Contro l’Iran nuove sanzioni di Trump e marines in aiuto dei sauditi

Dopo gli attacchi houthi agli impianti petroliferi truppe e armi in arrivo. E anche Teheran mostra i muscoli nell’anniversario del conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein

Farian Sabahi * • 22/9/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 113 Viste

Guerra all’Iran. I pasdaran avvertono: «Pronti a qualsiasi scenario». Intanto il cinema riflette sul valore della pace

In questi decenni i sauditi hanno speso miliardi in armamenti, ma non sono stati in grado di vincere la guerra in Yemen e nemmeno di difendersi dai ribelli sciiti Houthi che sabato scorso hanno rivendicato l’attacco alla raffineria di Abqaiq e il giacimento di Khurais. In conferenza stampa alla Casa bianca, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che dispiegherà altre truppe e attrezzature militari per rafforzare la sicurezza del suo alleato saudita.

A PENSAR MALE SI FA PECCATO, ma spesso ci si azzecca: si potrebbe avanzare l’ipotesi che i droni dei ribelli yemeniti non siano stati avvistati perché gli americani avevano spento i radar. Altrimenti vuol dire che hanno fatto cilecca. In ogni caso, ora gli attacchi alle installazioni petrolifere sono il pretesto per mandare ulteriori truppe senza che i wahhabiti lancino anatemi sui Crociati in terra d’Islam. Di pari passo, Trump ha ordinato di imporre sanzioni alla Banca Centrale dell’Iran e al suo fondo sovrano.

Teheran risponde mostrando i muscoli: i pasdaran hanno condotto esercitazioni di guerra e il generale maggiore Hossein Salami si dice pronto per la battaglia o a qualsiasi scenario: «Se qualcuno attraverserà i confini dell’Iran lo colpiremo, state attenti a non commettere errori». Così ha dichiarato Salami durante una cerimonia per mostrare i detriti del drone americano abbattuto dalle guardie rivoluzionarie a giugno.
Il tono è in linea con i venti di guerra che spazzano il Medio Oriente, ma anche con l’anniversario dei primi bombardamenti e combattimenti di trincea, sanguinosi, lanciati da Saddam Hussein contro l’Iran.

QUEL CONFLITTO, scatenato il 22 settembre 1980 e terminato nel 1988, aveva causato un milione di morti e un alto numero di mutilati: una ferita ancora aperta nella storia della Repubblica islamica ma, al tempo stesso, anche uno dei momenti fondanti di questo regime. La tematica della guerra resta nella memoria di tutti gli iraniani, che temono un nuovo conflitto. Per questo, l’associazione culturale italo-iraniana Alefba ha organizzato a Palazzo Merulana, a Roma, la rassegna  cinematografica Orizzonti dell’Iran – Operazione Peace Dreaming di giovani documentaristi iraniani sulla guerra Iran-Iraq (1980-1988) in programma da lunedì 23 a giovedì 26 settembre. Regista di UnDo, Majed Neisi dice di avere «la netta percezione che da un momento all’altro potrebbe scatenarsi un’altra guerra contro l’Iran».

IL CINEMA RACCONTA la guerra per riflettere sul valore della pace attraverso immagini e testimonianza, basti pensare all’opera La ricerca 2 (1982) del grande regista iraniano Amir Naderi. Tra le opere dei nove giovani documentaristi inclusi nella rassegna romana, di particolare effetto è proprio UnDo: protagonisti sono un fotografo iraniano e un regista iracheno che, muovendosi in bicicletta nella città iraniana di Khorramshahr devastata dalla guerra, danno testimonianza di quanto avevano entrambi vissuto sui due diversi fronti. Il primo come giovane combattente, il secondo come documentarista di Saddam Hussein. Uno parla il persiano (lingua indoeuropea), l’altro l’arabo (del ceppo semitico), i sottotitoli rendono gli idiomi in colore diverso. Un racconto speculare, e per questo completo.

GRAN PARTE DEI REGISTI, commentano le curatrici Parisa Nazari e Azadeh Bizargiti, al racconto dei combattimenti preferiscono la narrazione della pace successiva. In ogni caso, il dolore resta il comune denominatore: non si esaurisce deposte le armi, ma resta impresso nell’anima. Anche quando la voce narrante era neonato, come nel caso del protagonista dello struggente Zimnaco: viene consegnato ancora in fasce a una vedova iraniana che lo crescerà con amore nella città santa di Mashhad, nell’Iran nordorientale, senza però potergli dare i documenti perché non riesce a convincere le autorità che sia figlio suo (il marito è morto un paio di anni prima). Sarà un’organizzazione specializzata nel ritrovare i dispersi della guerra a permettergli di riabbracciare la madre naturale curda di Halabja: in quella famiglia sono loro due, la mamma e il neonato perduto, gli unici sopravvissuti all’attacco chimico delle forze di Saddam del 16 marzo 1988 contro i curdi iracheni, secondo il dittatore non abbastanza motivati nel contrastare l’avanzata iraniana.

LA CONCLUSIONE è che la guerra continua nel dolore di chi resta. E non sempre porta alla vittoria: quando le armi fanno cilecca, come nel caso dell’arsenale saudita incapace di vincere in Yemen e pure di difendere le proprie risorse petrolifere, viene da chiedersi se non sia il caso di affidarsi alla diplomazia.

* Fonte: Farian Sabahi, il manifesto

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