La CEDU e l’Italia delle emergenze. Alle radici della cultura della forca

Le reazioni alla sentenza della Corte Europea sui diritti umani riguardo il cosiddetto “ergastolo ostativo” sono pavloviane e bipartizan, espressione del populismo penale

Sergio Segio • 9/10/2019 • Carcere & Giustizia, Contenuti in copertina, Diritti umani & Discriminazioni • 484 Viste

Le reazioni alla sentenza della Corte Europea sui diritti umani riguardo il cosiddetto “ergastolo ostativo”, che, respingendo il ricorso presentato dal governo italiano, ribadisce la disumanità di un ergastolo senza alcuna possibilità di benefici e di liberazione condizionale, invece prevista per l’ergastolo “normale” (dopo 26 anni di pena scontata, è bene ricordare a coloro, dell’antimafia dell’ “occhio per occhio”, che si stracciano oggi le vesti) mostrano ancora una volta quella innaturale convergenza bipartisan tra sinistra, destra, centro che ormai da decenni esiste sul carcere duro, sulla cosiddetta sicurezza, sul populismo penale.

Era successo lo stesso al tempo della sentenza con la quale il medesimo organismo aveva condannato l’Italia per la morte in 41bis di Bernardo Provenzano, tenuto in carcere sino al decesso. Al (ex) capo mafioso era stato nuovamente prorogato il regime di cui all’art. 41-bis (il cosiddetto carcere duro) il 23 marzo 2016, ossia poco prima della sua morte, avvenuta il 13 luglio 2016; ciò nonostante da tempo fosse ridotto a uno stato puramente vegetativo. Anche in quel caso vi era stata la reazione pavloviana degli “addetti ai lavori” delle procure e dei loro supporter mediatici e politici: «il 41 bis non si tocca». Come ora ripetono: «il 4 bis non si tocca», pena, addirittura, «uccidere nuovamente Falcone e Borsellino».

Proprio la vicenda Provenzano, però, mostra a chiunque non sia accecato da furore vendicativo, che la ratio – prevalente, se non assoluta – di tali norme non è quella dichiarata, ovvero rendere impossibile o almeno difficile la comunicazione tra mafiosi in carcere e quelli in libertà, di interrompere sodalizi criminali, di assicurare legalità e giustizia al livello che la particolare pericolosità mafiosa necessita, bensì quella di costringere alla “collaborazione giudiziaria” attraverso forme di pressione che alcuni qualificano invece come tortura. Insomma, contro la mafia e il terrorismo il fine giustifica i mezzi. Anche nei confronti di quanti sono in carcere, quello dell’isolamento del 41bis, da decenni. Anche rispetto a ex appartenenti a organizzazioni criminali da tempo scomparse.

Tali misure finiscono dunque per avere una semplice, e terribile, funzione simbolica, per dire: «chi attacca lo Stato deve morire in carcere». Niente più che una vendetta con funzione deterrente e rassicurativa nei confronti di opinioni pubbliche disinformate e sapientemente manipolate con dosi quotidiane di giustizialismo. Anche oggi media e commentatori confondono l’ergastolo ostativo con l’ergastolo tout court o assicurano che quest’ultimo in realtà non esiste. In effetti, degli oltre 1700 ergastolani attuali, i due terzi sono “ostativi”, ma il rimanente terzo non gode certo di alcun automatismo di benefici, sottoposti invece a costante osservazione e progressione e alla valutazione dei magistrati.

Le radici di questo irrigidimento o imbarbarimento non solo dei sentimenti pubblici, ma prima e assieme degli apparati normativi e delle prassi che a livello giudiziario e carcerario si sono progressivamente instaurate, sono da ricercare nella logica di emergenza e Stato dell’eccezione. Emergenza ed eccezione che poi, sempre, divengono stabili e “nuova normalità”.

In quella visione, che data dai tempi della “madre di tutte le emergenze”, quella contro le forme di ribellione armata negli anni Settanta, il deviante, il reo, viene trasformato in un nemico da annichilire e distruggere a tutti i costi, anche al prezzo di rinunciare allo Stato di diritto, o comunque a sue parti fondamentali, e di imporre ripetute e progressive lacerazioni all’ordinamento penale e a quello penitenziario.

Parafrasando il famoso sermone del pastore Martin Niemöller:

Prima colpirono i terroristi: erano nemici dello Stato e del sistema dei partiti. Allora li torturarono, fecero leggi d’eccezione e tribunali speciali, li misero in carceri speciali, li assoggettarono all’articolo 90 (l’antesignano del 41bis), li sottoposero a condanne esemplari. (si era a cavallo tra gli anni 70 e gli anni Ottanta)

Poi si accanirono contro i tossicodipendenti, importando dagli Stati Uniti le logiche della “Tolleranza zero”, con cui stigmatizzarono i consumatori di sostanze e di cui riempirono le carceri, trasformando la “guerra alla droga” in lotta a oltranza contro le vittime delle droghe, che intanto morivano a migliaia. (dal 1973, allorché è iniziato questo tipo di rilevazione, i morti per overdose in Italia sono stati 25.069).

