11 settembre. Dopo 18 anni sarà desecretato il nome del terzo basista saudita

C’è un terzo uomo, legato all’ambasciata saudita a Washington, negli incartamenti dell’Fbi top secret sui basisti e gli organizzatori degli attentati dell’11 settembre

Rachele Gonnelli * • 14/9/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 157 Viste

11 settembre. Il Dipartimento di Giustizia decide di rivelare l’identità del terzo complice degli attentatori delle Torri gemelle collegato all’ambasciata saudita negli States, ma non si sa quando né se sarà una informazione riservata ai legali delle famiglie delle quasi 3 mila vittime

C’è un terzo uomo, legato all’ambasciata saudita a Washington, negli incartamenti dell’Fbi top secret sui basisti e gli organizzatori degli attentati dell’11 settembre.

Il suo nome, contenuto in un dossier di quattro pagine dell’Fbi risalente al 2012, accogliendo alla fine le richieste dei legali delle famiglie delle vittime delle Torri gemelle, sarà presto divulgato, anche se non si sa ancora né quando né con quale pubblicità, forse solo agli avvocati delle famiglie. Il declassamento della segretezza del nome del terzo basista legato ufficialmente al governo saudita, è stato deciso ieri dal Dipartimento di Giustizia della Casa Bianca «alla luce delle circostanze straordinarie di questo caso».

Da anni i parenti delle quasi 3 mila vittime degli attentati dell’11 settembre di 18 anni fa si battono perché i nomi dei tre sauditi coinvolti nella logistica degli attentati negli Stati Uniti siano resi pubblici. E una recente lettera dei familiari chiedeva al presidente Trump e al procuratore generale Barr di non apporre vincoli di segretezza sui documenti dell’investigazione, in modo da poter conoscere tutta la verità e chiedere giustizia all’Arabia saudita.

Già sono state divulgate le identità di due dei tre complici sauditi negli Usa: si tratta di Fahad al Thumairy e di Omar al Bayoumi, anche loro collegati all’ambasciata di Riyad, forse appartenenti all’intelligence, secondo quanto scrivono il Wall Street Journal e il Washington Post.

* Fonte: Rachele Gonnelli, il manifesto

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