Intervista a Luis Sepulveda: «Fa rabbia il ritorno a tempi che credevamo superati»

Intervista . «Il problema è che questa esplosione non ha un obiettivo politico definito, non propone un’alternativa»

Roberto Zanini * • 22/10/2019 • Internazionale • 286 Viste

Ha appena compiuto 70 anni, Luis Sepulveda. Ne aveva 28 quando il Cile di Pinochet lo espulse benignamente invece di fargli scontare il meritato ergastolo come membro del Gap, il Grupo amigos personales del presidente Allende. I carri armati per le strade di Santiago li porta letteralmente nella carne, nelle ossa piegate da anni di una cella grande come un frigorifero, nelle unghie strappate. Ora i tank sono tornati, è di nuovo stato d’emergenza

Cosa hai sentito nel tuo cuore a vedere i soldati per le strade, un’altra volta?
Una grande, grande rabbia. Il ritorno a tempi che credevamo superati. Ma non è così, il fantasma del pinochettismo continua a essere molto vivo in Cile, e il presidente Sebastian Pinera, che è una persona perfettamente inutile, ne dimostra l’atteggiamento apertamente fascista.

E’ ancora Pinochet, il suo spettro, o c’è qualcosa di nuovo in questo governo di destra che arma le strade?
Nel fondo c’è una parte dell’eredità di Pinochet. E appena sopra c’è un’estrema destra fascista nello stile di Bolsonaro, sempre più presente in ogni paese dell’America Latina.

Ogni giorno di più: a parte il Messico, la destra va molto bene in tutto il subcontinente.
Sì, c’è una fioritura dell’estrema destra, unita a narcotaffico, sette evangeliche e fondamentalismi religiosi. Il panorama è brutto, e diventa peggiore.

Hai paura di qualcosa di simile ad allora o la democrazia cilena è abbastanza forte da poter superare questi soldati per le strade?
Il golpe militare del ’73 aveva un solo obiettivo: imporre un sistema economico, il modello neoliberale dell’economia. Questo venne imposto. Ora le conseguenze del neoliberalismo hanno portato a un’esplosione sociale, che era là, contenuta, ma che presto o tardi sarebbe scoppiata. Il problema è che questa esplosione sociale non ha un obiettivo politico ben definito, è ira popolare che divampa in maniera spontanea, ma senza che alcuna forza politica proponga un’alternativa. E’ rabbia per la rabbia, e questo è molto preoccupante. Non credo che si possa ripetere il golpe del ’73, un colpo di stato con quelle caratteristiche, ma tutto ciò che è stato conquistato dagli anni del golpe, anche le conquiste più minime, ora è in pericolo.

Dunque questa è una jaquerie, ribellione senza orizzonte politico, è così?
Esattamente, è una reazione popolare di fronte a una serie di misure assolutamente odiose. Il Cile è un paese dove le disuguaglianze sociali sono incredibili quando si prova va descriverle, i molto ricchi e una maggioranza di persone che vive della povertà di quelli più in basso. Il trionfo ideologico del neoliberalismo ha fatto sì che molta gente, per il semplice fatto di avere una puta carta di credito, si senta parte integrante della classe media. E’ un paese ideologicamente molto debole, la sinistra cilena è nel suo peggiore momento, non c’è un’alternativa e la rabbia popolare, l’ira delle classi popolari, si manifesta in questa maniera. Ma la risposta della repressione ci può portare verso tempi tremendamente brutti.

Hai qualche speranza in ciò che resta della storica sinistra cilena, o in altri gruppi?
La sola vera speranza è la gente giovane, quella che ha manifestato più duramente e da più tempo contro il governo, ma manca un’articolazione politica intelligente, la costruzione di un progetto politico alternativo, le risorse intellettuali per proporre qualcosa di diverso, e questo è un lavoro di anni. Spero verrà fatto.

Altre esperienze in America latina? Quello di oggi è un fenomeno cileno o è latinoamericano?
Ciò che accade in Cile è parte di un fenomeno globale, con tutta evidenza anche il neoliberalismo è in crisi. Quando un paese come gli Stati Uniti elegge presidente un imprenditore del tutto inetto, inefficace e ignorante, non si può sperare che gli altri mandatarios del mondo possano essere molto diversi. Meno di una settimana fa Donald Trump ha detto che la relazione tra Stati Uniti e Italia risale all’antica Roma! Ci sono alcune speranze: la Bolivia di Evo Morales, combattere ogni povertà in un modo reale ed efficiente e far crescere il paese, l’Uruguay del Frente Amplio, Pepe Mujica ha iniziato un’altra maniera di fare politica che il Frente Amplio ha proseguito, senza grandi ambizioni ha conquistato cose fondamentali e la gente vive meglio. Evidentemente non è la grande soluzione, la grande soluzione dovrebbe essere un altro modo di vivere, allontanarsi dalla realtà e dal mito della crescita economica. Bisogna avere un’altra idea di sviluppo, manca questo per completare l’idea di una alternativa.

Pinera ha dichiarato: “Siamo in guerra contro un nemico potente, molto organizzato e implacabile, disposto a usare la violenza e la delinquenza senza alcun limite”. Sembra la descrizione di un’invasione. Ma chi è il nemico? Ed è davvero organizzato?
Macché nemico organizzato, il “nemico” sono i pensionati che vivono con un assegno miserabile, gli studenti che terminano i corsi con trent’anni di debiti scolastici, gli insegnanti con il salario più basso d’America Latina, i giovani senza alcun futuro, la classe lavoratrice senza alcun diritto… Ogni giorno la polizia entra nelle scuole e nei licei e picchia brutalmente. E questa esplosione spontanea, cominciata con una manifestazione del tutto pacifica contro il costo dei biglietti della metro, non giustifica in alcun modo la violenza dello stato. Quando lo stato comincia a praticare la violenza, evidentemente incontra una risposta violenta.

* Fonte: Roberto Zanini, il manifesto

 

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