Rapporto Svimez. Mezzogiorno sempre più povero e spopolato: «è alla deriva»

In 15 anni il saldo migratorio è -852mila, come la città di Napoli. Nel 2019 torna la recessione. Sanità e scuola a livelli vergognosi

Massimo Franchi * • 2/8/2019 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 142 Viste

L’istituto parla di «ultima chiamata»: nonostante le promesse gli investimenti non sono mai arrivati

 

Desertificato, in affanno e recessione. E sempre più lontano dal Nord e dall’Europa. Il rapporto Svimez 2019 disegna un Sud da «ultima chiamata» che l’anno scorso ha subito una «brusca frenata».

Ma la vera emergenza del Sud è l’emigrazione. Dal 2002 al 2017 oltre 2 milioni di persone se ne sono andate dalle regioni meridionali di cui 132mila nel solo 2017: di queste più della metà sono giovani – 66mila – di cui 22mila laureati. L’arrivo dei migranti – già prima che venisse rottamato da Salvini il modello Riace – non compensa le perdite: il saldo migratorio è negativo per 852mila unità in 15 anni – di poco inferiore alla popolazione di Napoli -, di 70mila unità nel 2017. Ancor più che nel resto del paese, dunque, sono molti di più i giovani che lasciano il Sud dei migranti che arrivano. Se i cittadini stranieri che dall’estero sono arrivati nel mezzogiorno sono stati 75mila nel 2017, dal Sud si sono spostati al Nord e in Europa oltre 132mila persone.

Il Sud è fermo: se nel 2018 ha fatto registrare una crescita del Pil dell’appena +0,6%, rispetto +1% del 2017. Ma nel 2019 secondo le stime dello Svimez sarà recessione con un andamento del Pil previsto in diminuzione dello 0,3% (mentre il Centro-Nord segnerà un +0,3%).

IL DATO PIÙ PREOCCUPANTE nel 2018, che segna la divergente dinamica territoriale, è il ristagno dei consumi nell’area (+0,2, contro il +0,7 del resto del Paese). Mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre crisi, nel decennio 2008-2018 la contrazione dei consumi meridionali risulta pari al -9%.

SUL PIANO OCCUPAZIONALE le cose non vanno meglio. Tra fine 2018 e inizio 2019 i contratti a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sono stati 84 mila in meno (-2,3%), mentre nelle regioni centro-settentrionali sono aumentati di 54 mila (+0,5%), con un saldo italiano negativo di 30 mila unità, pari a -0,2%. Per converso, i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di 21 mila unità nel Mezzogiorno (+2,1%), mentre sono calati al Centro-Nord di 22 mila (-1,1%). Resta ancora troppo basso il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno, nel 2018 appena il 35,4%, contro il 62,7% del Centro-Nord, il 67,4% dell’Europa a 28 e il 75,8% della Germania. La Svimez ha stimato che il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord (calcolato moltiplicando la differenza tra i tassi di occupazione specifici delle due ripartizioni per la popolazione meridionale) nel 2018 è stato pari a 2 milione 918 mila persone, al netto delle forze armate. È interessante notare che la metà di questi riguardano lavoratori altamente qualificati e con capacità cognitive elevate. I settori nei quali vi sono i maggiori gap sono i servizi (1 milione e 822 mila unità, -13,5%), l’industria in senso stretto (1 milione e 209 mila lavoratori, -8,9%) e sanità, servizi alle famiglie e altri servizi (che complessivamente presentano un gap di circa mezzo milione di unità).

È NELLA SANITÀ CHE IL DIVARIO Nord-Sud raggiunge picchi da brividi. Nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Nel settore socio-assistenziale e i servizi per gli anziani: per ogni 10.000 utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno, di cui addirittura 4 su 10 mila in Basilicata, 8 in Molise, 11 in Sardegna, 15 in Sicilia. Mentre i posti letto nelle strutture residenziali e semi residenziali, comprensivi degli istituti di riabilitazione, ogni 10 mila persone (non solo anziani) sono 73,47 al Centro-Nord, e 21,21 al Mezzogiorno, con punte di appena 9,85 in Sicilia e 14,28 in Campania.

