Nel Brasile che brucia: «I nostri corpi in prima linea per salvarla»

Intervista alla leader indigena brasiliana Sonia Guajajara, già candidata alla vicepresidenza del Partito socialismo e libertà

Angelo Ferracuti * • 17/9/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Internazionale • 132 Viste

«Le azioni predatorie dei taglialegna e dell’agrobusiness, spinte da una potente lobby al Congresso, sono drasticamente aumentate sotto il governo di Jair Bolsonaro»

Mentre l’occidente industrializzato continua a pensare egoisticamente l’Amazzonia come polmone verde del mondo e al prezioso ossigeno prodotto dall’ecosistema della foresta pluviale, al pericolo per il riscaldamento globale, gli incendi in Brasile stanno minacciando natura e diritti dei popoli che vivono nelle loro terre ancestrali. Le fiamme che stanno devastando intere aree mettono a rischio anche la vita di uccelli, anfibi, rettili e mammiferi, già diminuiti del 53% dal 1970 al 2014. Una catastrofe naturale di proporzioni gigantesche che ha distrutto 25 kmq di foresta con la scomparsa di numerose specie vegetali e la morte di numerosi animali, e ora rischiano l’estinzione specie come l’armadillo gigante, l’aquila coronata e il tinamo grigio, e molte altre, e con loro i nativi.

Tra i più minacciati infatti, ci sono gli ultimi sopravvissuti di popoli che vivono isolati, costantemente in fuga ed estremamente vulnerabili rispetto alle malattie importate dall’esterno, che solo in Brasile sono oltre 100. Tra questi gli Awà che vivono nella regione di Arariboia, a Lagoa Comprida, protetti dai Guardiani Guajajara, che pattugliano disarmando i disboscatori illegali. Quando andai a intervistarli nel novembre dello scorso anno, incontrai molti di loro nei villaggi nei dintorni di Amarante. Fino al 2000 ad Arariboia era stato disboscato quasi interamente, i due terzi si calcola, «ma grazie al lavoro dei guardiani c’è stato uno stop» mi raccontò fiero Auro, uno di loro, «dopo 18 anni siamo riusciti a riconquistare una buona parte dell’area perduta, e questo soprattutto per proteggere il popolo incontattato degli Awà, che vive nel cuore della selva».

Quel giorno si votava, e Bolsonaro avrebbe vinto le elezioni, ma il loro portavoce Olimpio, sul quale pendeva una taglia di 20 mila reais offerta dai taglialegna, mi disse profeticamente: «Noi dobbiamo unirci e contrastare il male che farà ai brasiliani, non abbiamo paura, resistiamo da 500 anni, dai tempi dell’invasione di Pedro Alvarez Calvão, l’uomo che per primo ha portato le malattie ai popoli indigeni. Prima di Lula, nessun povero poteva avere una moto, una macchina, un portafogli, non potevamo avere niente; potevamo solo lavorare, c’era solo il lavoro degli schiavi per i ricchi». Avevo appuntamento anche con Sonia Guajajara, ma era impegnata a San Paolo in quel momento, in quanto candidata alla vicepresidenza del Brasile con il Psol, Partido socialismo e libertade, nato dall’ala sinistra del Partito dei lavoratori. Invece, sono riuscito a parlarci in questi giorni, alla luce degli ultimi drammatici avvenimenti.

Sonia Guajajara

L’Amazzonia brasiliana brucia drammaticamente, gli incendi sono l’82% in più rispetto all’anno 2018, e anche il più alto record registrato negli ultimi 7 anni nel paese, secondo il «Burned Program del National Institute for Space Research».

Sì, un dato allarmante, un vero crimine contro l’umanità in grado di produrre tragedie irreparabili. Sono decenni che noi popoli indigeni denunciamo le violazioni che subiamo ovunque in Brasile. L’azione predatoria di taglialegna, minatori e allevatori e agricoltori, che hanno una potente lobby al Congresso nazionale con oltre 200 deputati sotto la loro influenza; minacce che si sono drammaticamente aggravate sotto il governo anti-indigeno di Jair Bolsonaro, che incita e dà forza alla violenza contro l’ambiente e contro i popoli indigeni e i nostri territori.

Un gruppo di indios Awá nell’Amazzonia brasiliana

In questi ultimi decenni non ci sono state vere e proprie politiche di investimento dei governi che si sono succeduti a difesa dell’ambiente, e solo le proteste dei popoli della foresta, delle loro organizzazioni e alcune campagne di mobilitazione, in particolare quelle di Survival International, hanno scongiurato la sospensione del servizio sanitario dedicato agli indigeni e lo smantellamento della Funai (la fondazione governativa sorta per proteggere i popoli indigeni e le loro terre).

