L’onda green in marcia in tutti i continenti, dal Canada all’Uganda

ieri nella giornata conclusiva il terzo sciopero mondiale dei Fridays for Future (dopo quelli del 15 marzo e del 20 settembre) ha portato studenti e adulti nelle strade dei cinque continenti

Marinella Correggia * • 28/9/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Movimenti • 369 Viste

«Salviamo il clima, non c’è un pianeta B» detto in tutte le lingue del mondo. Non è prevedibile il futuro e l’impatto di questo movimento, ma ieri nella giornata conclusiva il terzo sciopero mondiale dei Fridays for Future (dopo quelli del 15 marzo e del 20 settembre) ha portato studenti e adulti nelle strade dei cinque continenti.

Greta Thunberg era a Montreal. Secondo un recente sondaggio ora i quebecchesi mettono al primo posto fra le preoccupazioni, insieme alla salute, il clima.

L’attivista svedese ha incontrato il primo ministro canadese Justin Trudeau e poi i giornalisti ed è parsa molto più naturale rispetto al tono recitante davanti all’Onu. «Cosa hai detto a Trudeau, visto che anche il Canada è un paese estrattivista, con non pochi conflitti ambientali?», ha risposto: «Il mio messaggio è lo stesso per tutti i politici che incontro: ascoltate la scienza. E’ il sistema nel suo insieme da biasimare e cambiare, non i singoli individui». Indispensabile l’appoggio alle popolazioni native, «in prima linea nella lotta». E Trump e altri adulti, perché vi criticano? «Non so perché se la prendano con ragazzi che semplicemente si fanno portavoce di quanto afferma la scienza. Ma è un complimento pensare di avere un tale impatto da indurre qualcuno a volerci zittire.»
Intanto, il mondo virtuale di twitter veniva invaso da foto e video da strade reali. La marcia più tenera: nel distretto Wakiso, in Uganda, decine di scolari seri in divisa scolastica avanzano a passo deciso su una pista di terra battuta. Come informano i tweet di 350.org Africa, nel continente che storicamente meno ha contribuito alle emissioni di gas serra, eppure è e sarà fra le regioni del mondo più vulnerabili al riscaldamento del clima, hanno manifestato anche ragazzini in Nigeria, e da Dakar ad Arusha, da Abidjan a Johannesburg. A Damago in Ghana (con studentesse in bianco, nero e foulard). E in Sudafrica i lavoratori davanti al dipartimento dell’energia hanno chiesto una netta transizione alle rinnovabili.

Centinaia di attivisti in strada a Chennai (già Madras) in India, accompagnati da un rotolone di rifiuti plastici e da un decalogo via twitter: «Riduci la tua impronta climatica. Guida poco. Compra meno. Mangia locale. Pianta un albero. Risparmia l’acqua. Scegli abiti usati o riutilizza. Fai il compostaggio. Stop plastica monouso». Greenpeace twitta dalla manifestazione di Mumbai. Sfilano a Tiruvanantapuram (Kerala). A Dharamsala. A New Delhi, «una delle venti città più inquinate al mondo». Dai sari indiani, alle donne con il niqab (e il cartello «There is no Planet B») della miniprotesta di una ventina di persone a Faridpur in Bangladesh. Un cerchio di ragazzine con veli colorati in Indonesia reca il cartello «Non vogliamo la tua speranza ma la tua azione». Tanti a Seoul, una ventina in Iran. A San Fernando in Cile gli scioperanti eco sfilano al ritmo delle note di Bella ciao, diventate inno per il clima. Marce anche in Colombia e Brasile. Alcuni striscioni tirano in ballo il capitalismo. Malaga: «Uccide il pianeta». Washington: stesso messaggio su grande stoffa rossa. A Erfurt, Germania, un gruppetto con cartellone: «Pacchetto clima? Capitalismo verde? Non funziona. L’alternativa? Il socialismo!»

Piccole manifestazioni anche nei paesi dell’Est: Ljubljana in Slovenia, Budapest (un lungo serpentone ripreso dall’alto), Sofia. Presidio di una ventina di persone a Mosca, con curiosa bandiera dell’Armata verde attiva durante la guerra civile russa, ma questa è un’altra storia.

Scioperi per il clima piccoli o grandi in tante città europee. Stoccolma, 80 000 dietro lo striscione «Alla for Klimatet», Helsinki intorno al Parlamento, Copenaghen, Lisbona, Losanna, Tenerife, Monaco, Bonn, Ginevra («le lezioni si recuperano, il clima no»), Lussemburgo e L’Aja («Uniti per la giustizia sociale»), Barcellona, Linz in Austria («Tanto per Notre Dame e niente per l’Amazzonia»), Malta.

Aveva aperto la giornata la Nuova Zelanda, 170mila persone in piazza: il 3,5% della popolazione. E secondo la politologa Erica Chenoweth della Harvard University intervistata dalla Bbc, un 3,5% di cittadini impegnati attivamente può portare un cambiamento politico serio. Il tempo dirà in quale direzione.

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La marcia degli «antispecisti» contro le fabbriche di animali

L’epoca geologica attuale (l’Olocene) è stata ribattezzata decenni fa Antropocene per l’inusitato impatto della specie umana sugli ecosistemi. E forse non è un caso che, dopo la settimana di iniziative per il clima, sotto attacco appunto per le attività antropiche, si svolgano in alcune città italiane appuntamenti antispecisti e animalisti.

Oggi a Firenze la Marcia italiana per la fine dello specismo, alle 15 da piazza Indipendenza. L’antispecismo si oppone all’attribuzione indebita di un diverso valore e status morale agli individui unicamente in base alla loro specie di appartenenza. Il coordinamento per la Marcia spiega: «Saremo in piazza contro il dominio sugli altri animali sfruttati come schiavi, condannati in allevamenti, mattatoi, per la pesca, in laboratori, circhi, delfinari, ippodromi».

«Il silenzio non paga, alziamo la voce per difendere i diritti degli animali», si propone manifestazione di domani (domenica) a Milano, promossa a piazza San Carlo dalla Lega italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente per chiedere «pene più severe contro maltrattamenti e uccisioni, tutela del rapporto affettivo con animali da affezione, superamento della sperimentazione animale, stop ad allevamenti intensivi e circhi, fine dei regali ai cacciatori e, in prospettiva, della caccia, riconoscimento degli animali come «esseri senzienti” in Costituzione». Aderiscono 23 associazioni. Fra queste la Lega anti-vivisezione, che ieri in un comunicato ha nuovamente chiesto fatti, non più parole, sulle fabbriche animali. L’Italia «ha sviluppato un’economia della carne con allevamenti intensivi, che sono la norma» grazie a sovvenzioni pubbliche. «In Amazzonia si disbosca per fare spazio agli allevamenti di bovini e l’Italia importa molte tonnellate di carne di zebù dal Brasile per la bresaola, tipico prodotto italiano»

* Fonte: Marinella Correggia, il manifesto

photo by Cantiere.org

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