiere».

MERANDA CONFERMA che la riunione ci fu, e del resto sarebbe stato impossibile negarlo. Si parlò della ormai famosa compravendita di petrolio ma «come spesso accade in questo settore, e nonostante gli sforzi delle parti, la compravendita non si perfezionò». Insomma non se ne fece niente, sostiene. Meranda non fa nessuna allusione all’ipotetica «stecca» che sarebbe dovuta finire nei forzieri della Lega in vista della campagna elettorale per le europee. Spezza però una lancia a favore di Gianluca Savoini, avendone «apprezzato l’assoluto disinteresse personale», e si dice pronto a essere ascoltato dai magistrati, i pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro, che indagano sulla vicenda. Sarà certamente convocato e la procura di Milano non esclude affatto una possibile rogatoria in Russia, per accertare possibili movimenti di capitali.

IN REALTÀ, AD AFFARE non concluso, accertare le responsabilità del leader leghista è più o meno impossibile. Bisognerebbe dimostrare che Gianluca Savoini parlava a suo nome, e a fronte di una tangente che sarebbe rimasta virtuale non è impresa facile. Tuttavia il nervosismo della Lega è alle stelle, e lo dimostra il tentativo goffo e fallimentare di negare l’evidenza da parte di Matteo Salvini. Il leghista continua a fingere di non sapere cosa facesse all’incontro dell’ottobre scorso a Mosca con gli industriali russi l’uomo che lo ha accompagnato in almeno nove viaggi in Russia, quello che lui stesso definiva nel 2014, per iscritto e non in una chiacchiera rubata, suo «rappresentante ufficiale» insieme a Claudio D’Amico (la dichiarazione del leghista è stata ritrovata dal dem Flippo Sensi). Quello che lo Sputnik News, megafono di Vladimir Putin, chiamava «responsabile dei rapporti con la Russia per la Lega Nord». Senza contare gli incarichi per nulla secondari che, in veste di portavoce, Savoini ha ricoperto nella Lega.

Salvini, e con lui tutto lo stato maggiore del Carroccio, sospettano una trappola micidiale e non lo nascondono. In privato, anche tra gli altissimi ufficiali, c’è chi si dice certo che la manovra abbia come obiettivo la nascita di un governo sostenuto da tutti tranne che dalla Lega, che resterebbe in carica non per pochi mesi ma sino alla scadenza della legislatura. Secondo i 5 Stelle proprio la necessità di stornare l’attenzione dal guaio russo sarebbe all’origine della crisi sfiorata per finta sul decreto Sicurezza bis, una sceneggiata costruita ad arte quando i dissensi erano in realtà già chiaramente superabili.

IL PD, COME È OVVIO, non ci va leggero. L’accusa stavolta non è semplice corruzione ma alto tradimento, tanto che il tesoriere Luigi Zanda non esita a chiedere le dimissioni del ministro dell’Interno. Ma i pentastellati mantengono invece i toni bassi, consapevoli che in ballo, qualora alzassero il tiro, finirebbe per esserci la sorte del governo. Non è certo un caso se venerdì, dopo aver difeso il governo anche in momenti più tempestosi, Salvini ha per la prima volta fatto circolare voci su una possibile crisi. E’ un avvertimento rivolto prima di tutti proprio ai soci di governo. Non pensassero di farsi trascinare nella campagna del Fatto quotidiano, che spara a zero sul leader della Lega. Perché stavolta non ci sarebbero finestre chiuse o socchiuse di sorta: Salvini farebbe saltare il tavolo. Di Maio ne è consapevole e non ha alcuna intenzione di far saltare tutto per i rubli russi. Sempre che il caso non monti tanto da lasciarlo senza alternative.

* Fonte: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

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