Anche il Senato dà fiducia a Conte 2, ma con qualche defezione

Nuovo scontro, stavolta a quattr’occhi, tra il leghista e il presidente del Consiglio: «Traditore», «Arrogante». Sul pallottoliere 169 sì alla fiducia, M5S-Pd-Leu fermi sotto la maggioranza assoluta

Andrea Fabozzi * • 11/9/2019 • Politica & Istituzioni • 128 Viste

Saranno decisivi per andare avanti i senatori ex grillini, gli eletti all’estero e gli autonomisti, che si candidano così per il sotto governo. Favorevoli anche tre senatori a vita: Segre, Monti e Cattaneo

Innanzitutto i numeri, perché al senato bisogna sempre partire da quelli. Ieri sera il governo Conte due ha incassato la fiducia anche a palazzo Madama con 169 sì (133 no e 5 astensioni), quindi otto voti sopra la maggioranza assoluta. Ma due voti meno del governo Conte uno. E proprio due erano le senatrici assenti ieri per malattia: una del Pd e una dei 5 Stelle. Tutto bene? Non tutto, la differenza fondamentale con il governo precedente è che il 5 giugno 2018 l’«avvocato del popolo», che aveva ancora la pochette senza punte e rivendicava il suo «populismo», poteva contare su una maggioranza assoluta e sufficiente dei due partiti firmatari del «contratto», aveva infatti 167 voti dei soli Lega e 5 Stelle. Ieri invece la nuova maggioranza M5S-Pd-Leu si è fermata a quota 157 (104+49+4), alzando il peso specifico dei dodici voti che il Conte due ha raccolto tra i senatori non vincolati dal programma di governo. E cioè quattro senatori del gruppo misto (il socialista Nencini e gli ex 5 Stelle De Falco, Nugnes e Buccarella), tre senatori a vita (Segre, Monti e Cattaneo), tre senatori delle autonomie (il valdostano Laniece, Casini e Bressa) e i due senatori eletti all’estero del Maie. Voti fondamentali o quasi per il prosieguo della legislatura, che Conte cercherà di blindare ricordandosi di qualcuno di questi senatori quando – forse già nel Consiglio dei ministri di domani – chiuderà la partita dei sottosegretari. Perché al senato oltre ai numeri sono importanti anche i nomi.

A questo governo mancano e mancheranno in futuro i voti del senatore 5 Stelle Paragone (ex leghista sulla via del ritorno) e del Pd Richetti (verso il gruppo misto). Il caso vuole che siano entrambi nella commissione industria, dove in questo momento la maggioranza giallo-rossa è in minoranza. Qui come altrove per Pd e 5 Stelle sarà indispensabile procedere a un riequilibrio, che però non eliminerà le difficoltà di una marcia sempre sul filo del rasoio. Specie nelle sei commissioni presiedute dalla Lega.

Intanto la giornata della fiducia al senato è vissuta, come quella alla camera, sullo scontro tra Salvini e Conte. In questo caso il primo non era in piazza e solo evocato dal presidente del Consiglio dentro l’aula, ma davanti a lui per uno degli ultimi interventi della discussione generale. Intervento che Salvini ha impostato subito come un attacco diretto a «Conte-Monti», accusato di «slealtà», «tradimento», «interessi personali». E offeso come «l’uomo che sussurrava alla Merkel» – allusione al video di Davos che Salvini ha trovato disdicevole con sei mesi di ritardo. «Non basta avere il capello ben pettinato o la pochette per avere stile», ha aggiunto il capo della Lega rivolto sempre al presidente del Consiglio: l’impressione è che solo la fine del tempo – e la presidente Casellati che per errore lo ha chiamato «senatore Casini» – gli abbiano impedito di passare a offendere i parenti. Tra i due, ormai, è anche un fatto personale. Conte infatti non ha perso un secondo a replicare al leghista, dedicandogli più di metà intervento. La metà più vivace. «C’è chi è rimasto fermo all’8 agosto», ha cominciato. «Dare la colpa agli altri dei propri errori è un modo per conservare la leadership del partito», ha aggiunto tra le urla, i pugni sui banchi, i cartelli e tutto il folklore che ormai pare inevitabile nelle aule del parlamento. Conte si è invece imposto la regola annunciata lunedì alla camera: un nuovo linguaggio più consono e mite. Al cospetto del disco rotto di Salvini che proprio non riesce a fare a meno di schierare al suo fianco figli, rosari, poliziotti e 60 milioni di italiani, anche una parolaccia sarebbe meno sconveniente. Ma il presidente del Consiglio è in stato di esaltazione e allora lo si è ascoltato dire «logomachia», «genetliaco», «mi farà latore», «perspicuo». Ha concluso con «un’ultima battuta sull’immigrazione: d’ora in poi evitiamo gli slogan porti aperti, porti chiusi». Facendo forse un altro passo indietro sull’urgenza di rivedere i decreti sicurezza, perché «qualunque norma va interpretata in senso costituzionalmente orientato». Come hanno già fatto sei tribunali italiani, disapplicando in tema di residenza ai richiedenti asilo quello che il Conte uno aveva decretato.

Ultima scena per le dichiarazioni di voto dei due partiti maggiori della nuova alleanza. Nessun 5 Stelle applaude l’intervento del capogruppo Pd Marcucci. Come nessuno del Pd applaude quello del grillino Perilli, già rumoroso avversario della giunta Zingaretti nel Consiglio regionale del Lazio. Anche perché è un avvertimento all’alleato: «Ce n’è pure per il partito democratico, naturalmente», dice infatti Perilli dopo aver finito con la Lega, «noi vigileremo, ma mi raccomando di non fare fughe in avanti e interviste inopportune, i venti punti del nostro programma sono irrinunciabili». Roba da far contento Di Maio, che nel frattempo in tv su La7 racconta: «Ero uno dei più scettici sull’alleanza con il Pd, ma mi ha stupito».

* Fonte: Andrea Fabozzi, il manifesto

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