Senato e Camera rallentano i piani di Salvini. E il rilancio è un bluff

Salvini spara a salve. Conte in aula il 20. Il leghista: «Allora subito la riforma costituzionale, si può comunque votare a ottobre». Ma non è vero e la crisi blocca tutto

Andrea Fabozzi * • 14/8/2019 • Politica & Istituzioni • 139 Viste

«Nessuno chiede di parlare?». Alla presidente del senato Casellati non pare vero, la Lega ha insistito tanto perché richiamasse tutti i senatori a Roma nell’anti vigilia di ferragosto e lei l’ha fatto. La capogruppo di Forza Italia Bernini la ha appena ringraziata pubblicamente «per averci dato la possibilità di essere qui», un po’ troppo forse per la presidente che – in teoria – non dovrebbe fare regali del genere. Ma insomma, «nessuno chiede di parlare?». È Calderoli, l’esperto vicepresidente dell’aula che maneggia sicuro riforme e regolamenti, a richiamare l’attenzione e a indicare Salvini, seduto accanto a lui. «Parla lui, parla lui».

E Salvini parla, rimbambisce il Pd di volgarità sui senatori fannulloni e le senatrici abbronzate, poi quando ha scatenato il caos che quasi non si sente niente tira fuori il suo coniglio dal cilindro: «L’amico Di Maio mi ha sfidato ad approvare subito la riforma costituzionale che taglia i parlamentari e a votare dopo? Benissimo, accolgo la sfida. Approviamo quella riforma storica, tagliamo un bel po’ di poltrone ma poi andiamo a votare subito, il giorno dopo». Il Pd ci mette un po’ a capire, i 5 Stelle ancora un altro po’. Per loro fortuna il coniglio che tira fuori Salvini è un animale morto. Un bluff.

SALVINI E CALDEROLI spiegano poi il dettaglio del loro piano. Sostengono che la riforma costituzionale si possa benissimo approvare alla camera in maniera definitiva, come chiede il Movimento 5 Stelle che ha pure raccolto le firme, nonostante la sfiducia a Conte. Ma non dicono più che «se passa questa legge non si va più a votare, il tempo è scaduto» come sostenuto da Salvini appena cinque giorni fa. Spiegano invece che si può andare alle elezioni non proprio «il giorno dopo» ma comunque a ottobre, semplicemente rinviando l’entrata in vigore della riforma alle elezioni ancora successive, in ipotesi quelle del 2024.

Queste perché la stessa legge costituzionale, naturalmente, prevede che il taglio dei parlamentari entri in vigore nella prime elezioni successive alla promulgazione della riforma. Come è apparso chiaro già da giorni a chi ha sondato l’orientamento del Quirinale, questo significa che una volta concluso l’iter parlamentare della riforma bisognerà attendere l’eventuale richiesta di referendum. Tra raccolta delle firme, tempi tecnici per i passaggi in Cassazione e per la riscrittura dei collegi ci vogliono almeno cinque mesi in caso di mancata richiesta di referendum e dieci se il referendum si terrà effettivamente. Si può votare al più presto a febbraio 2020 o a giugno, a seconda dei casi.

Salvini lo sa e dopo un po’ infatti deve aggiungere «nel rispetto delle prerogative del Quirinale». La sua trovata è una mossa tutta politica per cercare di prendere in contropiede 5 Stelle e Pd che hanno già avviato le trattative per il nuovo governo. E serve pure a nascondere un po’ la sconfitta subita dalla Lega al senato nel voto sul calendario della sfiducia. Ma non ha alcun fondamento concreto. Nessun paragone è possibile con la riforma del centrodestra nel 2006 che pure prevedeva la riduzione dei parlamentari. Perché allora le camere arrivarono a conclusione naturale e necessariamente il referendum si tenne nella nuova legislatura. Soprattutto è impossibile votare questa riforma costituzionale, alla camera, prima del giorno in cui prevedibilmente Conte dovrà dimettersi, cioè il 20 agosto dopo il dibattito in senato.

A Montecitorio mancano ancora un passaggio in commissione e il mandato al relatore. Tant’è vero che seppure nella conferenza dei capigruppo di ieri sera tutto il centrodestra, stavolta con i 5 Stelle, chiede l’anticipo della discussione della riforma (non settembre, ma agosto) nessuno si oppone alla proposta del presidente Fico che fissa l’approdo in aula al 22 pomeriggio. Dunque a crisi di governo aperta. Quando tutto dovrà necessariamente essere sospeso. Questo calendario proposto da Fico viene approvato all’unanimità, anche dalla Lega. Ed è allora Di Maio a poter dire a Salvini: «Se davvero vuoi il taglio dei parlamentari non aprire la crisi».

RETORICA ANCHE QUESTA, la crisi si aprirà ma la riforma costituzionale – che se approvata da sola tornerebbe utile sopratutto a Salvini che con questa legge elettorale conquisterebbe ancora più facilmente la maggioranza – resterà in campo. Pietra angolare di tutte le trattative per un nuovo esecutivo, di legislatura o breve che sia. La successione degli eventi dimostra che si tratta di una riforma compiutamente regressiva, malgrado Renzi ieri in conferenza stampa abbia detto che per lui («a differenza del mio gruppo») si può votare. Non lo ha detto però nei due passaggi al senato, quando il Pd si è fieramente opposto al taglio dei parlamentari, in commissione e in aula.

Nel frattempo anche Zingaretti ha scolorito parecchio questa posizione critica, sostenendo che la riforma non andava votata non per ragioni di merito, ma perché allunga i tempi delle elezioni. Adesso però dovrà trattare con i 5 Stelle, che non rinunceranno a farne una bandiera del programma (malgrado una parte del gruppo grillino non veda l’ora di farla saltare e sia contento della sospensione imposta dalla crisi). E poi c’è la questione del referendum, che senza il sostegno del Pd difficilmente potrà essere richiesto (sia che si tratti di passare per i consigli regionali che per i parlamentari e anche per la raccolta delle 500mila firme). Zingaretti in tempi non sospetti ha fatto la previsione che il referendum non ci sarà. La considera una battaglia impopolare e non ci si vuole imbarcare. Anche dalla parte del Pd, adesso, è soprattutto questione di propaganda.

* Fonte: Andrea Fabozzi, IL MANIFESTO

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