ANCOR PIÙ DRAMMATICI sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise.

Nel 2018, Abruzzo, Puglia e Sardegna sono le regioni meridionali che fanno registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +1,7%%, +1,3% e +1,2%. In Campania invece c’è stata crescita zero, determinata da un rallentamento dell’industria che aveva trainato la regione negli anni scorsi e soprattutto da quello negativo dei servizi. Infine la Calabria, unica regione non solo meridionale ma italiana, ad accusare una flessione del Pil nel 2018, -0,3%, dovuta però prevalentemente alla performance negativa del settore agricolo (-12,1%).

MENTRE C’È IL RISCHIO che l’area meridionale si allarghi: perfino le Marche e l’Umbria «se non sono già retrocesse, sono in transizione».

***

Il grande esodo dei giovani è l’eutanasia del Sud

Intervista a Adriano Giannola. La riforma leghista rischia di uccidere il Sud. Ma anche il M5s. Serve una grande operazione verità. Ho spiegato a Di Maio perché è una pazzia quel che hanno firmato nel «contratto» a proposito di autonomia differenziata. Il Sud non «chiede», ma dà risorse al Nord

Professor Giannola, presidente dello Svimez, il rapporto di quest’anno colpisce soprattutto quella che definite «la vera emergenza del Sud»: l’emigrazione.

È un aspetto che colpisce per la sua persistenza. Parlai di “tsunami demografico” già nel 2011 ma ora si sta aggravando, colpisce per la sua dimensione. E con il passare degli anni ha preso un carattere strutturale pericolosissimo. Con la fuga dei laureati e dei giovani, con lo spopolamento di interi paesi avvia un processo di eutanasia della questione meridionale che diventa sempre più marginale in Europa.

 

 

 

Il tutto tenendo conto che gli effetti della rottamazione salviniana del modello Riace – che aveva in parte ripopolato alcuni comuni – si sentirà ancor di più i prossimi anni.
Sì, gli effetti si sentiranno nei prossimi anni. Ma a preoccupare è soprattutto l’emigrazione verso il Nord e verso l’Europa. E la motivazione di questo fenomeno è presto detta: i dati economici ne spiegano benissimo il perché.

Voi infatti certificate come il Sud sia in recessione e il segno meno si acuirà nel 2019, allargando la forbice con il Nord. Parlate infatti di «ultima chiamata» per salvare l’intero paese.
Sì, perché se i dati confermano come si stia allargando il divario con il Nord, non è che la Lombardia lo stia riducendo con l’Europa. Anzi. Si sta formando un circolo vizioso che rischia di mandare in malora l’intero paese: al Sud si è sempre più dipendenti da criteri produttivi di dipendenza e così il Nord aumenta la sua percezione negativa del Sud, senza accorgersi che sta rallentando anch’esso e non può fare a meno del Sud.

E’ il primo rapporto al tempo del governo del cambiamento. Alle elezioni il M5s trionfò al Sud con percentuali vicine al 40 per cento. Chi li ha votati ad un anno di distanza è soddisfatto?
Penso che in una certa parte si senta soddisfatto. La mia interpretazione del successo del M5s al Sud si basa più sul rifiuto del sistema politico vecchio stampo che di reali aspettative di cambiamento. Il Reddito di cittadinanza in qualche modo soddisfa una parte di quell’elettorato. È una misura fatta male, che i governi di centrosinistra potevano fare meglio. Ma andava fatta. Adesso però arrivano i problemi: l’autonomia differenziata sarebbe la fine dell’unità del paese. E la fine del M5s al Sud.

