Editoria precaria, il lato in ombra del lavoro intellettuale

La ricerca. Un’inchiesta promossa a Acta, l’associazione che mette i rete i Freelance. Sergio Bologna (Acta): «È come nella logistica. Se ne esce cominciando a dire la verità»

Mariangela Mianiti * • 27/10/2019 • Lavoro, economia & finanza • 125 Viste

MILANO. Eventi, mostre, fiere librarie, mercato dell’arte, videoarte, editoria libraria. Di tutto ciò Milano si fa sempre più vanto. Prova ne è il rapporto «Io sono cultura- L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi» che lo scorso marzo fu diffuso da Symbola e Unioncamere. Secondo quei numeri il sistema produttivo-culturale in Lombardia vale 24 miliardi (ovvero il 7% della ricchezza della regione) e impiega un occupato su quattro. Bene? Fino a un certo punto perché dietro quei dati la realtà racconta un’altra storia fatta di sfruttamento, lavoro non pagato o pagato malissimo.

Il velo di questa realtà ha cominciato a strapparlo un’indagine promossa da Acta, associazione che mette in rete i freelance, presentata lo scorso 25 ottobre nell’ambito di «Works in progress. Il lavoro in prospettiva» e patrocinata dalla città metropolitana di Milano. La ricerca di Acta indaga il mercato dell’editoria libraria che a Milano concentra circa un terzo del settore nazionale e, se si pensa che nel 2018 sono stati pubblicati in Italia 78.875 titoli, il conto è presto fatto. Prima che un libro arrivi sugli scaffali richiede una cura lunga e articolata che prevede traduzione nel caso l’opera sia straniera, revisione del testo, correzione di bozze in varie fasi, impaginazione, illustrazione.

A tutto ciò lavorano editor, correttori, grafici, illustratori che, con la crisi di vendita dei libri che dal 2012 a oggi ha fatto crollare il mercato del 25per cento, si sono visti ridurre i compensi che già erano bassi. «I libri – ha detto Maria Angela Silleni che con Mattia Cavalli ha condotto il sondaggio – oggi vengono lavorati sempre meno dentro le redazioni delle case editrici che assegnano la cura a studi editoriali esterni che a loro volta affidano tutti i passaggi a collaboratori esterni comprimendo tariffe e tempi di consegna. Così, mentre le redazioni si svuotano, il lavoro del settore è svolto per tre quarti da free lance in maggioranza donne e pagate meno degli uomini».

Senza scendere nei dettagli dei compensi che possono essere a cartella o a forfait, il report di Acta ha verificato che un lavoratore intellettuale a Milano fattura in media circa 15mila euro lordi l’anno. E non sono lavori part-time, ma che impegnano spesso circa 40 ore a settimana e, se ci sono urgenze, anche di notte e nei festivi. I lavoratori intellettuali dell’editoria libraria hanno a che fare anche con i ritardi nei pagamenti e qui è emblematica la testimonianza di una ragazza che preferisce restare anonima: «Nel giugno di quest’anno avevo deciso di non fare vacanze perché avevo il conto in rosso. Due giorni dopo, sorpresa: mi arriva un bonifico di 500 euro, ma per un lavoro svolto nel 2015».

Ora, è vero che gli italiani sono fra i peggiori acquirenti e lettori di libri in Europa e che gli editori soffrono, ma è anche vero, come dice Raffaele Scelsi di Shake edizioni, che «La filiera produttiva è egemonizzata dai distributori che si tengono circa il 60per cento del costo di un libro, lasciando agli editori le briciole e i resi.

In Italia, il mercato della distribuzione e dello storage è monopolizzato da Messaggerie che, per fare un esempio, per tenere in magazzino ottomila copie chiede agli editori circa 500 euro al mese, un’enormità». Detto ciò, a pagare il costo della crisi e delle storture di mercato sono sempre i lavoratori.

La lettura politica di questa situazione la dà Sergio Bologna, del direttivo di Acta, che ha detto: «Io, che conosco bene il mondo della logistica, posso dire che lì avvengono gli stessi fenomeni. Questo sistema non è tanto o solo figlio di una crisi, ma è un modello di business voluto da un tipo di capitalismo che ha scelto di fare marginalità applicando tariffe incredibili. Lo prova il fatto che il tasso di disuguaglianza fra chi guadagna tanto e chi poco è rimasto uguale. Milano, con tutta la sua economia degli eventi, il mercato dell’arte e della videoarte è la città dove il lavoro intellettuale è sfruttato di più. Se ne esce prendendo coscienza e cominciando a dire la verità, compresi i nomi di chi paga male, poco o per niente».

Acta chiede che venga riconosciuto un equo compenso, che siano rispettati i tempi di pagamento e stipulati contratti, che venga riconosciuto lo status di professionisti del settore riportando nel libro i nomi di chi ha collaborato alla cura editoriale, di regolamentare l’attività degli studi editoriali e sia controllato il ricorso agli stage, troppo spesso abusati.

* Fonte: Mariangela Mianiti, il manifesto

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This