Crisi di governo. I partiti appesi al discorso di Conte

L’attesa dei presunti sposi Pd-5S e dei presunti divorziati 5S-Lega per le parole che apriranno la crisi in senato. Trattative avanzata ma Zingaretti non si fida: sentiamo che dice

Andrea Fabozzi * • 20/8/2019 • Politica & Istituzioni • 111 Viste

La resa dei conti.  O nel corso delle consultazioni si verificano le condizioni per un governo forte e di rinnovamento anche nei contenuti o è meglio il voto

«Sentiamo che dice Conte». Il programma per i prossimi giorni è ormai pronto. Le dimissioni del presidente del Consiglio questa sera, dopo il suo discorso al senato alle 15 e il successivo dibattito, ma prima del voto sulle risoluzioni. Le consultazioni al Quirinale. Il tentativo di battezzare un governo a tre – 5 Stelle, Pd e Leu – unito da un nuovo «contratto» e in grado di portare a conclusione la legislatura nel 2023 (o comunque dopo aver eletto il successore di Mattarella, all’inizio del 2022). Il piano è questo, ma ognuno di questi passaggi è preciso solo negli schemi che fanno i pontieri dei tre gruppi parlamentari coinvolti. Schemi che talvolta contengono già elenchi di ministri e spostamenti di caselle in parlamento, molto prematuri perché il progetto è tanto ambizioso quanto fragile. L’incertezza è testimoniata dal continuo rinvio alle parole che dirà in senato Conte. Il presidente del Consiglio che è riuscito a guadagnare una centralità politica solo nell’ultima ora del suo mandato a palazzo Chigi.

Il Pd, ad esempio, si aspetta che Conte faccia un discorso molto duro contro Salvini. È del resto la previsione più facile: lo scambio di lettere sul caso della nave Open Arms non fa presagire nulla di diverso. Il problema, per i democratici, è che il presidente del Consiglio potrebbe rivendicare tutte le cose fatte dal suo governo prima della rottura, del «tradimento», di Salvini, così come ha già fatto nelle dichiarazioni alla stampa lo scorso 8 agosto. Ma il Pd, che pure voterebbe la sfiducia al governo nel caso (poco probabile) si dovesse arrivare al voto, ha bisogno di discontinuità per aprire a un accordo con i 5 Stelle. È per questo che ieri il Nazareno ha smentito categoricamente di aver già dato il via al Conte-bis. Per arrivare a tanto bisognerebbe che Conte si spingesse a tratteggiare una distanza valoriale con Salvini, una radicale diversità dal suo vicepremier che nei mesi di governo non si è notata. Si ricordano, al contrario, anche per quel che riguarda il sequestro dei migranti a bordo, testimonianze ufficiali nelle quali Conte ha rivendicato la condivisione, anzi la titolarità, della linea dura.

Costretto a giocare una partita che non ha scelto, Zingaretti continua a fidarsi poco sia dei segnali di apertura che arrivano dai 5 Stelle sia dell’atteggiamento di Renzi verso il governo che, eventualmente, nascerà. Superato in mobilità persino da Prodi, il segretario del Pd ripete: «Attendiamo le dichiarazioni di Conte e l’apertura della crisi. O nel corso delle consultazioni si verificano le condizioni per un governo forte e di rinnovamento anche nei contenuti o è meglio il voto». Al segretario hanno riferito che l’assemblea dei parlamentari M5S di ieri si è trasformata in una liberazione dalle frustrazioni provocate dalla lunga convivenza con Salvini. Per il sottosegretario Spadafora, frequente bersaglio degli attacchi del ministro dell’interno, «non c’è più un gruppo parlamentare che sosterrebbe l’alleanza con la Lega». Per un altro sottosegretario grillino, Di Stefano, «con il contratto di governo si può mischiare acqua e olio e magari scopriremo che gli unici a rimanere fuori dalla mescola sono proprio quelli che hanno tradito gli italiani, i leghisti con l’amico Berlusconi».

D’altra parte proprio il protagonismo di Renzi, che continua a proporsi come l’alternativa a Salvini – ieri lo ha sfidato a candidarsi nel collegio di Firenze -, mette sabbia negli ingranaggi del governo giallo-rosso (o giallo-rosa). «Mai con Renzi e Boschi», ripetono i 5 Stelle, a voce più alta di quanto quelli del Pd dicano «mai con Conte e Di Maio» (se lo dicono). E così si torna all’attesa per le parole di Conte. Anche il presidente del Consiglio ha una partita da giocare, e se si convincesse di non avere un futuro politico (in Italia o in Europa) in alleanza con il Pd, potrebbe fare leva sulla disperazione di Salvini. E tenere aperto uno spiraglio al recupero dell’esperienza gialloverde. Cominciando con lo stemperare le sue critiche a Salvini, in senato. D’altra parte il leader della Lega a questo punto ha un solo obiettivo utile: far fallire l’intesa dei 5 Stelle con il Pd. Potrebbe capire, prima di prendere la parola oggi pomeriggio, che più che con i richiami alla piazza o i miserevoli appelli alle «mamme di Bibbiano» può tentare con la carta della riforma costituzionale che taglia i parlamentari. L’ultimo dossier, pesantissimo, dove la Lega può votare con i 5 Stelle e dividerli con nettezza dal Pd. Ma per salvare il voto della camera sulla riforma, in calendario giovedì, c’è bisogno che Conte non si dimetta, stasera.

* Fonte: Andrea Fabozzi, IL MANIFESTO

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