Regionalizzazione. Nella scuola leghista salario dei docenti «in gabbia»

Differenze salariali e reclutamento degli insegnanti contrari ai principi costituzionali

Roberto Ciccarelli * • 12/7/2019 • Istruzione & Saperi, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 187 Viste

La secessione dei ricchi si rompe sulla scuola. Per il momento. La richiesta di salari differenziati in base alla residenza da parte della pattuglia salvinista di cadreghe ministeriali e baronetti regionali è, insieme alla chiamata diretta dei docenti da parte delle regioni, la più esplosiva di un progetto che radicalizza le sperequazioni territoriali esistenti mascherandole astutamente come attuazione del titolo V della Costituzione.

QUANDO IERI A PALAZZO CHIGI i Cinque Stelle hanno finto di scoprire che il progetto dei colleghi leghisti porta alle «gabbie salariali» – per il momento riservate ai docenti, domani per tutti – hanno dato un segnale: da un lato, rispondono all’inquietudine dilagante che la secessione leghista produce nel corpo docente; dall’altro lato, confermano l’impianto della legge che si sono impegnati ad approvare nel contratto capestro di governo. La proposta dei Cinque Stelle sui livelli essenziali di prestazioni e di un fondo di perequazione per garantire una solidarietà tra le regioni è una foglia di fico. In attesa di un vero testo ufficiale che incredibilmente manca ancora (a parte le bozze del 16 maggio rivelate dal sito roars.it), andrà anche capito come potranno funzionare in un meccanismo che prevede un’aggressiva devoluzione di competenze statali verso le regioni: 23 per il Veneto, 20 per la Lombardia, 16 per l’Emilia Romagna governata ancora dal Pd.

A RIVELARE IL SEGNO regressivo di questo tentativo di secessione ci ha pensato la ministra agli affari regionali e alle autonomie Erika Stefani (Lega) secondo la quale nel trattamento economico del personale della scuola previsto dalla «riforma» «non ci sarebbe nessuna gabbia salariale, ma strumenti previsti che esistono già nel nostro ordinamento. Sono incentivi previsti dalla contrattazione integrativa per incoraggiare la permanenza e la continuità formativa». L’autonomia riconoscerebbe così un contratto integrativo regionale per fronteggiare la carenza di organico dovuta alla richiesta dei docenti di avvicinarsi a casa. «Tra uno che lavora e uno che deve munirsi di un appartamento a Milano è ovvio che ci sia una differenza» ha detto Stefani. Va tuttavia fatto notare che i contratti regionali non hanno alcuna competenza sugli stipendi. Per il momento. Le voci fisse dello stipendio, e quelle relative al salario accessorio, sono determinate a livello nazionale. La voce sfuggita alla ministra, di strumenti già previsti dal nostro ordinamento, svela «non una situazione, ma un’intenzione», ha commentato la Flc Cgil in una nota. Nelle «gabbie salariali» leghiste lo stipendio non varierebbe solo in base a condizioni e obiettivi diversi, ma anche in base alle regioni di residenza. Invece di stabilire aumenti e condizioni di base uniche per tutti, le regioni sceglieranno le loro priorità. Sarebbe la fine della contrattazione nazionale e la nascita dei «contratti regionalizzati». In generale, è la fine della solidarietà costituzionale e l’inveramento del principio della concorrenza che oppone i singoli, oltre che le regioni, secondo una logica premio-punitiva dove chi più ha, più avrà. E dove chi meno ha, avrà sempre di meno. Lo ha confermato il consigliere dell’Ufficio parlamentare di bilancio Alberto Zanardi in un’audizione alla Commissione bicamerale per il federalismo fiscale: «Il sistema di finanziamento delle competenze aggiuntive previsto dalle bozze di intesa presenta – ha spiegato – elementi contraddittori che suscitano preoccupazioni per i possibili rischi sia sulla tenuta del vincolo di bilancio nazionale sia sulla garanzia della solidarietà interregionale».

QUESTIONE NON SECONDARIA in questo scontro frontale è la regionalizzazione del reclutamento dei docenti. Anche in questo caso la battaglia è condotta in punta di diritto. Una sentenza della Corte Costituzionale del 2013, con presidente l’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha stabilito l’incostituzionalità di questa richiesta interessata. Ma la Lega, che già aveva cercato di strapparla nella legge regionale lombarda, non si è rassegnata. E ora torna all’attacco, rintuzzata dai Cinque Stelle e dal premier Conte. Per il momento.

IN UN GOVERNO STREMATO dalle contrapposizioni frontali su questioni di enorme rilievo fa discutere l’ultima suggestione leghista: che le regioni abbiano il potere di costruire cicli scolastici, piani di studio, formazione degli insegnanti in base alle loro esigenze produttive, senza trascurare le identità culturali locali inventate, o reinventate. Si tratta di norme generali che non possono essere cedibili perché garantiscono un’altra priorità costituzionale che si vuole cancellare.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

 

Foto: Rete degli Studenti Medi Massa su Flickr

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