Afghanistan. Mentre Trump valuta l’intesa, ucciso il fratello del capo talebano

AFGHANISTAN . I Talebani sono disposti a incontrare i rappresentanti di Kabul, ma a condizione che siano solo uno degli attori politici con cui decidere come condividere il potere

Giuliano Battiston * • 18/8/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi • 156 Viste

Negli Stati uniti Trump consulta i suoi più stretti consiglieri per l’accordo finale con i Talebani, mentre in Pakistan Hafiz Ahmadullah, fratello del leader supremo degli studenti coranici, viene fatto saltare in aria. Due avvenimenti lontani geograficamente – il primo nel resort golfistico di Trump nel New Jersey, il secondo in una moschea a 25 chilometri da Quetta, nel Beluchistan pachistano – ma legati uno all’altro.

All’incontro di venerdì presieduto da Trump hanno partecipato i più alti rappresentanti della sua amministrazione, dal consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton al segretario di Stato Mike Pompeo, dal vicepresidente Pence alla direttrice della Cia, Gina Haspel, fino al capo di Stato maggiore Joseph F. Dunford. L’obiettivo, fare il punto sul negoziato con i Talebani affidato da Trump nel settembre 2018 all’inviato Zalmay Khalilzad.

RIENTRATO NEGLI STATI UNITI dopo settimane di incontri fitti in Asia, tra New Delhi che va rassicurata e Islamabad che rivendica concessioni finanziarie da Washington per aver spinto i Talebani a sedersi al tavolo negoziale, Khalilzad ha illustrato a Trump l’accordo in quattro punti con gli studenti coranici su cui c’è un accordo di massima da gennaio scorso.

GLI ULTIMI MESI, e in particolare le ultime settimane, sono serviti a mettere a punto i dettagli, i meccanismi di verifica reciproca e soprattutto a trovare un modo per legare la parte che riguarda il rapporto tra i Talebani e gli americani a quella sul rapporto tra Talebani e governo afghano. Dalle indiscrezioni uscite finora pare che l’amministrazione Trump sia disposta a ritirare subito dopo la firma dell’accordo 5mila delle 14mila truppe presenti in Afghanistan, il resto entro 18 mesi. In cambio, i Talebani garantiscono che l’Afghanistan non diventi un santuario per i jihadisti internazionali (qualcuno parla di una dichiarazione di esplicita presa di distanze da al-Qaeda, difficile da credere però). Ai tempi del ritiro delle truppe è legato il dialogo intra-afghano: i Talebani sono disposti a incontrare i rappresentanti di Kabul, ma a condizione che siano solo uno degli attori politici con cui decidere come condividere il potere e che tipo di architettura istituzionale adottare in futuro.
L’inviato Khalilzad insiste affinché i Talebani accettino un cessate il fuoco a «zone», a partire da quelle in cui verranno ritirate le truppe americane e poi della Nato (incluse le italiane).

PER ORA IL FRONTE TALEBANO pare compatto, perché tutte le anime della galassia anti-governativa vogliono cacciare le truppe di occupazione. Ma quando si tratterà di decidere limiti e obiettivi del negoziato con le altre forze politiche afghane, sarà tutt’altro discorso.
E la bomba esplosa nel Beluchistan, che ha ucciso il fratello minore del leader supremo dei Talebani Haibatullah Akhundzada, potrebbe essere anche un segnale interno, da parte di quanti – gruppi già scissionisti, scontenti o sollecitati da qualche potenza regionale – non vogliono che l’accordo venga firmato.

* Fonte: Giuliano Battiston, IL MANIFESTO

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