Clima. Temperature sempre più in aumento, dell’Organizzazione meteorologica

È stato il lustro più caldo dall’inizio delle misurazioni. Oxfam: «I paesi più poveri sono le vittime incolpevoli dei mutamenti climatici provocati dai paesi ricchi»

Marinella Correggia * • 24/9/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Studi, Rapporti & Statistiche • 221 Viste

«Le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici stanno aumentando anziché diminuire. La sfida è immensa». Con queste chiarissime parole il segretario generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), Petteri Taalas, ha accompagnato il rapporto Wmo sul clima globale 2015-2019, consegnato al segretario delle Nazioni unite per il Vertice sul clima svoltosi ieri. Secondo i dati della Wmo, questo è stato il lustro più caldo dall’inizio delle misurazioni. La temperatura media globale è cresciuta dell’1,1% rispetto al periodo preindustriale, e dello 0,2% se confrontata con il periodo 2011-2015; si noti che per aumentare di 0,9°C rispetto all’era preindustriale ci sono voluti circa 2 secoli. Entro la fine del 2019, le concentrazioni globali di gas serra potrebbero arrivare, o anche superare, le 410 ppm (parti per milione).

Taalas sottolinea: «È urgentissimo ridurre le emissioni, soprattutto della produzione di energia, dell’industria e dei trasporti. Ma c’è un grande bisogno di programmi di adattamento. Il livello dei mari cresce e temiamo che scioglimento dei ghiacci nell’Antartico e in Groenlandia renderà più acute le crisi future. Abbiamo già visto quest’anno la catastrofe umanitaria ed economica verificatasi nelle Bahamas e in Mozambico».

Nel paese africano, i cicloni Idai e Kenneth fra marzo e aprile si sono abbattuti su popolazioni che si stavano appena riprendendo dalla siccità del 2016. Oltre mille le vittime, due milioni di immiseriti, danni per 3,2 miliardi di dollari (un quinto del Pil del paese africano), 100.000 le abitazioni distrutte, e così i raccolti.

E proprio dal Mozambico, l’operatore umanitario Jose Mucote ha voluto essere a New York durante gli eventi dell’Onu sul clima «per portare la voce delle popolazioni povere che hanno perso il diritto a una vita degna perché colpite, anno dopo anno, da disastri collegati ai cambiamenti climatici, pur non avendo praticamente alcuna responsabilità nel provocarli». Il suo messaggio sintetizza il concetto di debito climatico maturato dagli Stati e dai popoli che negli ultimi decenni hanno saturato l’atmosfera di gas serra. Un debito che oltretutto non viene onorato, come spiega l’ultimo rapporto pubblicato dall’organizzazione Oxfam insieme ai suoi partner somali, mozambicani e kenyani. Who takes the heat racconta l’impatto del caos atmosferico nel Corno d’Africa e in Mozambico. Dove non ci sono cicloni c’è la siccità che, solo nell’ultimo anno, nl Corno d’Africa ha gettato sul lastrico 15 milioni di persone, bisognose di aiuti umanitari. «Non hanno creato il danno ma sono lasciati quasi soli a pagare il conto» sottolinea Winnie Byanyima, ugandese, direttrice esecutiva di Oxfam International.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, l’adattamento ai cambiamenti climatici e la gestione dei danni causati dai loro effetti, da qui al 2030 costerà ai paesi in via di sviluppo tra 140 e 300 miliardi di dollari. Ma i paesi responsabili del disastro non restituiscono il maltolto risarcendo i danni. Infatti, i 48 paesi più poveri del mondo ricevono da 2,4 a 3,4 miliardi di dollari l’anno, meno di un centesimo di dollaro al giorno pro capite (3 dollari l’anno). Inoltre, i due terzi dei cosiddetti aiuti sono stati stanziati sotto forma di crediti da restituire. Ma gli alti livelli di indebitamento in tanti paesi colpiti dai disastri riducono ulteriormente le risorse disponibili per l’adattamento e la mitigazione.

E allora? I paesi ricchi devono ridurre drasticamente le proprio emissioni di CO2 e stanziare veri aiuti per i paesi meno sviluppati (la promessa di 100 miliardi di dollari entro il 2020 è ancora lontana dall’essere adempiuta) impegnandosi anche a raddoppiare gli attuali finanziamenti per il Fondo per il clima.

* Fonte: Marinella Correggia, il manifesto

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