Logistica Zara, vincono i facchini delle coop: accordo e arretrati

La lotta paga sempre. Dopo mesi di lotta firmate le conciliazioni. Supervisione del gigante dell’abbigliamento

Massimo Franchi * • 28/8/2019 • Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 250 Viste

La «logistica» come giungla dei diritti. Che sovente diventa sfruttamento e sopraffazione. E non di rado sfocia nella violenza. La vertenza della logistica Zara – o meglio: della ramificazione di cooperative tutte rispondenti a poche persone che lavorano in esclusiva per Zara – coinvolge circa 600 lavoratori che in tutta Italia gestiscono i magazzini per la multinazionale spagnola dell’abbigliamento.

LA VERTENZA DIVENTA FRAGOROSA il 6 marzo. L’amministratore delegato della cooperativa Il Faro Vittorio Picena si presenta con una quindicina di addetti alla sicurezza armati di pistole taser per «liberare il magazzino» di Castel Giubileo, periferia nord di Roma, da cui viene smistata tutta la merce per i tanti punti vendita della provincia, controllato dai lavoratori che da una settimana scioperavano per rivendicare i loro diritti. Una «spedizione punitiva» finita con tre lavoratori all’ospedale: «uno con 21 giorni di prognosi, uno con fratture scomposte ad una mano da operare, per non contare quelli con escoriazioni da uso della pistola elettrica», raccontava Massimo Pedretti, sindacalista Filt Cgil e testimone oculare dell’arrivo della polizia e dell’indentificazione degli «aggressori», compreso l’ad del Faro.

La rabbia dei sedicenti imprenditori è dovuta allo sciopero che blocca gli approvvigionamenti ai negozi Zara da più di una settimana. Non solo a Roma, ma in buona parte dell’Italia «a macchia di leopardo». I circa 1.100 dipendenti della cooperativa il Faro (Expo Logistic) che gestisce in esclusiva il servizio di facchinaggio per la multinazionale spagnola dell’abbigliamento in Italia scioperano per chiedere il ripristino del contratto nazionale della logistica e gli arretrati per 10 anni di sfruttamento. «Moltissimi lavoravano 220-230 ore al mese contro le 168 previste senza prendere un euro di straordinario», denunciava Alessandro Antonelli sempre della Filt Cgil. La novità della vertenza è proprio questa. A Roma sopratutto è la Cgil – meglio, la Filt Cgil, la federazione dei trasporti storicamente «destra» nella confederazione – ad appoggiare il blocco dei magazzini, protesta tipica dei Cobas.

COOPERATIVA IL FARO E sindacati avevano da poco trovato un accordo sul nuovo inquadramento – «pieno riconoscimento del 4° livello del contratto nazionale Merci e Logistica per tutti» – ma è sugli arretrati che le posizioni sono assai distanti. La maggior parte dei lavoratori viene da un buon decennio di sfruttamento e non accetta le poche migliaia di euro proposte dal Faro per un accordo tombale sul pregresso.

I lavoratori – soprattutto a Roma – sono quasi tutti egiziani. E il 20 marzo accade l’incredibile. È direttamente l’ambasciata egiziana a Roma – assieme al consolato di Milano – a fare pressione sui lavoratori perché firmino un accordo con le cooperative. La Filt Cgil era riuscita ad avere il permesso dalla questura per un presidio sotto Montecitorio, ma poche ore prima i lavoratori avvertono i sindacalisti che loro accetteranno i soldi proposti nella «scrittura privata» con le loro cooperative. In Egitto addirittura il ministro del lavoro Mohammad Saafan si intesta il successo e su alcuni giornali c’è perfino una foto che ritrae il rappresentante del consolato di Milano Ezzat Omran insieme ad alcuni dei lavoratori con un cartello in mano che recita: «Abbiamo ottenuto i nostri diritti».

I SINDACATI PERÒ NON CI STANNO. Anche lo Si Cobas non firmerà le conciliazioni: «Non accetteremo i diktat di alcun consolato, egiziano o pakistano (molti dei lavoratori del magazzino di Regello vicino a Firenze chiuso sono pakistani, ndr), i diritti si conquistano con le vertenze anche legali», commenta Alessandro Zadra del Si Cobas Milano.

A Reggio Emilia, Bologna e Rimini nel frattempo la lotta dei lavoratori egiziani diventa giudiziaria: i legali del sindacato raccolgono testimonianze per una denunce penali e civili.

Intanto la Filt Cgil cerca di chiedere l’intervento diretto di Zara nella vertenza.

A tre mesi di distanza la vertenza si è – praticamente – chiusa. «Quasi tutti i 600 facchini, al 90% egiziani, hanno firmato le conciliazioni con le cooperative in sede sindacale e protetta, non sotto la pressione delle istituzioni egiziane negli uffici delle cooperative», spiega Danilo Morini che per la Filt Cgil nazionale ha coordinato la vertenza sui vari territori. «I risultati positivi sono due: il riconoscimento in media di circa 20mila euro sul pregresso – 3mila euro netti per ogni anno di anzianità fino a 5 e mille per gli ulteriori 5 anni fino a 10 -, con la prima tranche già pagata e la seconda in pagamento: si tratta di circa un anno di retribuzione. Il secondo è che dal primo febbraio – retrodatato – avranno applicato il contratto delle merci e della logistica in maniera coerente».
Non hanno transato alcuni lavoratori di Reggio Emilia che hanno fatto causa alle cooperative.

