L’eco di Venezia, un grido di rabbia tra terra e mare

L’intreccio di locale e globale, a Venezia, è inscritto nella natura stessa della città. Sul filo del mare, ne registra le variazioni in tempo reale

Gianfranco Bettin * • 8/9/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Movimenti • 121 Viste

La più nota e proverbiale massima veneziana è, non a caso: «sìe ore ea cala, sìe ore ea cresse», sei ore cala e sei ore cresce, la marea, che i veneziani conoscono con esattezza primordiale e matematica insieme (perché a Venezia tutto è matematico e primordiale al tempo stesso)

Azioni dirette, quindi, come oggi. Lotte virtuose e furiose (giustamente) non solo contro i nemici dichiarati o camuffati dell’ambiente e dell’umanità ma anche per l’inanità delle predicazioni ecologiste senza vera capacità di cambiare le cose, le politiche. Questo è il vero, deprecabile «buonismo» del nostro tempo: il sentimentalismo a buon mercato verso l’ambiente – chiacchiere, buoni vacui propositi, canzonette, cartoline sul brutto e sul bello (ah, quant’era verde la mia vallata…), che lasciano le cose come stanno, cioè le lasciano andare alla catastrofe.

Pochi luoghi lo mostrano bene come Venezia, teatro della protesta, ma anche protagonista della medesima, perché i promotori del Climate Camp e della marcia finale, insieme a FridaysForFuture, sono proprio i movimenti lagunari per un’altra Venezia, diversa da quella del Mose, delle mega navi, della speculazione e della rendita, diversa da quella stessa che si è arresa alle forze, effettivamente potentissime, che stanno provando a mangiarsela tutta.

L’intreccio di locale e globale, a Venezia, è inscritto nella natura stessa della città. Sul filo del mare, ne registra le variazioni in tempo reale. La più nota e proverbiale massima veneziana è, non a caso: «sìe ore ea cala, sìe ore ea cresse», sei ore cala e sei ore cresce, la marea, che i veneziani conoscono con esattezza primordiale e matematica insieme (perché a Venezia tutto è matematico e primordiale al tempo stesso). Ebbene, anche questa sperimentata conoscenza «locale» è ora sbalestrata dal clima globale «fuori di sesto».

D’altra parte, la laguna, porto tranquillo e storicamente àmbito sicuro, è stata prima stravolta dalle manomissioni novecentesche (nuovi canali a immettere acqua in eccesso per quantità e velocità, e interramenti a restringerne il perimetro, e sversamenti chimici a insidiarne il corpo liquido e terrestre) e poi solcata dalla prepotenza fuori scala delle mega navi e brutalizzata dall’insulso meccanismo già arrugginito del Mose: non solo corruzione ma ottusità di visione, una pseudo medicina superata dalla malattia che vorrebbe curare (se il livello del mare crescerà, sarà inservibile: o la marea lo scavalcherà o, se resta poco sotto l’altezza delle paratoie, posto che reggano la pressione costante, la chiusura continua farebbe della laguna uno stagno morente).

Luogo più opportuno per la più necessaria protesta della nostra epoca non potrebbe quindi esserci, anche se l’intreccio di globale e locale è ormai «costituente» ovunque, in ogni punto del globo. Ma in «questo» punto, luogo delle meraviglie di un intero ciclo di civiltà e luogo, quindi, del suo rischio più struggente, ha certo un senso speciale e crea un’eco maggiore.

Ha scritto una volta André Chastel che «Venezia è diventata il simbolo delle nostre responsabilità. La sfida veneziana non è che l’episodio centrale della crisi del mondo moderno, il quale dovrà rivedere il suo stile di vita». Non è film, anche se ieri lo hanno ripetuto con chiarezza su un tappeto prestigioso del cinema mondiale.

* Fonte: Gianfranco Bettin, il manifesto

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