Israele. Knesset senza maggioranza, Netanyahu rincorre

Gli exit poll indicano che il primo ministro uscente non ha raggiunto la maggioranza di 61 seggi sui 120 della Knesset. Centrosinistra in leggero vantaggio.

Michele Giorgio * • 18/9/2019 • Internazionale • 114 Viste

GERUSALEMME. Una grande incertezza è emersa dalla diffusione degli exit poll alla chiusura delle urne ieri sera in Israele. Un dato comunque è ben fondato. Benyamin Netanyahu, premier più longevo della storia del paese, non ha raggiunto la maggioranza di 61 seggi sui 120 della Knesset che contava di ottenere con il suo partito, il Likud, e le altre formazioni di destra. Il blocco di centro-sinistra, guidato dalla lista Blu e Bianco dell’ex generale Benny Gantz, assieme ai partiti arabi (11-13 seggi) e al nazionalista laico Yisrael Beitenu (8-10 seggi) supererebbe la destra. Per la tv Channel 13, Gantz e i suoi potenziali alleati avrebbero 58 seggi mentre il leader del Likud si fermerebbe a 54. Per un’altra stazione televisiva Channel 12 il distacco sarebbe maggiore, 63 a 57. Con questi numeri diventa meno rilevante se ad arrivare primo sarà il Likud o Blu e Bianco. Lo stallo politico resta e Netanyahu non ha ottenuto il risultato che voleva. A punirlo è stato il fallimento del partito di estrema destra Otzma Yehudit, che non avrebbe superato la soglia di sbarramento a poco più del 3%, e la maggiore affluenza alle urne nei centri arabi rispetto alle elezioni dello scorso 9 aprile. Tuttavia gli exit poll vanno presi con cautela. Alle elezioni di cinque mesi fa diedero una situazione di parità tra destra e centrosinistra. Poi il voto reale premiò Netanyahu e la destra.

Per tutto il giorno la tensione politica è ruotata proprio intorno all’affluenza alle urne – alle 20 era al 63%, in aumento rispetto alle precedenti elezioni nalla stessa ora – con i due principali partiti, Likud e Blu e Bianco, che si sono proclamati «in grande difficoltà» e «vicini alla sconfitta» allo scopo di esortare i propri elettori ad andare a votare. Netanyahu, come sempre nel giorno delle votazioni, non ha avuto freni. Al punto che Facebook ha sospeso per alcune ore l’uso dei messaggi automatici sulla sua pagina per la diffusione di sondaggi in violazione della legge elettorale. Più di tutto il premier del Likud ha concentrato la sua attenzione sulla partecipazione al voto degli arabo israeliani. Ha previsto che i partiti arabi arriveranno a conquistare 15 seggi alla Knesset contro gli attuali dieci, e ha implorato l’elettorato ebraico di destra di impedire che Ayman Odeh, il leader della Lista araba unita, «provochi la sua caduta». Agitare lo spauracchio arabo è una tattica ben nota. Netanyahu nel 2015 con grande allarme diffuse un video, nel giorno delle elezioni, sostenendo che gli arabo-israeliani si stavano recando in massa a votare.

Benny Gantz ha invece calcato la mano sulle parole chiave della sua campagna elettorale, chiedendo di votare per «la speranza» e contro «la corruzione e l’estremismo». E ha anche ingolfato i media arabi con spot elettorali e banner pubblicitari nel tentativo di sottrarre voti alla Lau. Ayman Odeh ha risposto all’offensiva di Gantz chiedendo agli elettori arabi una partecipazione almeno del 65%, ben più alta del 49% del 9 aprile, con lo slogan «Nessuno ci darà i nostri diritti, dobbiamo conquistarli da soli».

Il nodo di una possibile condanna di Netanyahu per corruzione è stato un altro elemento centrale di queste elezioni. Il capo del governo uscente è coinvolto in tre distinti casi su cui si pronuncerà a inizio ottobre il procuratore generale Avishai Mandelblit. Netanyahu perciò ha bisogno di un nuovo mandato popolare per contrastare un eventuale processo a suo carico. Ma doveva superare Gantz nettamente e non è riuscito a farlo. Comunque andrà lo spoglio dei voti reali per formare una maggioranza di destra dovrà ricorrere ai seggi di Yisrael Beitenu, il partito del suo nemico di destra Avigdor Lieberman – ago della bilancia di qualsiasi coalizione – che invece desidera fortemente la sua uscita di scena.

Lieberman, nazionalista e antiarabo ma anche alfiere di uno Stato di Israele laico, non condizionato dai religiosi (sionisti o haredi), negli ultimi tempi si è avvicinato a Gantz. E quest’ultimo ha replicato affermato di voler formare un governo laico. Segnali colti dal capo dello stato Rivlin che ieri mattina, all’apertura dei seggi, ha promesso di fare tutto ciò che è in suo potere per impedire che il perdurare dello stallo politico porti il paese alle urne per la terza volta nel giro di un anno. Parole che qualcuno ha letto come un rimprovero a Netanyahu – i due sono compagni di partito ma tra loro non corre buon sangue – e il segno dell’intenzione del presidente di considerare con attenzione anche un incarico al leader di Blu e Bianco. Ci sono altre opzioni. Un governo di unità nazionale ad esempio. Lieberman la guarda con favore. Ma Gantz la esclude se a capo del Likud rimarrà Netanyahu.

Sullo sfondo delle elezioni ci sono i palestinesi sotto occupazione. L’Anp del presidente Abu Mazen non è intervenuta in alcun modo durante la campagna elettorale israeliana. Ma il primo ministro Mohammed Shtayyeh, ha commentato che per i palestinesi «La differenza tra i possibili risultati del voto in Israele è come la differenza tra la Pepsi Cola e la Coca Cola».

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto

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