In Calabria il Riot Village, gli studenti che sfidano mafie e razzismo

Scuola. In Calabria il Riot Village di Uds, Link e Rete della conoscenza. Pronti a un «autunno caldo» di mobilitazione contro “il governo del peggioramento”

Silvio Messinetti * • 7/8/2019 • Buone pratiche e Buone notizie, Movimenti, Welfare & Politiche sociali • 170 Viste

ISOLA DI CAPO RIZZUTO (KR). Al km 227 della statale Jonica uno sbiadito cartello arcobaleno indica «Sovereto another beach project». Svolta a sinistra e si percorrono 2mila metri di sterrato tra buche, sassi e pozze d’acqua. Poi, finalmente, «l’altra spiaggia» si apre agli occhi, in un bosco di macchia mediterranea affastellato da centinaia di tende multicolori.

Il campeggio studentesco più grande d’Italia, il Riot village di Uds, Link e Rete della conoscenza si è dato appuntamento qui, sulle rive dello Jonio, per il secondo anno di fila. In un’oasi naturalistica, in mezzo a una foresta ideale per la nidificazione delle tartarughe, incorniciata da dune di sabbia color tiziano.

IL BOSCO E LA SPIAGGIA di Sovereto sono nel mirino di speculatori e ’ndrine da anni, in uno dei territori più mafiosi e mafiogeni d’Italia. «Nel 2017 appiccarono in pieno agosto, in pieno giorno e in più punti un incendio immenso – ci racconta all’entrata Francesco Perri, animatore dell’Arci crotonese – e solo grazie ai campeggiatori e ai volontari si è riusciti a evitare una tragedia». L’area è presidiata nel periodo estivo da questo camping gestito dall’Arci.

Che nel giro di poco tempo è diventato meta ambìta di festival politico-sociali. «C’è stato prima il meeting Tende rosse dei giovani del Pdci, poi sono arrivati i dottorandi dell’Adi e dal 2018 ospitiamo il Riot. L’anno scorso hanno messo le tende per la festa nazionale quelli di Dema, il movimento di De Magistris e a fine agosto attendiamo anche il camp di Potere al Popolo».

L’oasi di Sovereto rientra nella campagna RigeneriAmo la natura, concepita da Legambiente con il supporto di Intesa San Paolo e Notte della Taranta per salvaguardare l’habitat e frenare l’erosione costiera.

Il Riot è un villaggio ripartito in piazzole regionali e una «piazza nazionale». Poi c’è il palco dei concerti, l’area riunioni, lo spazio dibattiti e gruppi di lavoro, i punti ristoro. Al baretto incontriamo Giulia Biazzo, 22 anni, siciliana di Vittoria.

Da qualche tempo è la coordinatrice nazionale di Uds: «Questo Riot si può definire un ecosistema felice in mezzo alla miseria del presente. Quest’anno festeggiamo i 25 anni e ne è passata acqua sotto i ponti dal 1994 quando Uds venne fondata dalla confluenza dei gruppi di Milano con i sindacati studenteschi tosco-emiliani e i collettivi antimafia di Sicilia e Campania». Per il 25ennale sono scesi in Calabria Luciana Castellina, Don Ciotti, Francesca Chiavacci di Arci, Franco Sinopoli di Flc.

HANNO DIBATTUTO DI ’68, di social forum, di lotta alle mafie nei territori. Biazzo ripercorre la lunga storia dell’Uds. Dal primo statuto degli studenti nel 1998 alla decisione di estromettere le giovanili di partito nel 1999 «per una liberazione dei saperi fuori dalle geometrie di partito».

Poi la nascita della rete studentesca, Genova 2001, la decisione di andare ugualmente in piazza Alimoda malgrado il niet della Cgil. La Cgil, appunto. «Con i confederali stringemmo un patto di lavoro, non neghiamo ci fosse una dipendenza economica da loro pur nell’indipendenza di azione politica, specie nei territori».

POI IL PATTO SI ROMPE nel 2006, Uds prosegue da sola, subisce la scissione di Reds (Rete degli studenti medi) e nel 2010 guida il movimento dell’Onda. «Un grande movimento di massa contro la Riforma Gelmini, il berlusconismo, l’aziendalizzazione delle scuole, perché la crisi non volevamo né dovevamo pagarla noi».

