Morto Hamza bin Laden, il «giovane leone» di Al Qaeda

Scampato al massacro di Abbottabad. Per gli Usa il figlio di Osama bin Laden sarebbe morto. Rappresentava il collegamento tra vecchi e nuovi seguaci. Il padre gli dedicò una poesia-manifesto

Giuliano Battiston * • 2/8/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi • 229 Viste

Alla fine degli anni Novanta, tra il suo arrivo in Afghanistan nel 1996 e l’attacco alle Torri gemelle del 2001, Osama bin Laden scrive una poesia di 44 righe, divisa in due parti. Nella prima la voce narrante è quella di uno dei figli, Hamza, nato dalla sua terza moglie, la psicologa infantile Khairiah Sabar.
Poco più che bambino, Hamza chiede conto al padre degli anni passati, dei viaggi sofferti «tra valli e montagne», dei pericoli scampati: ci sarà mai una fine, una ricompensa? La risposta arriva nella seconda parte. L’esilio, le avversità sono un dono e una prova di Allah, perché servono a distinguere gli autentici fedeli devoti alla causa dagli ipocriti, gli eletti dai falsi credenti. Un topos letterario classico nell’ampia letteratura del jihadismo, spiegano gli autori del libro curato dal ricercatore Thomas Hegghammer, Jihadi Culture (Cambridge University Press 2017). Un libro importante, perché ci ricorda che i jihadisti dispongono di una vera e propria «cultura estetica» e ciò ci permette di distinguere il piano strategico-operativo da quello simbolico.

Martedì diversi funzionari statunitensi hanno dichiarato che Hamza bin Laden è morto, ucciso non si sa bene quando, non si sa bene da chi, non si sa bene dove. Nato nel 1989, già al fianco del padre prima in Sudan poi in Afghanistan, dal 2001 in Iran con la madre, rilasciato dalla «custodia» iraniana nell’agosto 2010, scampato per pochi giorni all’assalto del maggio 2011 dei Navy Seals nel covo di Abbottabad, in Pakistan, nel quale è stato ucciso Osama, Hamza bin Laden viene rilanciato nel firmamento qaedista nell’agosto 2015 dal numero uno, Ayman al-Zawahiri, che in un messaggio audio annuncia «l’arrivo di un leone dalla tana di al-Qaeda». Da allora è una figura centrale nella battaglia per la conquista dei cuori e delle menti di vecchi e nuovi potenziali militanti. Dallo scorso febbraio sulla sua testa pende una taglia da 1 milione di dollari del dipartimento della Giustizia Usa.
Il Soufan Center, centro di analisi sulla sicurezza, sostiene che la sua morte (se confermata: potrebbe trattarsi di un trucco per stanarlo) avrà conseguenze strategiche negative per al-Qaeda: Hamza bin Laden era il «legame generazionale» tra la vecchia guardia e i nuovi quadri e un «potenziale unificatore del movimento jihadista globale».

Se si guarda l’altro aspetto, quello simbolico, il presunto colpo letale per al-Qaeda – organizzazione troppe volte data per morta e invece viva e vegeta – cambia però segno. E diventa un elemento da sfruttare. Agli occhi dei qaedisti, Hamza bin Laden non è un semplice uomo morto, ma un martire. Centrale nella continuità e nell’autorappresentazione del movimento, quella del martire è una figura culturalmente costruita. Negli anni Ottanta l’ideologo e stratega palestinese Abdallah Azzam, sodale di Osama bin Laden nell’organizzare a Peshawar i mujahedin arabi che volevano oltrepassare il confine e sconfiggere gli invasori sovietici in Afghanistan, sul magazine al-Jihad pubblica articoli su articoli intorno a un’idea fissa: «La vita dell’ummah islamica dipende solo dall’inchiostro dei suoi studiosi e dal sangue dei suoi martiri». Avrebbe gettato le basi di quella mitologia martirologica, quella corrente salvifica del jihad che farà di Hamza bin Laden un’arma retorica a favore del jihad. Sempre che sia morto.

* Fonte: Giuliano Battiston, IL MANIFESTO

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