The end. Breve e feroce storia di un governo di sonnambuli e complici

Conte si è dimesso. La politica dei due forni dal tripudio sul balcone di Palazzo Chigi alla crisi del Papeete. Idee chiare sull’attacco alla libertà di stampa populismo penale, guerra ai migranti

Roberto Ciccarelli * • 21/8/2019 • Europa, Immigrati & Rifugiati, Politica & Istituzioni • 216 Viste

La fine politica è iniziata con l’appoggio dei Cinque Stelle a Ursula Von Der Leyen alla Commissione Ue

Nemmeno una parola al Senato. Non si è semplicemente espresso sui sequestrati da 20 giorni sulla Open Arms che il suo governo ha tenuto a 800 metri da Lampedusa. Ha aspettato che lo facesse la magistratura, non ha avuto il coraggio di un atto politico. Anche nell’ultimo, estremo momento del suo mandato, in un discorso scalpellato per dieci giorni, prima di andare al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio, il sonnambulo Giuseppe Conte ha evitato di dire l’indicibile: a questa crisi di governo è stata appesa la vita di circa cinquecento persone, tenendo conto dei migranti che ancora stanno sulla Ocean Vikings in mezzo al Mediterraneo.

IL CORAGGIO lo aveva trovato di passaggio in un post su Facebook domenica scorsa, ma limitato allo sbarco dei minori. Gli è sfuggito nell’aula, nel momento più solenne. Alla fine ha coperto, ancora una volta, il ministro del mojito Matteo Salvini, come già accadde l’anno scorso per il sequestro Diciotti quando rivendicò la corresponsabilità dell’intero governo, garantendogli immunità e impunità. Ancora ieri al Senato ha giustificato le leggi liberticide e incostituzionali sulla sicurezza, decreto uno e bis, da lui stesso controfirmate. «Nessun ravvedimento sull’immigrazione» ha precisato nella replica, rivendicando tutte le responsabilità delle scelte, ed evocando la «piattaforma articolata» consegnata al primo vertice europeo del 29 giugno 2018. Quello da cui uscì con l’accordo sull’accoglienza «volontaria» da parte degli Stati membri. Una velleità che ha costretto il suo governo allo stillicidio delle trattative per ogni migrante salvato nel Mediterraneo e tenuto in ostaggio a bordo delle navi delle Ong. Il fallimento è stato presentato per tutto l’anno successivo, e anche ieri, come una scelta politica, comune tra l’altro anche ad alcuni governi che lo hanno preceduto. «Indiscriminata accoglienza – ha detto Conte – equivale a nessuna accoglienza».

UNA TESI FALSA dal punto di vista della realtà, perché in Italia non c’è mai stata una simile «accoglienza». Ma vera dal punto di vista politico perché funzionale all’alleanza con Salvini con cui ha condiviso l’uso del populismo penale, la guerra ai migranti legittimata dalle teorie complottiste della «sostituzione etnica». Conte ha ragione: tra Lega e Cinque Stelle c’era un contratto. Non tra soci. Tra complici. Ci sono voluti quindici mesi per ridestare il sonnambulo che ha mostrato di confondere la veglia con il sonno, l’essere con il dover essere. L’agnizione si è manifestata il 16 luglio scorso quando Conte ha guidato le trattative per l’ elezione di Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione Ue, rompendo l’asse politico interno tra i Cinque Stelle con i nazionalpopulisti di Salvini, a favore di un cambio di maggioranza in Europa a sostegno del centrismo social-liberista, la regola politica aurea vigente nel continente. A quel punto la politica dei due forni, di cui Conte è stato un esempio, è diventata impossibile. È stato l’inizio della crisi del governo esplosa tredici giorni fa tra il Papeete Beach di Milano Marittima e Pescara.

IL PERCORSO è stato lungo e doloroso, come conviene a ogni presa di coscienza o conversione. Bisogna a questo punto ricordare il suo punto di partenza. Torniamo indietro al primo febbraio scorso quando Conte profetizzò: «Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire – disse – L’Italia ha un programma di ripresa incredibile. C’è tanto entusiasmo e tanta fiducia da parte dei cittadini e c’è tanta determinazione da parte del governo». L’«anno bellissimo» è diventato il brocardo della sua presidenza, ma non per le ragioni auspicate in quel momento dall’interessato. Non occorreva aspettare sei mesi per capire, già in quel momento, che l’uso di una categoria estetica come il «bello» era inappropriata per giudicare la scienza triste dell’economia e la principale preoccupazione della crescita zero.

SEI MESI DOPO hanno iniziato a fare capolino i timori della recessione contro la quale il governo Conte ha schierato provvedimenti come lo «sblocca cantieri», un condensato brutale di laissez faire, deregulation e stato di eccezione che ha sospeso alcune norme in un settore delicatissimo come quello degli appalti. Un provvedimento giudicato «criminogeno» (lo ha detto l’ex presidente Anac Cantone) che «apre varchi a corruzione e mafie» (Don Ciotti di Libera). È stato l’applicazione della teoria neoliberista dello choc, così definita da Naomi Klein, per rilanciare una «crescita» che resta elusiva. Il governo Conte è stato un miscuglio di autoritarismo contro i più vulnerabili, populismo compassionevole e liberismo aggressivo. Si è fermato prima di introdurre la «flat tax», presentata nei termini di una terapia «choc», stavolta fiscale, da Salvini. La misura avrebbe fatto risparmiare, ad esempio, 969 euro per chi ha un reddito da 25 mila euro e ben 7.639 euro per chi ha un reddito da 50 mila. «Vogliamo fare la flat tax» aveva assicurato Conte. Voleva smussare gli angoli di una misura ingiusta, regressiva e classista. Le coperture resteranno un mistero. «Non le dico, sennò i Cinque Stelle ci copiano» disse il viceministro leghista all’economia Garavaglia. Non è dato sapere se abbia informato Conte, o il suo ministro dell’Economia Tria.

CONTE HA TRADOTTO il desiderio di un governo di ricostruire la realtà a proprio gradimento, e non invece di comprenderla. Lo ha fatto esibendo la forza dell’argomentazione contro la semplificazione della comunicazione social. Poi però ci sono le argomentazioni fallaci, quelle che partono da premesse false. La retorica ha i suoi problemi, ma ha pur sempre una logica. Lo si è visto quando il suo vicepremier stellato Luigi Di Maio annunciò il 27 settembre 2018 dal balcone di palazzo Chigi di avere «abolito la povertà» perché aveva strappato l’aumento del deficit al 2,4% del Pil. Venti giorni dopo la percentuale diventò 2,04%. Più che altro è stato il tentativo di nascondere i poveri ricorrendo a meccanismi di workfare: sussidio in cambio di lavoro e mobilità obbligatoria. Tutto il contrario di un «reddito di cittadinanza» che dovrebbe garantire il diritto alla vita degna.

UN ULTIMO SCATTO dall’album dei ricordi. Conferenza di fine anno 2018. Radio Radicale e Il manifesto intervennero e chiesero al premier le ragioni dei tagli all’editoria, un attacco alla libertà di stampa che mette a rischio i posti di lavoro di migliaia di persone. Conte rispose di avere esperienza di editoria perché aveva gestito una rivista telematica giuridica che stava sul mercato. Un’esperienza giudicata evidentemente unica e esemplare anche per radio e quotidiani, tale da giustificare le decisioni dei gerarchi minori e un efferato attacco alla democrazia. Come Orban. Non molto di più, non molto di meno.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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