Lei è riuscito a parlarne direttamente con Di Maio.
È venuto alla Federico II di Napoli a discutere con noi e io gli ho spiegato perché quello che hanno firmato nel contratto di governo sull’autonomia differenziata è una pazzia: che i fabbisogni standard siano legati alle capacità fiscali delle singole regioni è una autentica bestemmia. Devono assolutamente cancellarla per costruire almeno una trincea di contenimento che permetta loro di sopravvivere al Sud. Devono dire che su quel punto il contratto con la Lega è nullo e riscriverlo rispettando la Costituzione. Nel suo discorso a Napoli Di Maio sembrava averlo capito. Ma non so se sarà in grado di imporsi a Salvini.

Salvini, appunto. Come ha fatto la Lega a radicarsi al Sud e ora a superare in molte zone il M5s?
Lo ha fatto in modo semplice e abile: hanno riciclato tutti i politici che potevano portargli voti con grande spregiudicatezza. La sottosegretaria al Sud della Lega è l’ex braccio destro di Cosentino, in Sicilia hanno personaggi come Arata: si sono radicati con il potere.

E da sinistra come si può combattere l’autonomia differenziata? Per lei è indispensabile dialogare con il M5s?
Io credo che l’obiettivo primario di questa battaglia sia chiarire le idee a tutti. Spiegare che questo progetto è incostituzionale e porterebbe alla spaccatura del paese. Va fatta una grande operazione verità su concetti folli come l’uso della spesa storica e va ribadito come in realtà è il Sud che sta dando risorse al Nord, non viceversa. Detto questo, il M5s sarà per forza decisivo: dovrà decidersi ad andare alla crisi con la Lega e penso che lo farà. A meno che non voglia scomparire.

Voi parlate di «ultima chiamata». Come si può invertire la tendenza prima che sia troppo tardi?
Oltre all’operazione verità, serve applicare la legge di 3 anni fa che dice che il 34 per cento degli investimenti vanno fatti al Sud – e invece anche nel 2018 le risorse sono andate ancor di più al Nord. Serve rispondere per le rime ai tanti commentatori che continuano a scrivere che «il Sud chiede», ai politici come Padoan che applaudono a chi dice dobbiamo far crescere Milano, serve capire che il Nord da solo può ambire al massimo a fare il terzista di lusso alla Germania mentre il made in Italy si produce altrove. Ma quale autonomia? Se si va avanti così il Nord ritornerà sui livelli economici pre-crisi nel 2025. Per fermare l’eutanasia del paese il Nord deve capire che solo recuperando il Sud – e il suo mercato interno – può recuperare esso stesso. Il Sud è il Mediterraneo, è la globalizzazione, è la logistica dei porti, è tutto quello che serve perché l’Italia sia un paese dignitoso. Certo, costa. Ma il Nord deve esserne cosciente e partecipe.

Chiudiamo con un po’ di ottimismo. Sindacati e imprese si sono schierate apertamente contro l’autonomia e chiedono di puntare sul Sud.
Con realismo hanno mostrato di avere le idee chiare. Se da Cgil, Cisl e Uil ce lo aspettavamo, voglio sottolineare i documenti durissimi di Confindustria Napoli contro l’autonomia. La società civile dimostra di avere una strategia di rilancio per il Sud basata sui porti, sulle Zone economiche speciali (Zes).

È ottimista anche sul comportamento del Pd? Il responsabile Lavoro della nuova segreteria Zingaretti – Giuseppe Provenzano – è il vostro ex vicepresidente.
Manca ancora un’analisi. Non si può sottoscrivere le pre-intese con Lombardia, Veneto ed Emilia come ha fatto il governo Gentiloni quasi dimesso e dire: “Non ce ne siamo accorti”. Quanto a Provenzano ha un ruolo difficile ma sono sicuro che si batterà per far cambiare idea al Pd e aiutarci nella battaglia contro l’autonomia differenziata.

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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