Trattative al dunque. Il Pd cede: Conte c’è, ma i ministri no

Crisi di governo. Lungo e teso vertice notturno tra le delegazioni a palazzo Chigi. M5S insiste sui nomi uscenti, necessario altro tempo per trattare

Andrea Fabozzi * • 27/8/2019 • Politica & Istituzioni • 165 Viste

È la composizione del governo, i nomi di ministri e vicepremier, a tenere in sospeso fino all’ultimo il segnale verde per il governo giallo-rosso. Il decisivo vertice notturno tra Pd e 5 Stelle si è complicato sulle caselle del nuovo esecutivo, Zingaretti Orlando si sono trovati davanti a richieste giudicate troppo esose da parte di Di Maio che ha chiesto per sé la conferma a vicepremier o al lavoro (o al Viminale). E la conferma di molti, troppi esponenti grillini del vecchio esecutivo, alla guida del quale resterà Conte.

Reduce da un incontro con Casaleggio e altri esponenti di spicco del Movimento – per un vertice ospitato dall’indirizzo romano della Casaleggio associati – Di Maio ha alzato ancora la posta, smentendo quanto promesso a Zingaretti venerdì, quando in cambio di un sì a Conte aveva offerto al Pd le praterie del governo. Il vice premier e bi-ministro uscente ha chiesto la conferma per se stesso a numero due dell’esecutivo, più la possibilità per il Movimento di indicare il ministro dell’interno e il commissario Ue. La sua tesi è stata che Conte non andava assegnato in quota ai grillini, ma era da considerare un «fuori quota» – «elevato», avrebbe detto Grillo. Il presidente del Consiglio in carica per gli affari correnti nel frattempo volava a casa da Biarritz, facendosi precedere da un post su facebook in cui accanto a pose volitive accanto ai grandi della terra esponeva la sua «agenda politica» e spiegava che «non può subire distrazioni o rallentamenti».Ma oggi al Quirinale comincia il secondo giro di consultazioni, una lunga giornata che consentirà a Pd e 5 Stelle di tornare sulla composizione del governo, prima che nel pomeriggio di domani si chiudano i giochi. In assenza di clamorosi dietrofront, improbabili ma non impossibili, Mattarella mercoledì sera o al più tardi giovedì mattina dovrebbe affidare l’incarico a Conte. Una novità nella storia italiana, perché mai un presidente del Consiglio era succeduto a se stesso rivoltando una maggioranza senza passare dalle elezioni. Ci sono stati casi di capi di governo confermati con maggioranze più larghe (Fanfani nel ’62) o più strette (Rumor nel ’69), mai invece sopravvissuti alla sostituzione di una componente della maggioranza con un’altra, se non nel caso di De Gasperi nel ’47, quando però venne fuori un governo di minoranza in conseguenza di un passaggio d’epoca mondiale.

IL VETO del Pd su Conte era caduto già ieri mattina. Quando, dopo giorni di pressioni fortissime, Zingaretti si era infine convinto che un governo con l’«avvocato del popolo» alla guida, ma con il Pd nei ministeri chiave, può rappresentare quella «svolta» che il segretario dem vuole a tutti i costi rendere evidente. Se nell’immediato Zingaretti deve cedere, con una compagine di governo a trazione dem può sperare che nei prossimi mesi sia il Pd a «costituzionalizzare il M5S» e non il M5S a «grillizzare il Pd», come da alternativa proposta da Renzi. Ma nel pomeriggio, quando ha incontrato Di Maio a palazzo Chigi per dare sostanza all’impegno che i due partiti avevano nel frattempo preso con il presidente della Repubblica – consentirgli cioè di avviare il secondo giro di consultazioni nella certezza dell’esito – il segretario del Pd ha scoperto che dire sì a Conte non bastava a Di Maio.

Zingaretti nel pomeriggio ha respinto le richieste di Di Maio. Il loro incontro si è concluso velocemente ma il segretario del Pd ha subito messo in programma un altro vertice, alle nove di sera, direttamente con Conte, e ancora Di Maio, di nuovo a palazzo Chigi. Il che ha reso un po’ surreali le successive affermazioni dei collaboratori di Zingaretti, secondo le quali non c’era ancora nessun via libera a Conte. Anche perché il renzianissimo capogruppo del Pd al senato già dalla mattina aveva annunciato che il partito aveva fatto cadere ogni veto. Incontrare Conte a palazzo Chigi, nel suo ufficio, è stato il segnale dell’incoronazione. Anche se il Pd ha immediatamente precisato che il presidente del Consiglio andava considerato come esponente della delegazione M5S, assieme a Di Maio, mentre i dem si sono presentati con il segretario e il vice segretario Orlando. E le ultime caselle dei ministri da riempire.

PRESENTARE CONTE come il nuovo leader dei 5 Stelle ha per il Pd un altro vantaggio: contribuisce al racconto della «svolta». Il presidente del Consiglio uscente e rientrante non sarebbe più lo stesso «garante» del contratto gialloverde, ma un politico a tutto tondo, legittimamente espressione del partito con più parlamentari della nuova coalizione. La svolta, cioè, ci sarebbe stata anche nel M5S. «La verità è che finalmente il confronto è partito per dare al paese un governo di svolta. Questo primo incontro è un fatto positivo», ha detto Zingaretti prima di tornare per la seconda volta a palazzo Chigi. Dimenticando che il primo incontro con Di Maio c’era stato venerdì sera, e si era chiuso con il no del Pd a Conte.

* Fonte: Andrea Fabozzi, IL MANIFESTO

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