C’è una intrinseca correlazione tra deforestazione e incendi. I dieci comuni della regione amazzonica con il maggior numero di incendi rappresentano il 37% del totale e il 43% della deforestazione rilevata fino a luglio. I record sono più alti negli stati di Acre, Amazonas, Mato Grosso, Rondônia e Roraima, dove vive una porzione importante della nostra popolazione indigena e anche la maggior parte degli ultimi popoli incontattati del Brasile. Tutti questi crimini restano impuniti, e sono incitati quotidianamente da autorità come il presidente della Repubblica e il ministro dell’Ambiente, contro cui è stata presentata richiesta di impeachment dalla Rede. In Brasile, contrariamente a quanto si dice, con lo smantellamento del Funai, delle politiche ambientali e di sorveglianza, attraverso la demoralizzazione e lo smantellamento di IBAMAICMBio e INPE, e i tentativi di criminalizzazione e screditare con le menzogne le organizzazioni della società civile, ci abbandonano al nostro destino e ci costringono a proteggere i nostri territori a nostro rischio e pericolo.

Eppure i territori indigeni sono quelli meglio preservati al mondo, e basterebbero relativamente poche risorse per difenderli da incendi e invasioni, investimenti di gran lunga inferiori ai budget milionari spesi nella gestione delle aree protette, i migliori custodi della natura sono proprio i popoli originari.

Nell’Amazzonia brasiliana, le comunità proteggono il 27% della foresta; le riserve indigene forniscono 5,2 miliardi di tonnellate di acqua al giorno. Queste sono vere barriere contro l’avanzamento del disboscamento e l’avidità dell’agroalimentare brasiliano basato sulla monocultura nemica della biodiversità dei tropici, che ha avvelenato e impoverito il nostro suolo e ha ucciso le nostre api, autorizzando senza freni l’uso dei veleni. Questa produzione è tesa in particolare a soddisfare la crescente domanda di materie prime e biocarburanti, a spese della nostra sovranità alimentare e del nostro ambiente.

Quindi c’è soprattutto uno scontro tra modelli di economia, tra il capitalismo globalizzato da una parte, che agisce attraverso le multinazionali, e la tensione ecologica dei popoli indigeni contro quella depredatoria che Davi Kopenawa chiama «Popolo della merce».

Stiamo mettendo i nostri corpi e le nostre vite in prima linea per cercare di salvare le nostre terre. La vita delle popolazioni indigene dipende da questa lotta. Ma non solo la nostra. La vita delle generazioni future e la nostra sopravvivenza come specie dipendono da questo sforzo collettivo per generare nuovi modelli di sviluppo. Un rapporto delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici ha citato per la prima volta il rafforzamento dei diritti alla terra dei popoli indigeni e delle comunità locali come soluzione alla crisi climatica. Il rapporto speciale del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) pubblicato all’inizio di agosto, riconosce che le nostre conoscenze tradizionali e la gestione sostenibile delle nostre terre e foreste sono fondamentali per ridurre le emissioni globali e rimuovere il biossido di carbonio dall’atmosfera – fattori entrambi necessari per limitare l’innalzamento della temperatura globale a 1,5 gradi entro il 2030. Leader indigeni e comunitari di 42 paesi, che rappresentano oltre 1,6 milioni di ettari di terra gestiti da popolazioni indigene e comunità locali e il 76% delle foreste tropicali del mondo, hanno rilasciato una dichiarazione che enfatizza questo riconoscimento e sottolinea che le conclusioni del rapporto si sommano a una serie crescente di prove che dimostrano che garantire i diritti alla terra dei popoli delle foreste è essenziale per la mitigazione e l’adeguamento ai cambiamenti climatici.

Gli incendi si sono sviluppati proprio nelle zone dove è storicamente presente l’agrobusiness. L’intenzione del governo Bolsonaro è quella di distruggerle per renderle coltivabili, e riportare il paese a una forma di colonialismo, e quindi esportare i prodotti a bassissimo costo.

Le foreste vengono spesso eliminate per la produzione di prodotti agricoli che non soddisfano le esigenze della sicurezza alimentare, come carne di manzo e soia, che rappresentano l’80% della deforestazione amazzonica. In tutta risposta, le popolazioni indigene e le comunità locali di tutto il mondo discutono della falsa alternativa offerta tra la gestione di aree naturali intatte per eliminare il Co2 dall’atmosfera e l’eliminazione di aree naturali da destinare a progetti di sviluppo economico che includono piantagioni agroindustriali. Mentre invece quando i nostri diritti sono rispettati, forniamo un’alternativa ai modelli economici che richiedono compromessi tra ambiente e sviluppo. Le nostre conoscenze tradizionali e la visione olistica della natura ci consentono al contempo di nutrire il mondo, proteggere le nostre foreste e mantenere la biodiversità a livello globale.

Certo i vostri popoli stanno combattendo coraggiosamente per difendere le terre, nell’aprile scorso hanno manifestato a Brasilia, nel mondo si continua a protestare per dire a Bolsonaro di fermare il genocidio in Brasile, ma noi cosa possiamo fare?

La cosa più importante che possono fare le persone che ci vogliono aiutare, è sostenere le organizzazioni indigene; fare pressione sul governo affinché adotti e attui politiche di protezione ambientale; e partecipare alle campagne di mobilitazione.

* Fonte: Angelo Ferracuti, il manifesto

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