Allarme ONU: «Il 2019 l’anno più caldo di sempre»

Riscaldamento globale. Guterres: mobilitazione generale contro i cambiamenti climatici

Luca Martinelli * • 3/8/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 74 Viste

Il mese di luglio che si è appena concluso ha «riscritto la storia del clima, con dozzine di nuovi record della temperatura, registrati a livello locale, nazionale e globale» ha detto Petteri Taalas, segretario dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo).

Secondo le stime della Wmo, che è un’agenzia delle Nazioni Unite, «il 2019 sarà probabilmente tra i cinque anni più caldi di sempre, e il periodo tra il 2015 e il 2019 verrà ricordato come il quinquennio più caldo di sempre» ha ricordato Taalas, specificando che «è quasi scaduto il tempo a disposizione per governare pericolosi innalzamenti delle temperature medie, con molteplici impatti sul nostro Pianeta».

Giugno 2019, intanto, era stato il più caldo di sempre. Il clima è già cambiato, quindi, ed è tempo di una mobilitazione generale per ridurre le emissioni dei gas climalternati. L’allarme lo ha lanciato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aprendo ieri a Ginevra la cinquantesima sessione dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), il braccio scientifico dell’Onu che si occupa di cambiamenti climatici, Premio Nobel per la pace 2007.

 

«Fenomeni meteorologici (come i picchi di calore) sono solo la punta dell’iceberg. Per questo bisogna agire subito contro il cambiamento climatico»

Antonio Guterres

«Fenomeni meteorologici (come i picchi di calore) sono solo la punta dell’iceberg – ha ribadito Guterres – per questo bisogna agire immediatamente contro il cambiamento climatico». Il segretario generale delle Nazioni Unite ha anche ricordato di aver convocato per il 23 settembre un vertice sul clima, che sarà preceduto, il 21, da un summit dei giovani sull’argomento, al quale parteciperà anche l’attivista sedicenne Greta Thunberg. Guterres ha di nuovo invitato gli Stati a presentarsi al vertice di settembre con «piani concreti e ambiziosi: dobbiamo ridurre le emissioni di gas serra del 45% da qui al 2030 – ha ricordato – e arrivare a bandire il carbone nel 2050».

 

Il meeting Ipcc porterà, l’8 agosto, alla pubblicazione del rapporto sulla relazione tra cambiamenti climatici e uso del suolo, che mostrerà la necessità di fermare la deforestazione e rendere sostenibile il sistema globale di produzione del cibo, se davvero vogliamo contenere l’innalzamento della temperatura globale sotto 1,5 gradi centigradi.

 

Gli scienziati di tutto il mondo si riuniscono per discutere di come anche agricoltura, silvicoltura e alimentazione possano affrontare la sfida dei cambiamenti climatici. Per gli studiosi dell’Ipcc, servono misure drastiche non solo in settori come energia, industria e trasporti, ma anche per quanto riguarda l’uso della terra. Spazio quindi anche al tema della desertificazione, e al ruolo che questa ha nei cambiamenti climatici, alle comunità vulnerabili, alla povertà e alla migrazione, tutti temi che verranno considerati e analizzati nell’ambito del prossimo rapporto.

 

Ha parlato di clima, a Roma, anche la Presidente eletta della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, prima del bilaterale a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «Servono nuove iniziative più ambiziose per quanto riguarda il cambiamento climatico, io vorrei che l’Europa fosse il primo continente neutro nel 2050, obiettivo molto ambizioso. Il tempo è poco dobbiamo agire». E ha annunciato, anche se per il momento in modo ipotetico, l’introduzione di un «fondo di transizione per aiutare le regioni più colpite dal cambiamento».

 

A fine luglio la Banca europea per gli investimenti (Bei), cioè l’istituto di credito dell’Unione europea, la principale istituzione multilaterale di concessione di prestiti al mondo, ha pubblicato un rapporto dedicato all’energia, «Eib energy lending policy», che dà conto del percorso per la definizione della nuova politica in materia, dal contenuto potenzialmente rivoluzionario: a partire dalla fine del 2020, «la Banca non finanziarà più progetti legati alle risorse fossili», che non verranno nemmeno presentati al board.

 

Un passo in avanti – secondo Les Amis de la Terre, Oxfam e Réseau Action Climat tra il 2015 e il 2018, la Bei ha accordato prestiti alle fonti fossili per 7,9 miliardi di euro, pari al 21% del budget – che «dovrà essere in ogni caso approvato dai 28 Stati membri dell’Ue – ricorda il portale valori.it-. Qualora ciò dovesse accadere, si tratterà di un cambiamento diametrale». Un freno vero al climate change.

* Fonte: Luca Martinelli, IL MANIFESTO

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