Scontro vicino tra Erdogan e Assad, parte la “safe zone” gestita da USA e Turchia

Scontro vicino tra Erdogan e Assad, parte la “safe zone” gestita da USA e Turchia

Sul terreno intanto comincia a prendere vita la “zona cuscinetto” gestita da Turchia e Usa

«Siamo lì non perché non possiamo andar via, ma perché non vogliamo andar via». Mevlut Cavusoglu, ministro degli esteri turco, in visita a Beirut, ieri ha negato che le truppe di Ankara si trovino circondate a Morek, nella provincia di Hama, colte di sorpresa dalla caduta della città di Khan Sheikhoun e dalla rapidità dell’avanzata dell’esercito siriano lanciato nella liberazione della regione di Idlib, l’ultima della Siria che ancora resta nelle mani di jihadisti e qaedisti sponsorizzati da Turchia, Qatar e Arabia saudita. Le truppe turche che presidiano il punto di osservazione di Morek, ha spiegato Cavusoglu, non sono realmente assediate da reparti siriani. Probabilmente è vero. Gli inviti alla cautela di Mosca e la volontà di non arrivare allo scontro con un esercito forte come quello turco, inducono Damasco a misurare ogni mossa e ad evitare che una scintilla provochi un incendio indomabile. Già nei giorni scorsi si è rischiato il confronto aperto dopo il bombardamento siriano su un convoglio militare turco. Pare che siano in corso trattative segrete fra russi e turchi per preparare una ritirata meno umiliante per Ankara.

Bashar Assad allo stesso tempo vuole impedire che la Turchia, con la caduta di Idlib, proceda alla creazione della cosiddetta “safe zone”, una zona cuscinetto nel nord della Siria con la collaborazione degli Stati uniti. Il presidente siriano però ha bisogno del pieno appoggio di Vladimir Putin, che non c’è ancora. Il leader russo prende tempo. Degli sviluppi in Siria intende discutere con il leader turco Erdogan (e il presidente iraniano Rohani) al vertice che avranno a metà settembre nel quadro delle intese di Astana. Per Assad sono tempi troppo lunghi. «Se Mosca si considera nostra alleata, allora non più obiettare su ciò che va contro l’interesse della Siria», ha scritto il quotidiano Tishreen rappresentando l’insofferenza di Damasco per la lenta partita a scacchi diplomatica che la Russia porta avanti sulla Siria.

Il progetto della “safe zone” è già in atto sul terreno. Mercoledì il ministro della difesa turco Hulusi Akar e il suo omologo Usa Mark Esper hanno dato luce verde alla sua prima fase, indicando così il superamento delle differenze tra Washington e Ankara sulla profondità della zona e sui pattugliamenti di soldati turchi e statunitensi sul suolo siriano. Il 7 agosto, con una dichiarazione congiunta, i turchi e gli americani avevano candidamente descritto la “safe zone” come un «corridoio di pace» a disposizione dei profughi siriani che intendono tornare a casa. Gli obiettivi veri sono ben diversi. A quanto si è saputo sorgerà un comando operativo congiunto a Sanliurfa e all’inizio la zona sarà profonda cinque km. Per gli Usa non dovrà andare oltre i 10 km e la Turchia dovrà astenersi dal lanciare una operazione militare, minacciata da mesi, ad Est dell’Eufrate. Erdogan invece punta a una zona cuscinetto profonda 32 chilometri, così da impedire che i combattenti curdi siriani, che considera “terroristi”, abbiano qualche forma di controllo del territorio.

Come stiano reagendo i curdi a tutto ciò per ora non è chiaro. Le notizie sono difficilmente controllabili in modo indipendente. Secondo i comandi militari Usa, le Sdf, le forze curde-arabe sostenute da Washington, starebbero collaborando con il progetto della “safe zone”. «Hanno distrutto parte delle loro postazioni militari» nel Nord della Siria e «questo passo dimostra l’impegno delle forze democratiche siriane di eseguire in buona fede il meccanismo di sicurezza», afferma Washington. Ma è arduo credere che i curdi stiano partecipando a un progetto che la Turchia vuole usare proprio contro le loro aspirazioni. «Le affermazioni americane sono poco credibili, l’Amministrazione Trump semplicemente cerca di mostrare un quadro favorevole alle sue strategie in Siria, ma le cose non stanno come le spiega Washington», ci spiega l’analista Mouin Rabbani «perhé sarebbe un suicidio politico per i curdi che già sono rimasti scottati un anno fa dalle mancate promesse degli Stati uniti». Tuttavia, aggiunge, «il quadro è ancora confuso e i giochi dietro le quinte verranno alla luce solo più avanti».

* Fonte: Michele Giorgio, IL MANIFESTO



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