Migranti. La nave di Open Arms con 121 naufraghi a bordo senza porto

La ONG Open Arms. «Meglio multati che complici»

Adriana Pollice * • 7/8/2019 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 414 Viste

Il decreto Sicurezza bis «mette fine allo show dell’immigrazione» ha spiegato ieri Luigi Di Maio. Lo show, come lo definisce il capo politico dei 5S, a bordo della nave dell’Ong catalana Proactiva Open Arms è cominciato mercoledì scorso, quando è avvenuto il primo salvataggio, e poi giovedì il secondo. A bordo i naufraghi erano 124 ma l’Italia non ha potuto impedire lo sbarco di due donne incinte al nono mese (più la sorella di una delle due). Sono rimasti in 121 a fare la spola in acque internazionali tra Lampedusa e Malta.

Il Viminale ha già comunicato che l’ingresso nelle acque territoriali innescherà denunce, confisca della nave e multa. «Difficile trovare le parole per spiegare alle persone a bordo che averle salvate ha un prezzo. Un milione di euro», scrivevano ieri sui social dall’Open Arms lanciando l’hashtag «megliomultatichecomplici». Anche La Valetta ha rifiutato alla nave il permesso a entrare nelle sue acque.

A bordo senza meta anche 32 minori: 27 viaggiano da soli, quattro sono molto piccoli, due sono gemelli di 9 mesi. «Lo sapete cosa significa trovarsi in mezzo al mare, da soli, lontani dalla famiglia? Hanno diritto a sbarcare in un porto sicuro. Ci chiedono “dove stiamo andando?”, la mancanza di risposte di solito comporta una richiesta: “Libia, no”» raccontano i volontari catalani.
Più passano i giorni e più aumenta il nervosismo in persone traumatizzate dalle torture: «Abbiamo detto loro che stiamo facendo tutto il possibile per portarli a terra. Non diciamo alcun luogo specifico, in modo da non creare alcun tipo di aspettativa, che può aumenta le ansie» spiega Anabel Montes, capo missione di Open Arms.

Durante le ore di navigazione affiorano le storie. A bordo c’è una famiglia di cinque donne: la nonna Hayada con tre figlie e la nipote. Sono fuggite dal Sudan per le idee politiche del marito ma in Egitto l’uomo è morto per le ferite subite in patria. Allora hanno deciso di scappare in Europa: tappa obbligata la Libia, dove sono state rinchiuse in un centro di detenzione per nove mesi. Torturate e picchiate, una di loro, Safa, ha scelto di farsi violentare per risparmiare alle altre la stessa pena. Durante la tortura, i rapitori hanno chiamato i parenti in Sudan per estorcere denaro: hanno dovuto vendere la casa per pagare i 20mila dinari libici necessari per riscattarle. Issiaga, invece, sta sempre steso: gli hanno sparato ai piedi. Ha cercato di lasciare la Libia cinque volte prima di essere salvato da una nave diversa da un pattugliatore libico. Ogni volta che lo riportavano indietro ricominciava la detenzione e le torture.

La Commissione europea ieri ha comunicato di non aver ricevuto richieste in merito al coordinamento dello sbarco e della ripartizione dei 121 sull’Open Arms. L’Ong ha chiesto un porto sicuro a Italia, Malta e Spagna. Dal governo di Madrid la replica: «Non siamo l’unico partner della Comunità con porti sicuri». I volontari catalani sono tornati a chiedere all’esecutivo spagnolo di intervenire presso la Commissione Ue. Mentre la battaglia diplomatica si avvita su se stessa, i naufraghi a bordo con carta e penna si sono fatti una scacchiera per giocare a dama. Anche l’Ong tedesca Sea Watch ha commentato la conversione in legge del decreto Sicurezza bis: «Un altro passo verso l’imbarbarimento». Medici senza frontiere, che è a bordo della Ocean Viking di Sos Méditerranée verso la Libia, attacca: «Metterà ancora più a rischio la vita di persone vulnerabili».

* Fonte: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

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