Conte 2 ottiene la fiducia tra gli schiamazzi della Lega

Esordio alla camera con numeri a favore (343), ma manca qualche voto. Di Maio dice sì per ultimo, Pd e 5S mai in sintonia negli applausi

Andrea Fabozzi * • 10/9/2019 • Politica & Istituzioni • 88 Viste

Nel programma asili nido, stop alle trivellazioni, taglio al cuneo fiscale, economia circolare. Toni bassi e un lessico più consono. Più le riforme costituzionali per allungare la vita del governo

Ieri ha preso la prima fiducia alla camera, e oggi cercherà quella meno scontata al senato, ma il governo Conte due era nato il 20 agosto, quando il presidente del Consiglio di un’altra maggioranza maltrattò la Lega e galvanizzò il Pd. In quel discorso al senato, dopo la prima parte di esaltazione anti Salvini, Conte si era ritagliato un secondo tempo di impegni per il futuro che quasi nessuno ascoltò. Ma che prefigurava il bis. Ieri il premier ha rovesciato le parti, parlando per quasi un’ora e mezza dei programmi di governo, ma in maniera tanto poco coinvolgente da ricevere dalla sua stessa maggioranza applausi timidi. Poi nella replica ha puntato dritto Salvini: «Non può decidere ogni anno a suo piacimento e a suo arbitrio di portare il paese alle elezioni». E ha fatto finalmente alzare in piedi e assieme 5 Stelle, Pd e Leu. A quel punto, solo a quel punto, convintamente uniti e contenti.

«Questo programma non è la mera sommatoria delle posizioni delle forze politiche che mi sostengono», ha detto Conte in premessa. Ma «un progetto culturale» per «una risolutiva stagione riformatrice». Il modo in cui la nuova maggioranza lo ha accolto, però, ricorda da vicino la vecchia coabitazione forzata dei quattordici mesi trascorsi. Con i «capi delegazione» al posto dei vicepremier. Seduti uno accanto all’altro, alla sinistra del premier. Di Maio con il malumore dipinto in viso che non lo abbandona da quel 20 agosto, Franceschini più capace di mostrarsi sereno. Ma anche lui pronto a convocare la pattuglia dei ministri Pd per una riunione di «squadra». Come aveva fatto Di Maio alla Farnesina. Perché sia chiaro che le «squadre» sono due (due e mezzo con Leu).

Quando parla il capogruppo del Pd Delrio, nessuno dei 5 Stelle applaude. E nel Pd è evidente l’imbarazzo quando il presidente del Consiglio esalta quattro volte la «coerenza» dei 5 Stelle. Restano freddi non solo quei deputati (come Boschi, Giachetti, Sensi) attenti a non applaudire mai. O quasi mai. Nessuno tra i dem può apprezzare il capogruppo 5 Stelle che insiste con Salvini che «non ha pensato agli interessi degli italiani» – che dunque sarebbero stati quelli di continuare con la Lega al governo.

Ci sono 243 voti di fiducia, che sono sette in meno di quelli che fecero partire il Conte uno. Sul tabulato mancano due voti Pd e tre 5 Stelle, più altri 4 grillini che si sono messi in missione proprio al debutto. La novità è che per questa ripartenza c’è adesso un progetto, delineato da Conte come «un percorso di ampio respiro che richiederà tempo», per garantire al governo una durata lunga. Il progetto fa perno, esattamente com’è stato per i governi Letta e Renzi, sulle riforme costituzionali. I 5 Stelle insistono per l’approvazione immediata, entro fine mese e magari prima, del taglio dei parlamentari. Il Pd che vuole abbinare a questa riforma (contro la quale ha votato tre volte) una revisione del bicameralismo, l’inserimento della sfiducia costruttiva e soprattutto la nuova legge elettorale proporzionale con sbarramento, sta cercando di convincere gli alleati che invece sarebbe più utile aspettare un po’. Per consentire il «percorso contestuale» previsto nel programma di governo e confermato da Conte. Cioè un’altra riforma costituzionale (più semplice, come l’allargamento dell’elettorato attivo e passivo) utile ad abbinare e rinviare i referendum confermativi. La prima prova della nuova maggioranza sarà dunque sul calendario, domani nella conferenza dei capigruppo alla camera.I «29 punti», assicura Conte, non sono più un contratto di governo, ma «una sintesi programmatica che disegna l’Italia del futuro». E che al presente non dimentica di citare «i territori alpini» – tre voti della Svp al senato – e «la legge sulla cittadinanza dei residenti all’estero che discendo da famiglie italiane», non proprio una priorità ma gradita a due utilissimi senatori del gruppo Maie. Per il resto Pd e 5 Stelle applaudono ognuno i suoi «punti». Asili nido, acqua pubblica, stop alle trivellazioni, economia circolare, revoca della concessione ad Autostrade (la frase esatta è «questo Governo porterà a completamento il procedimento senza nessuno sconto per gli interessi privati») piacciono di più ai grillini e il Pd va blandamente dietro. Ricerca, innovazione, cuneo fiscale, equità fiscale, parità di genere piacciono di più al Pd e l’applauso de 5 Stelle segue, piano.Tutto senza solennità. Come immediatamente convertiti dall’invito alla mitezza, ai toni bassi fatto dal premier. Mancano dall’aula i deputati di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, più alcuni leghisti. Gli ultimi perché riuniti a protestare in piazza Montecitorio (con la sorpresa di doverlo fare davanti a un portone sbarrato per lavori in corso). I primi perché convocati da Berlusconi proprio mentre parla il presidente del Consiglio. Eppure non fa grande effetto questo emiciclo semivuoto nel momento più solenne, né lo fanno le sguaiate urla ritmate e gli insulti della Lega. Come se la legislatura in questo cambio spericolato di maggioranza si fosse irrimediabilmente slabbrata, e nessuno si aspettasse più troppo. Come se i deputati della nuova maggioranza consegnassero a Conte quella fiducia che faticano a trovare in se stessi. È forse per questo, e perché non si tratta di cominciare ma di ricominciare, che c’è poco entusiasmo e non c’è traccia di euforia attorno al governo. Ci sono però i voti, alla fine ma proprio alla fine anche quello di Di Maio, che per due «chiame» evita di farsi trovare e dice sì per ultimo.

* Fonte: Andrea Fabozzi, il manifesto

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