“Resisteremo al golpe di Erdogan”. Intervista con il presidente dell’HDP

Sezai Temelli è co-presidente del Partito democratico dei popoli, HDP, e deputato al parlamento turco

Orsola Casagrande, Diritti Globali • 18/9/2019 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 149 Viste

La sua presenza a Strasburgo, a capo di una delegazione di membri dell’HDP, ha l’obiettivo di svolgere vari incontri al Parlamento europeo per denunciare le ultime misure repressive del regime di Erdogan.

In particolare Temelli affronterà il golpe politico del governo che ha destituito i 3 sindaci (HDP) legittimamente e democraticamente eletti nelle città di Diyarbakir, Mardin e Van nominando al loro posto dei commissari.

In questi ultimi giorni poi il governo ha commissariato anche Kulp e Karayazi (arrestando i co-sindaci di queste città) e decine di quadri e attivisti dell’HDP sono stati arrestati.

Un altro appuntamento rilevante sarà la partecipazione di Temelli all’audizione della Corte europea dei diritti umani che si occuperà della detenzione del suo predecessore, l’ex co-presidente del partito, Selahattin Demirtas, candidato presidenziale, dal carcere, dove è rinchiuso dal 2016.

 

Come valuti le ultime misure repressive adottate dal governo turco contro l’HDP?

Nel campo della politica democratica, i poteri che non possono fronteggiare i loro avversari con pratiche democratiche tendono a diventare autoritari per non perdere il controllo.

Lo stato di emergenza è la prova più ovvia di questa tendenza autoritaria. L’applicazione permanente e continua dello stato di emergenza è stata pensata per colpire l’HDP ma ormai riguarda tutti i segmenti della società in Turchia. In effetti, dopo le elezioni del 7 giugno 2015, l’intero paese si trova sotto uno stato di emergenza permanente, in cui è vietato il diritto di sciopero dei lavoratori, vengono arrestati scrittori e giornalisti dell’opposizione, accademici e intellettuali devono diventare invisibili, tutti siamo soggetti a repressione e tortura. I settori sociali che non si arrendono al regime di Erdogan sono sottoposti a continue pressioni.

La dichiarazione o meno dello stato di emergenza è ormai solo una formalità legale. In questo contesto la nomina di commissari nei tre comuni metropolitani, con il golpe politico del 19 agosto, è la migliore prova che lo stato di emergenza è ormai permanente.

 

Qual è la vostra risposta a questo stato di emergenza permanente?

Insisteremo nel praticare politiche democratiche contro tutte queste illegalità e repressioni. Non cambieremo la nostra visione più ampia, che si basa sulla richiesta di pace. Stiamo facendoci carico di dar voce alla speranza della pace e della democrazia della società turca. In questo contesto, vogliamo realizzare una repubblica democratica attraverso una politica che rimetta al centro le persone e il più grande ostacolo a tale aspirazione è l’alleanza AKP-MHP, quindi dovremo affrontare e superare quell’alleanza stabilendo un’alleanza democratica con tutti i settori oppressi della Turchia.

 

Possiamo dire che le ultime misure repressive di Erdogan sono una reazione agli evidenti segnali di perdita del suo potere assoluto?

Stiamo assistendo da tempo a una perdita di potere del regime di Erdogan. Da parte nostra abbiamo intensificato la nostra lotta quotidiana, con pazienza democratica, e abbiamo fatto perdere il regime di Erdogan alle elezioni del 31 marzo, rendendo visibile questa perdita di potere.

Il successo della strategia HDP nelle elezioni del 31 marzo ha avuto un forte impatto sulle alleanze statali, inclusa quella al governo, AKP-MHP. Il successo dell’HDP ha contribuito a dare coraggio anche ad altri gruppi politici dell’opposizione che hanno deciso di affrontare Erdogan.

Se oggi è possibile parlare di altre equazioni politiche in Turchia, è grazie al successo della strategia elettorale dell’HDP. È anche evidente che il regime sta attraversando una grave crisi economica, che produce ogni anno un milione di nuovi disoccupati. L’unico strumento nelle mani di un regime che ha perso la sua legittimità democratica, sia all’interno che all’esterno, è la repressione.

 

Che cosa vi aspettate da questa visita in Europa?

La Turchia sta vivendo problemi simili a quelli di molti paesi governati da regimo autoritari. I problemi di cui parleremo sono molti, ma prima di tutto, solleveremo la questione dell’isolamento totale a cui è soggetto Abdullah Öcalan, in palese violazione del diritto nazionale e internazionale.

Tale isolamento ostacola non solo una soluzione pacifica alle tensioni in Turchia, ma anche la possibilità di contribuire alla pace in Medio Oriente. Questa situazione riguarda direttamente i nostri partner in Europa. Dobbiamo adottare un atteggiamento rigoroso e fermo, l’isolamento di Ocalan deve essere eliminato per garantire la pace in Turchia e Medio Oriente.

D’altra parte, c’è la violazione permanente dei diritti fondamentali e delle libertà in Turchia. Chiederemo ai nostri partner europei di adottare atteggiamenti che vadano oltre la preoccupazione per i diritti e le libertà. Un altro problema sarà la situazione dei politici imprigionati come ostaggi, con accuse e processi vergognosi. Crediamo che ci siano molte cose che i nostri interlocutori possono fare a favore della liberazione dei nostri precedenti co-presidenti, parlamentari, dirigenti e attivisti del partito.

 

Per quanto riguarda la questione kurda, come riassumeresti la situazione attuale?

Abdullah Ocalan, nell’ultimo incontro con i suoi avvocati nel carcere di massima sicurezza nell’isola Imrali, ha insistito sui pericoli insiti nel mantenere stagnante la situazione e sulla necessità di trovare una “mentalità” statale che sappia rispondere al suo appello al dialogo.

Sembra che una di quelle “mentalità”, all’interno dello stato, abbia cercato di ribadire il suo no ad una soluzione della questione kurda nominando commissari nei nostri comuni principali.

Analizzando il passato e il presente, possiamo vedere chiaramente qual è stato il risultato del non riconoscimento dell’esistenza di una questione kurda.

I kurdi hanno lanciato un messaggio chiaro e democratico all’alleanza AKP-MHP, che il regime di Erdogan non vuole capire, ecco perché insiste nell’escludere l’HDP, in questo caso nominando commissari nei principali comuni in cui l’HDP ha vinto a larga maggioranza, Diyarbakir, Van e Mardin. Allo stesso tempo, in Siria, la Turchia soffia tamburi di guerra con sempre maggior forza.

 

Come rispondere a questa situazione?

L’unico modo per cambiare questa realtà è costruire politiche per una soluzione democratica basata sul dialogo e sui negoziati. Continueremo a gestire il prossimo processo attraverso la dialettica lotta-negoziato.

Allargheremo, rafforzeremo e approfondiremo la nostra lotta, per cercare di risolvere la questione kurda e la questione della democrazia in Turchia, sempre sulla base di dialogo e negoziati.

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