SEMPRE A MARZO si era raggiunto l’accordo anche per i 39 lavoratori del magazzino Zara di Pian di Rona, a Reggello (Prato): ricollocazione di tutti i dipendenti del consorzio, che lavora per conto di Dhl a sua volta partner di Zara. Sono dislocati in altre sedi lavorative, ma manterranno le stesse garanzie contrattuali che avevano ottenuto a Reggello. Per la soddisfazione del Si Cobas.

A sbloccare la vertenza con i sindacati è stato anche l’intervento discreto ed indiretto di Zara. «Zara Italia è stata un passo indietro ma abbiamo sentore che abbia garantito economicamente l’operazione. Abbiamo incontrato l’ad e responsabile alle Risorse Umane De Falco», racconta ancora Morini della Filt Cgil.

Rimane il problema della rete di cooperative quanto meno chiacchierate e «non genuine». «Zara ha accordi e appalti con queste fino a novembre. Vedremo se li confermerà», chiude Morini. Che riferisce anche di «voci»: «pare che nei punti vendita l’azienda si stia preparando ad internalizzare i lavoratori di supporto alla vendita: magazzino interno, pulizie e servizi. Di per se è una buona notizia, sempre che siano confermati i livelli occupazionali. Diversamente – se l’idea di Zara è di stabilizzare una parte e di licenziare i restanti – ci mobiliteremo subito».

Com’è andata a finire

In un’Italia mai uscita dai dieci anni di crisi ci sono migliaia di vertenze lungo lo stivale. Troppe per poterle seguire costantemente. La maggior parte vanno avanti da anni e spesso ci si dimentica della loro esistenza. In questo agosto con meno notizie, abbiamo deciso di raccontarle e spiegare come sono andate a finire.
Diverse per settore e per numero dei lavoratori coinvolti, tutte hanno però una caratteristica in comune: quando i lavoratori lottano ottengono risultati. Sempre

(2° puntata – La prima puntata di «La lotta paga. Sempre» su Italpizza è uscita il 17 agosto)

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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Hassan: «Botte e pressioni, ma abbiamo vinto»

La lotta paga sempre. Il racconto in prima persona: L’ambasciata egiziana ha fatto pressioni per farci firmare senza garanzie. Abbiamo resistito. A maggio il sindacato è riuscito ad ottenere condizioni migliori

«Abbiamo scioperato per 18 giorni. Il 6 marzo ho preso tante botte, meno di altri, ma comunque tante. Sono dovuto andare in ospedale». Hassan – il nome è di fantasia per paura di ritorsioni, nessuno dei facchini egiziani di Roma ha questo nome – parla un buon italiano. E ora, dopo «mesi durissimi», «è contento, anche se poteva andare meglio».

«L’accordo lo abbiamo fatto come ci ha spiegato il sindacato a maggio. Abbiamo firmato presso di loro. Adesso abbiamo il contratto Trasporti-Logistica con livello 4 junior, la paga è 9,22 euro l’ora. Prima era 7,30 euro l’ora. Ci hanno riconosciuto 3 mila euro netti per gli ultimi 5 anni e mille euro netti per i 5 anni prima. La prima tranche dei soldi è già arrivata, la seconda sarà a settembre».

«Le pressioni dell’ambasciata egiziana ci sono state. Ognuno di noi ha ricevuto telefonate da persone per convincerci a firmare. Ma non l’abbiamo fatto. A maggio le condizioni sono cambiate, l’accordo era in sede sindacale e con certezza dei pagamenti e del rispetto del contratto».
La media dei soldi avuti dai suoi colleghi è di circa 10mila euro. «Anche se noi ne volevamo 8mila per ogni anno, adesso che li abbiamo avuti veramente siamo contenti».La loro storia viene da lontano. Quasi tutti sono in Italia dal 2012. E da subito hanno lavorato per le cooperative della logistica di Zara. «Le cooperative cambiavano spesso. Il lavoro rimaneva uguale. Solo che ogni giorno ti chiedevano di spostarti. Il contratto da subito era a tempo indeterminato. Il problema è che lavoravo anche 300 ore al mese e ce ne pagavano solo 120. E non ci davano lo straordinario, non ci davano la 13esima, non ci davano il Tfr».

Anno dopo anno la consapevolezza di essere sfruttati diventa rabbia. E quando finalmente arriva il sindacato a spiegarti che «ti puoi ribellare, che ti devono pagare e rispettare; lo spieghi agli altri e insieme a loro ti senti forte e il padrone non ti fa più paura».

Inizia lo sciopero. «È stata dura, facevamo i turni per non fare entrare nessuno a Castel Giubileo. Poi una mattina sono arrivati a picchiarci. Spranghe, tubi di ferro e la pistola elettrica, il taser».

Ma la protesta va avanti. «Ancora per tanti giorni. Poi qualcuno di noi ha iniziato ad attaccare lo sciopero, dicevano che non serviva a niente e perdevamo soldi».

Qualche giorno e arrivano anche le pressioni dell’ambasciata. «Anch’io, come tutti, ho ricevuto delle telefonate da persone di lì che mi dicevano di accettare e firmare nella sede della cooperativa. Ma abbiamo ascoltato la Cgil e abbiamo continuato la protesta».

I mesi passano. «A maggio abbiamo deciso di firmare perché le condizioni erano cambiate e veniva fatto tutto secondo le regole. Eravamo alla sede della Cgil e i tempi dei pagamenti erano scritti e più vicini».

L’accordo con il Faro è stato tombale. «Nessuna denuncia per quello che è successo al magazzino». «Qualche problema c’è ancora: la busta paga non è sempre esatta e non sappiamo se dobbiamo pagare le tasse sui soldi avuti. Ma rispetto a prima non c’è confronto».

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

 

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