Poi si arriva ai giorni nostri, a Renzi, alla legge 107, al 5 maggio 2017 con «lo sciopero sociale contro la buona scuola». Infine il governo giallobruno, «con il 30% degli studenti che vota Lega – rammenta Biazzo – L’individualismo imperante che tuttavia non vuol dire necessariamente indifferenza quanto piuttosto crisi di partecipazione come necessità di una nuova partecipazione. Il mondo scolastico di oggi genera depressione, stress, affaticamento, competizione sfrenata, solitudine, vige un sistema punitivo e afflittivo, dove le telecamere fuori dagli istituti servono al controllo sociale mentre gli edifici sono logori e vetusti. Aprire un giornaletto d’istituto è ormai complicato e fare propaganda politica un’impresa. Ecco perché c’è la necessità di un vero sindacato studentesco, un sindacato politico come direbbe Trentin».

Ora la speranza degli studenti è riposta nei Fridays for future, «parole semplici per riconquistare il futuro a partire dal prossimo sciopero del 27 settembre per il futuro, il lavoro, l’ecologia». L’autunno sarà caldo, anzi caldissimo, qui ne sono tutti convinti.

«SFIDEREMO QUESTO “governo del peggioramento” a cominciare dall’assemblea nazionale degli studenti di metà ottobre contro l’aziendalizzazione delle scuole, i Pcto che non superano l’alternanza scuola-lavoro ma anzi l’aggravano in nome dell’autoimprenditorialità e contro la graduale svalutazione del valore legale del diploma. E comunque reclameremo un nuovo modello di sviluppo contro razzismo e sessismo perché in ogni caso non vogliamo scuole d’oro in un mondo di merda!».

Al Riot Village di Sovereto

Anche gli universitari sono pronti a mobilitarsi in vista di settembre. «L’autonomia universitaria produce disuguaglianza, atenei di serie a e b – rimarca Camilla Guarino della Link – Così come nefasti sarebbero gli effetti dell’autonomia regionale differenziata. Già oggi regioni come la Calabria non coprono le borse di studio a differenza di altre come il Piemonte e rendere strutturale questa disparità sarebbe incostituzionale. Così come aberrante è il cosiddetto prestito d’onore che il ministro ha proposto. Anche noi siamo interessati ai Fridays e su questo movimento investiamo tanto, per riappropriarci del nostro futuro, cambiare la società per cambiare l’università, una università nuova, aperta, inclusiva, con finanziamenti per tutti, per dare una direzione nuova al paese».

IL VILLAGE SI È CHIUSO ieri e il bilancio è più che positivo. C’è un incremento di partecipazione inaspettato. Gli organizzatori calcolano 1.300 campeggiatori, il 40% in più del 2018. C’è fame di politica, di incontrarsi, di fare società reale, lontana dalle solfe delle dirette Facebook di Salvini e dalle panzane di «democrazia diretta» della Casaleggio Associati.

La spiegazione di questo successo del Riot 2019 prova a darcela Stefano Kenji Iannillo, dell’Arci di Avellino, un attivista che di Riot non se ne perde uno da 13 anni.

«Essere riusciti a ospitare il Riot in un luogo politico gestito da Arci, in cui si fa turismo responsabile, in cui un bene comune viene restituito alla collettività e sottratto alle grinfie della mafie è di per sé un fattore determinante per il successo. Questo è un luogo includente, non gerarchico e la sinistra sulla questione di come si sta insieme, di quali luoghi si scelgono per confrontarsi ha fallito in questi anni. Qui invece proviamo a fare pedagogia sociale, pedagogia della resistenza con prezzi popolari, Km 0, plastica 0, politica ovunque. C’è un convivere cooperativistico, turni di lavoro uguali per tutti, i giovani non sono a capo chino riversi sullo smartphone, a me sembra un piccolo socialismo eterodosso. E c’è persino l’abolizione del tempo, da buoni rivoluzionari».

Arrivederci, dunque, al 2020. Per riconquistare il futuro, abbandonando le miserie del presente.

* Fonte: IL MANIFESTO

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