Anche in quel caso si fecero nuove leggi, improntate alla massima severità, trasformando un problema sociale e sanitario in una questione penale. (si era alla fine degli anni Ottanta)

Poi fu la volta dei mafiosi: erano fuoriusciti dallo spazio e dal ruolo ancillare del potere politico che storicamente avevano avuto: avevano osato mordere la mano che li aveva sempre nutriti e spesso protetti. E furono di nuovo leggi speciali, l’ergastolo ostativo e il 41 bis. (e siamo all’inizio degli anni Novanta)

Poi nel mirino finirono i poveri, i senzatetto, i mendicanti, i malati psichici: disturbavano, e allora vennero criminalizzati a colpi di decreti-sicurezza e di leggi sul “decoro urbano”.

Il carcere, del resto, è un business che tende a incrementare sé stesso (oltre 10 milioni di detenuti a livello mondiale; il record lo hanno gli Stati Uniti, con 2.121.300, vale a dire 710 detenuti ogni 100 mila abitanti).  È insomma avvenuta «la trasformazione del povero da figura economicamente inutile se in libertà, a soggetto economicamente redditizio quando prigioniero» (Elisabetta Grande, Il terzo strike – la prigione in America, Sellerio, 2007) (e si è arrivati agli anni Novanta e Duemila).

Poi venne il turno degli immigrati: erano troppi, un flusso continuo che faceva paura e che facilmente poteva essere strumentalizzato da forze politiche sempre più ciniche. Vennero varate apposite norme: la legge Martelli del 1990 che cercava di governare i flussi, programmandoli sulla base delle necessità produttive del Paese: riducendo così gli uomini a braccia; assieme, sanzionava penalmente, anche con il carcere, l’immigrazione clandestina e fissava i meccanismi di espulsione.

La successiva legge Turco-Napolitano del 1998 istituì per la prima volta i Centri di Permanenza Temporanei, vale a dire luoghi in cui detenere persone colpevoli solo di essere straniere, sottoponendole a un “diritto penale del nemico”.

Su questi impianti normativi, inasprendoli ulteriormente, interverrà poi la legge Bossi-Fini del 2002. Poi arrivarono Minniti e Salvini. E siamo all’oggi.

Lo Stato d’eccezione aveva individuato il nuovo nemico nello straniero; più di recente, ha iniziato a criminalizzare anche quelli che considera suoi complici, vale a dire le Organizzazioni Non Governative, le ONG.

Intanto, migranti e rifugiati continuano a morire a decine di migliaia nel tentativo di entrare in Europa; a finire in Centri di identificazione ed espulsione o, ora, nei CPR, spesso peggiori delle carceri; a essere sfruttati bestialmente nelle campagne del Mezzogiorno; a essere quotidianamente discriminati e sempre più spesso aggrediti nelle città. Doppiamente perseguitati, in quanto stranieri e in quanto poveri.

(ed è storia che dura da oltre 30 anni, ma che oggi vede un drastico peggioramento perché il razzismo promana direttamente dall’alto, dalla politica, dalle politiche dei governi, dagli imprenditori dell’odio e dai professionisti della paura)

Per i rom, infine, non c’è stata una stagione, per quanto lunga: la loro persecuzione comincia nella notte dei secoli e non ha mai avuto fine.

Grazie a tutto ciò il sistema penale e penitenziario si è irrigidito, dall’alto verso il basso. La riforma e le misure alternative si sono inceppate e svuotate. Gli ergastolani crescono anno dopo anno, in controtendenza rispetto le statistiche sulla criminalità.

Nel 1981, l’anno in cui si tenne il referendum per l’abrogazione della pena perpetua promosso dal Partito Radicale (che ottenne, pare incredibile, il 22,63% dei consensi, oltre 7 milioni di voti), gli ergastolani erano 318. Nel 1989, allorché la Camera approvò (anche questo pare ora incredibile) un ordine del giorno per l’abolizione del carcere a vita, erano circa 400.

A fine 2018 gli ergastolani in carcere erano 1.748. Nel 2017 erano 1.735; un anno prima erano 1.687. Nel 2015 erano 1.633, nel 2014 1.584. Nel 2005 erano 1.224. E così via.

I reati più gravi, invece, gli omicidi sono in forte calo rispetto dagli anni Novanta (da 1.916 omicidi volontari nel 1991 a 368 nel 2017). In particolare, mostrano una consistente diminuzione gli omicidi compiuti dalla criminalità organizzata (da 342 a 55) e ancor più quelli commessi dalla criminalità comune (da 879 a 144).

Questi i dati, questo il quadro.

Il resto è propaganda e sentimento di vendetta. Legittimo e anche comprensibile se riguarda il singolo, barbaro e ingiustificabile se promana dalle istituzioni.

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