Salvini minaccia Conte: «Governo come dico io o apro la crisi»

Il leghista lascia sulle spine il premier poi gli detta le condizioni sul rimpasto. E va in comizio: qualcosa si è rotto, decisione rapida

Andrea Fabozzi * • 8/8/2019 • Politica & Istituzioni • 213 Viste

Qualcosa si è rotto negli ultimi due-tre mesi. Io non sono fatto per le mezze misure, o le cose si fanno per intero e in maniera veloce o non ci interessa scaldare la poltrona». Nell’attesa e più volte rinviata uscita pubblica, alle dieci ieri sera a Sabaudia, Matteo Salvini non va molto oltre i soliti annunci, minacciosi per i 5 Stelle. Ma non è la conclusione di una giornata come le altre per la maggioranza, il vicepremier leghista adesso ha deciso di affondare il colpo nella tremula resistenza grillina. A Roma, immediatamente prima di partire per Sabaudia, ha dettato a palazzo Chigi il suo ultimatum al presidente del Consiglio, che non sembra aver obiettato alcunché. Come primo effetto Conte ha annullato la conferenza stampa estiva di oggi (replay di quando dovette fare con quella di capodanno). È ha aperto il dossier rimpasto: tre i nomi dei ministri 5 Stelle di cui Salvini ha chiesto l’immediato licenziamento: Toninelli, Trenta e Costa. Senza dimenticare Tria, dal quale non vuole più accettare frenate sulla flat tax.

«NELLE PROSSIME ORE si decideranno tante situazioni», ha detto Salvini ai (pochi) fan di Sabaudia raccolti sotto la torre che celebra Mussolini (il ministro non ha evitato di leggere compiaciuto l’iscrizione). Conte ci sta già lavorando, il suo problema adesso è convincere Di Maio: ha cominciato appena andato via Salvini. «Lunedì saremo a Roma per fare qualche chiacchierata», ha detto ancora Salvini, giurando che «non mi interessano rimpasti o rimpastini».

INVECE È PROPRIO con un cambio di ministri che vuole segnare la fase due, quella del suo trionfo. E vuole farlo prima che la riforma costituzionale con il taglio dei parlamentari sia approvata definitivamente, a inizio settembre, perché in quel caso diventerebbe impossibile convocare le urne prima di febbraio o di giugno (dipende dall’eventuale richiesta di referendum confermativo).

L’ANNUNCIATO INNESCO della pre-crisi è stata la discussione a palazzo Madama sul Tav. Che ha regalato anche momenti esilaranti. Alle undici del mattino nell’aula del senato arriva il momento in cui il governo deve dare il suo parere sulle mozioni: è per il Tav o contro? Nei banchi sotto la presidenza, il sottosegretario 5 Stelle Santangelo è già in piedi davanti al microfono. Ma la presidente di turno – la Pd Rossomando – dà la parola al vice ministro leghista Garavaglia, che veloce si alza: «La posizione della Lega è nota, invitiamo a votare a favore della Tav e contro chi blocca il paese». Santangelo, tornato a sedersi, protesta a gestacci con la presidente, che si difende intercettata dai microfoni: «Mi era stato anticipato così…». Il sottosegretario grillino improvvisa, senza che nessuno gli dia la parola se la prende e riesce a dire: «Intervengo non a titolo personale ma a nome del governo che si rimette al parere di questa assemblea».

LA SCENA È RIDICOLA ma è la sintesi migliore della giornata. Assieme all’immagine di Salvini e Di Maio seduti a tre poltrone di distanza senza mai incrociare gli sguardi. Era tempo che ministri e vice di Lega e 5 Stelle non comparivano assieme ai banchi del governo – o c’erano i rappresentanti di un partito o quelli dell’altro – e lo hanno fatto solo per dividersi platealmente. Due governi su posizioni opposte uno accanto all’altro, e quello che vince è il governo leghista. Non solo perché nel voto del senato passano facilmente le mozioni sì Tav che vedono assieme la Lega e le «opposizioni» di Pd, Forza Italia e Fratelli d’Italia e viene, con lo stesso blocco a parti rovesciate, bocciata la mozione dei 5 Stelle. Ma anche perché l’improntitudine e il disprezzo degli alleati con i quali Garavaglia si è impossessato del microfono, parlando a nome del governo ma per conto della Lega, è la stessa cifra che Salvini decide freddamente di portare alle estreme conseguenze. Nel pomeriggio si chiude in un silenzio per lui inedito, annulla due comizi e lascia sulle spine sia Di Maio che Conte, muti ostaggi dei calcoli leghisti. Che dirà?

LE CONDIZIONI DEL MINISTRO dell’interno per non fare la crisi sono in realtà note e puntigliosamente richiamate dal capogruppo leghista in aula nell’intervento sul Tav. «Non possiamo più accettare il blocco di alcune opere fondamentali, il blocco dell’autonomia, il blocco sulla riforma della giustizia e il blocco sulla riduzione delle tasse» scandisce il senatore Romeo. Che drammatizza il voto anti Tav dei 5 Stelle e chiarisce che non resterà senza conseguenze: «È chiaro che avere due partiti di maggioranza, uno che vota in un modo e l’altro che vota in un altro, pone una questione politica evidente che non si può negare. È inutile che ci nascondiamo, chi oggi vota “no” al Tav si prenderà la responsabilità politica delle scelte che conseguiranno nei prossimi giorni e nei prossimi mesi».

LA PRIMA È QUALCOSA IN PIÙ di un rimpasto, la sostituzione di Toninelli e magari anche degli altri ministri grillini Trenta (difesa) e Costa (ambiente): è l’umiliazione finale dei 5 Stelle e la nascita di un governo Salvini in tutto e per tutto fuori che nel paravento di palazzo Chigi. Conte potrebbe tranquillamente restare a guidare questo esecutivo a immagine e somiglianza del leader della Lega. La sua capriola sul Tav dimostra che è dotato della necessaria elasticità di pensiero.

* Fonte: Andrea Fabozzi, IL MANIFESTO

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