Legge in California: tutti i «gig workers» sono lavoratori subordinati

Disegno di legge in California. In Italia invece si discute di una proposta solo per i rider e che lascia il lavoro a cottimo

Roberto Ciccarelli * • 12/9/2019 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 222 Viste

Il governatore della California Gavin Newsom ha approvato martedì scorso un disegno di legge che cambia una delle regole fondamentali dell’economia dei lavoretti (gig economy): le aziende come Uber e Lyft, quelle che consegnano a domicilio e tutte quelle che operano mediante piattaforme digitale e etero-dirigono la forza lavoro con l’algoritmo dovranno trattare i lavoratori a contratto come subordinati dal prossimo primo gennaio.

Se approvata dall’assemblea dello Stato, dovrebbe essere una formalità, la legge interesserà almeno un milione di lavoratori in outsourcing e in franchising che avranno accesso alle protezioni di base come un salario minimo e l’assicurazione contro la disoccupazione. In più saranno riclassificati come lavoratori subordinati che possono lavorare anche in maniera intermittente ma con un contratto di lavoro invece che come appaltatori, se l’azienda esercita il controllo sui loro compiti.

La legge potrebbe influenzare altri stati americani. Su questa strada si era avviata New York, che ha approvato solo il salario minimo ma non la classificazione come dipendenti dei gig workers, lo Stato di Washington, l’Alaska e l’Oregon. Le aziende potrebbero boicottare i nuovi diritti facendo lavorare gli addetti molto di meno nelle ore in cui c’è meno traffico e meno chiamate. Oppure inizieranno a licenziare i lavoratori che saranno costretti ad assumere. E ancora: potranno evitare di accettare nuovi autisti come hanno fatto Uber e Lyft quando a New York è passata la legge sul salario minimo.

Il disegno di legge non è stato sostenuto da tutti gli autisti in California. Alcuni si sono opposti perché temono la difficoltà di mantenere un orario di lavoro flessibile necessario per portare a termine anche altri lavori. Il testo riconosce tuttavia il loro diritto a organizzarsi in maniera autonoma. Negli ultimi mesi le aziende hanno cercato di riconoscere il salario minimo e i diritti sindacali, ma non lo statuto di lavoratori dipendenti delle piattaforme. Il tentativo è fallito, ma non è escluso che possa riprendere quota una volta approvata la legge. Così facendo si correrebbe il rischio di creare una categoria intermedia agli impiegati e ai freelance: il gig worker tutelato a metà. Uber, Lyft e DoorDash hanno speso 90 milioni di dollari per finanziare una campagna finalizzata all’esonero dalla legge.

A gennaio presenteranno un disegno di legge alternativo. Se invece passerà la legge voluta dal governatore Newsom Uber la contesterà in tribunale. La battaglia è solo all’inizio.

È quella che in Italia Luigi Di Maio, quando era al ministero del lavoro, ha scelto di non fare per evitare lo scontro con le aziende. Ha optato per una misura, ora in discussione in parlamento, che riconosce ai soli rider alcuni diritti, ma lasciando praticamente intatto quello che contestano: il lavoro a cottimo. Dello statuto da lavoratori parasubordinati nemmeno l’ombra. L’idea era apparsa sulla sua scrivania per qualche ora nel 2018, ma è stata rimossa.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

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