Saharawi. Protesta contro l’occupazione, la polizia marocchina spara

Saharawi. Protesta contro l’occupazione, la polizia marocchina spara

«L’ennesima conferma della violazione dei diritti umani nei Territori occupati da parte delle forze di occupazione marocchine». È il commento del Fronte Polisario ai violenti scontri di venerdì sera a Layoune, principale città del Sahara Occidentale.

Dopo la conclusione della finale della Coppa d’Africa tra l’Algeria e il Senegal (1-0) molti saharawi sono scesi in strada per festeggiare la vittoria dell’Algeria, paese rivale del Marocco, i cui campi oltre confine ospitano da sempre la diaspora e il governo in esilio della Repubblica Saharawi.

LA POLIZIA MAROCCHINA aveva preventivamente chiuso numerose strade proprio con l’obiettivo di limitare simili e improvvise manifestazioni. Al termine della partita, al contrario, migliaia di famiglie saharawi, con molte donne e giovani, sono scese in strada intonando slogan anche contro l’occupazione marocchina e in solidarietà con i prigionieri politici. La reazione delle forze di sicurezza è stata veloce e violentissima, con centinaia di pestaggi e arresti.

Numerosi sono i filmati raccolti e diffusi dalle ong, dalle associazioni e dai media locali nei territori occupati – permangono le limitazioni imposte da Rabat all’ingresso di giornalisti e osservatori internazionali – sulla repressione «violenta e brutale di una manifestazione pacifica, con l’utilizzo di cariche e di proiettili di gomma sparati ad altezza uomo».

IERI MATTINA, INOLTRE, è arrivata la conferma della morte della 23enne Sabah Azman Hameida, che venerdì sera era uscita con la sua famiglia per festeggiare la vittoria dell’Algeria ed è stata investita – intenzionalmente, secondo i testimoni – da un’auto della polizia marocchina.

Il campo di Gdeim Izik, nel Sahara Occidentale

Pressioni e denunce nei confronti di Rabat, già alle prese in questi giorni con le proteste di numerosi parlamentari francesi per l’espulsione della militante transalpina Claude Mangin, moglie del prigioniero politico saharawi Naama Asfari (detenuto nel carcere di sicurezza di Kenitra), alla quale viene negata la possibilità di vedere il marito.

Quanto al rispetto dei diritti umani, il recente rapporto dell’Alto commissariato dell’Onu per i Diritti dell’uomo (Ohchr) esprime preoccupazioni per le continue «torture e violenze, l’utilizzo della detenzione arbitraria e la negazione dei più basilari diritti civili e umani ai detenuti politici».

VIOLENZE AUMENTATE progressivamente negli ultimi mesi, dopo le dimissioni a fine maggio dell’inviato Onu, Horst Kohler, ufficialmente per motivi di salute, ma, secondo molti analisti, «per la totale indisponibilità di Rabat a portare avanti i negoziati di pace».
Preoccupazioni sono emerse anche nel recente vertice dell’Unione africana a Niamey, in particolare da parte di Nigeria e Sudafrica, dato il perdurare di una «situazione di instabilità nell’area» e per il «mancato raggiungimento di una soluzione pacifica del conflitto, nel rispetto delle risoluzioni delle Nazioni unite che prevedono il principio di autodeterminazione e l’organizzazione di un referendum nel Sahara Occidentale».

* Fonte: Stefano Mauro, IL MANIFESTO



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